Grazia Neri

GRAZIA NERI © RUY TEIXEIRA / GRAZIA NERI

UNA VITA SUL TAVOLO LUMINOSO

Nel 1966 fonda la più celebre agenzia fotogiornalistica italiana e ora si racconta nel libro “La mia fotografia”. 50 anni di vita e lavoro filtrati attraverso il linguaggio dell’immagine, senza tralasciare incursioni biografiche. E quando poi le si chiede come abbia fatto a realizzare tutto questo, la prima risposta è: “Sono stata fortunata”. Ma la fortuna da sola non basta. 

di Marilena Roncarà

Come nasce questo desiderio di raccontarsi in un libro?
Quando ho chiuso l’agenzia (la “Grazia Neri”, NdR) nel 2009, ho portato a casa svariate foto e le ho messe accanto a un’altra scatola di fotografie, che mi aveva lasciato mia madre. Guardandole mi sono imbattuta in alcune immagini di mio padre, prematuramente scomparso a 30 anni. Subito ho realizzato che nella mia vita non avevo avuto il tempo di fare qualcosa per lui. Le foto del suo funerale che ho trovato mi hanno molto commosso, raccontavano di un dolore freddo, tremendo, mentre adesso i funerali sembrano quasi eventi mondani. Ecco, questo è stato il primo movente. Poi avevo sempre messo da parte ritagli sul fotogiornalismo, appunti sulle foto di guerra, l’etica della fotografia, e rivendendoli ho pensato che avrei potuto raccontare che cosa sono stati 50 anni (di più 56) di vita e lavoro nel fotogiornalismo. Infine quando un giorno mio nipote mi ha chiesto: “Ma noi da dove veniamo?”, ho capito che avevo questo desiderio di lasciare una traccia, che fosse anche qualcosa di utile sia per un giovane fotografo, sia per un fotografo affermato, una sorta di memoria di un passato recente.

Negli anni Sessanta erano poche le donne al potere. Com’è riuscita a fare tutto da sola?
La situazione iniziale sfavorevole per la morte di mio padre e il ritorno a Milano dopo la guerra mi hanno subito fatto capire che avrei dovuto provvedere a me stessa. Stranamente, pur essendo stata quasi la prima donna a fare questo lavoro nel mondo, non ho incontrato troppe difficoltà. Certo, è stato un sacrificio, a volte ho lasciato fuori il divertimento, ma sul resto non ho rinunciato a nulla.

Nel libro c’è un capitolo dedicato agli errori, ci racconta qualche pregio?
Nonostante abbia un’indole paurosa, sono sempre stata coraggiosa nelle decisioni, inoltre mi riconosco una certa lucidità nel lavoro. Terzo pregio è la costanza nella lettura. Leggere non solo mi conforta, ma mi consente di mantenere una certa creatività nei rapporti umani. Mi insegna a non essere poi così banale, anche in tarda età.

Cosa pensa del fotogiornalismo oggi?
La nostra cultura è assolutamente visiva e ce ne accorgiamo dal fatto che, pensando a qualsiasi avvenimento importante, la mente ci ripropone delle immagini. Tuttavia non si riflette mai abbastanza sull’etica della cessione e dell’archiviazione delle fotografie e il copyright si sta perdendo. Bisogna studiare nuove regole in merito: questo sarà uno dei temi importanti per il futuro della fotografia.

Quando vede una foto che cosa la colpisce?
Mah… Mi deve raccontare qualcosa e se possibile in uno stile nuovo. Qualche volta quando in agenzia arrivava un servizio e mi lasciava incerta, lo rivedevo e mi chiedevo: “Questa foto mi dicequalcosa?”. Ci sono tante foto piatte in giro, ma non è colpa di nessuno, ce ne sono troppe e i photo editor nei giornali sono troppo pochi.

C’è qualche foto memorabile che ricorda?
Sono tante. C’è una foto di James Nachtwey, un fotografo di guerra, a cui sono molto legata. È stata scattata l’11 settembre e si vede la croce di una chiesa cristiana con dietro il fuoco delle torri. È uno scatto concettuale dalla composizione perfetta: il fuoco islamico contro il cristianesimo. La amo perché fa capire quanto sia importante la professionalità del fotografo. 

Ci sono della foto che giudica impubblicabili?
Mi danno noia tutti i primi piani delle donne ritoccati con photoshop. Penso alla differenza tra fotografie che ritraggono una bellezza d’epoca, come Marilyn Monroe, da parte di fotografi che segnalavano ancora il naso, l’attaccatura della bocca, gli zigomi. Mentre quelle di adesso sono appiattite, quasi come fosse stato colato sopra del cemento. Trovo incredibile che oggi le donne, almeno quelle fotografate, vogliano tutte sembrare delle modelle. Le modelle sono una cosa, gli uomini e le donne un’altra: sono la vita, la gioia, il dolore…

Come vede Milano oggi?
Milano mi piace, anche se è diventata più difficile da vivere. Con il tempo la città si è molto burocratizzata e la burocrazia cambia la faccia delle persone: diventano tutti come quei professori autoritari e un po’ cattivi della mia infanzia, invece di essere meravigliosi come quelli del mio liceo.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 15, luglio – agosto 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine

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