ELIO

Elio - Stefano Belisari

FEDELE FOREVER

Il frontman delle Storie Tese spiega il legame sentimentale con la città che gli ha dato i natali e i primi successi. E quello a prova di bomba con i membri storici del gruppo fondato più di trent’anni fa, a cui proprio non riesce ad attribuire un difetto. Da (ex?) giudice di X Factor, spiega poteri e limiti dei talent show musicali. E giocando all’assessore lancia una sfida: riaprire subito tutti i teatri. 

di Paolo Crespi

 

Milanesi si nasce?
Sì e no. Se indaghi un po’, scopri che di “milanesi-milanesi” ce ne sono ben pochi. Io stesso sono nato qui come mio padre, ma già i miei nonni erano ascolani… Forse è la città che ti trasforma in milanese. Mi viene in mente uno come Montanelli, che pur venendo dalla provincia di Firenze era milanesissimo. E come lui tanti altri.

Come definiresti il tuo rapporto con questa città?
Conflittuale. Sono circa trent’anni che vorrei andarmene, però le voglio bene. Alla fine, come vedi, sono ancora qua.

Quali sono i personaggi di Milano a cui ti senti più legato?
Istintivamente rispondo tutta la categoria degli “artisti”, cantanti e comici, degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, da Jannacci in poi. Ma poi mi rendo conto di essere coinvolto sentimentalmente proprio con la città in quanto tale. Al punto un po’ estremo di provare affetto persino per i personaggi storici. Filippo Tommaso Marinetti, che a Milano è vissuto (tra l’altro nella casa dove stava mio padre nei suoi primi anni), Salvatore Quasimodo, Albert Einstein (due anni a Milano da ragazzo, in via Bigli).

E nella Milano di oggi?
Siamo messi veramente male: un crollo verticale. Per cui sono affezionato ai miei amici e basta.

Se fossi il sindaco, cosa faresti per migliorare la qualità della vita nella ex capitale economica, morale, della moda, degli aperitivi, eccetera, eccetera?
Sindaco non potrei mai esserlo, non sarei in grado. Ma da ipotetico assessore alla cultura, per prima cosa riaprirei i teatri chiusi, come il Lirico. Vederli così è una vergogna, sono il simbolo della profonda crisi della città. Lo farei perché i teatri sono poli di attrazione, luoghi dove avvengono e nascono cose che vanno al di là della semplice rappresentazione.

Nelle ricerche di Google sei più indicizzato dell’omonimo elemento chimico. Come riesci a gestire la popolarità senza farti fagocitare e senza nemmeno diventare disumano?
La popolarità non è così enorme, noi di Elio e le Storie Tese non siamo Eros o la Pausini, che non possono girare per strada senza essere placcati. Banalmente faccio finta che non ci sia, di non essere “celebre”. E in genere funziona. È anche una questione di salute: è fondamentale, se non vuoi sbarellare, non perdere mai il contatto con la vita di ogni giorno.

A bocce ferme, che cosa cambia tra questo secondo posto sanremese, con annesso premio della critica e premio per il migliore arrangiamento, rispetto a quello di 17 anni fa?
Che abbiamo fatto le scelte giuste. La prima volta che andammo al Festival non sapevamo a cosa andavamo incontro e c’era soprattutto il gusto della sfida. Puntavamo a creare un caso, ma certo non ci aspettavamo di entrare in lizza per i primi posti, dato che per il pubblico sanremese eravamo dei perfetti sconosciuti. Questa volta il rischio maggiore era quello del paragone. Che fare in più o di diverso oggi che tutti rompono gli schemi e vogliono fare gli anticonformisti, a partire dal look? Il rischio era grande e personalmente ero un po’ scettico, poi mi sono adeguato alla volontà del gruppo. Per smarcarci e dare un senso alla partecipazione abbiamo scelto Dannati Forever, un testo terribile, che parla di inferno, passato letteralmente sotto silenzio, e La canzone mononota, la provocazione (costruttiva, contro la noia) vincente.

Nel 2015, insieme all’Expo, voi di Elio e le Storie Tese celebrerete, disco graficamente parlando, le nozze d’argento. Qual è il segreto dell’amore lunghissimo e a quanto pare felice?
La risposta standard è che il merito è degli avvocati. Ma siccome mi ha stufato, mi sento di dire che il segreto è la cocciutaggine, una cosa che ho sicuramente nel mio DNA, insieme all’esigenza (comune) di dare un senso alla vita, ponendomi degli obiettivi importanti. Il che implica necessariamente un lavoro lungo: con un impegno limitato nel tempo semplicemente non li ottieni. A questo aggiungi il fatto che nei miei desideri c’era fin dall’inizio quello di dare vita a un gruppo con una carriera lunga. E questo fortunatamente è accaduto, dopo più di trent’anni dagli esordi prediscografici siamo una macchina quasi perfetta. Anche perché i miei compagni di strada non sono meno ostinati di me!

Facciamo un gioco: attribuisci un pregio e un difetto a ciascuno dei componenti della tua band.
Mi rifiuto. I difetti ce li abbiamo tutti e poi non è carino dirli. I pregi sono abbastanza collettivi. Perché ciascuno dà il proprio apporto creativo, che è diverso per ogni componente – il mio da quello di Faso, quello di Rocco Tanica da quello di Cesareo e così via. E tutti condividono questa voglia di continuità, portando anche la propria percentuale di “smazzamento” del lavoro sporco, condiviso naturalmente con tutti i nostri preziosi collaboratori. Perché l’esibizione sul palco dell’Ariston è solo la punta dell’iceberg. Per arrivarci non basta l’euforia dello stare insieme divertendosi a comporre delle scemenze.

X Factor, il talent di cui sei stato protagonista, ha aperto una strada e creato molte aspettative tra gli aspiranti cantanti di questa generazione. I vostri esordi, all’epoca, furono molto diversi. Ritieni ci sia ancora spazio per un altro tipo di “gavetta”?
Le strade per chi vuole esprimersi artisticamente si sono drasticamente ridotte. Le occasioni odierne hanno molti aspetti negativi ma sono anche un modo per guadagnarsi l’attenzione del pubblico. I talent se vuoi sono crudelissimi, una serie infinita di gente che viene mandata via: eliminata. Ma se uno “vale”, se è non solo artisticamente valido, ma anche dotato di una sorta di volontà cieca, alla fine arriva. Magari – vedi il caso di Daniel, il ragazzo bocciato a ripetizione, anche da noi di X Factor, e poi vittorioso a Italia’s Got Talent – dopo un tot di facciate contro il muro. Che tutto sommato fanno bene. Se c’è una cosa che non va dei talent è il successo ottenuto con relativamente poco sforzo: accade all’improvviso e non sei pronto, emotivamente, umanamente. In compenso i talent hanno un grande merito.

Quale?
Offrono una vetrina per farsi vedere a gente che ci prova da anni e ha finalmente la sua grande occasione. Come Nathalie, la cantautrice che a trent’anni ha vinto la quarta edizione di X Fac-tor, in squadra con me.

Com’è lo stato della produzione musicale in Italia? Ci sono ancora dei “signori professionisti” in grado di valorizzare e orientare la creazione musicale?
È davvero un punto dolente. Siamo come nel medioevo dopo la caduta dell’impero romano. Manca tutto. Mancano gli autori, i compositori, i produttori di talento. La crisi è culturale. Per creare qualcosa di significativo dev’esserci questa esigenza, questa voglia diffusa di parlare attraverso le canzoni. Negli anni Sessanta e Settanta, la Rca è stata una grande fucina di talenti: Dalla, De Gregori, Zero, Fogli, Venditti, Gaetano, Baglioni, Battisti. La ragione è che lì c’era del metodo. Un lavoro sistematico svolto con grande professionalità da un forte gruppo di persone molto decise e preparate. Meriterebbe di farci un documentario – non mi risulta sia mai stato fatto – non tanto per ricordare, ma soprattutto per capire. Oggi invece si spera che per caso vengano fuori dei fenomeni. Il talento puoi anche trovarlo così, ma poi lo devi allevare.

Se non avessi avuto successo come artista avresti fatto comunque questo lavoro o ti saresti dedicato ad altro, provando a farti onore, ad esempio, come ingegnere?
La musica per me poteva rimanere un hobby, ma comunque ad alto livello. Alla fine degli anni Settanta, primi anni Ottanta – l’inizio del nostro Medioevo – da neodiplomato al conservatorio Giuseppe Verdi sentivo gli strafalcioni dei nostri cantanti sanremesi e li confrontavo con il sound dei dischi inglesi e americani. Allora ingegneria era il piano A, mentre la musica era il piano P, inteso come “passione”. Per quattro anni mi sono presentato tutte le mattine a lavorare in ufficio (io e Cesareo eravamo gli impiegati del gruppo) e contemporaneamente la sera ero in tour con Elio e Le Storie Tese. Con tutti gli inconvenienti del caso. Poi, grazie al cielo, ho avuto la fortuna di poter fare un solo lavoro, questo. Sono molto contento, ma non è stato come pensavo…

In che senso?
Beh, fare l’impiegato per me avevaun problema fondamentale: la gabbia. Entri alle 9, esci alle 5, non si scappa. Viceversa fare il nostro lavoro è come per i liberi professionisti, che sono liberi, appunto, ma non sanno mai cosa gli accadrà. Chiaro che ora non sono preoccupato per l’immediato futuro, ma lo sono stato per anni. E anche se l’orizzonte temporale si è un po’ allungato, so che non è per sempre. E la fatica è notevole: di sicuro lavoro più oggi di quando facevo l’impiegato. Gli aspiranti cantanti almeno questo dovrebbero saperlo.

Con Album Biango (Hukapan/Sony) e in attesa del blocco estivo della lunga tournée 2013 di EELST potresti tirare un po’ il fiato. Invece cosa bolle in pentola?
Con il pianista Roberto Prosseda stiamo preparando un’evoluzione “tricolore” del recital che portiamo in giro nei ritagli di tempo: un programma con musiche di Bianchi, Rossini e Verdi… E con l’amico Luca Lombardi, compositore classico contemporaneo, molto famoso all’estero, pensiamo a un’opera, non lirica, per i teatri. A bordo ci sarà anche Mattia Torre, uno dei tre autori di Boris.

 

Intervista di Paolo Crespi pubblicata su Club Milano 14, maggio – giugno 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine. Foto di Andrea Colzani.

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