ANDREA DE CARLO

Andrea De Carlo

UN SANDWICH A MILANO

Milanese d’origine ed ex berchettiano, Andrea De Carlo è uno scrittore dalle mille sfaccettature, che tra i suoi interessi vanta la musica, il cinema, la fotografia e la pittura. Il suo ultimo libro, Villa Metaphora, è un romanzo corale in cui quattordici personaggi, confinati in una remota isola del Mediterraneo, si confrontano sulla società contemporanea.

di Alessia Delisi

 

Sei uno scrittore di successo: il tuo primo romanzo, Treno di panna, è stato pubblicato nel 1981 con un’introduzione di Italo Calvino; hai girato film e documentari, collaborando con registi come Fellini e Antonioni e musicisti come Ludovico Einaudi. A Milano poi hai anche fatto da assistente a Oliviero Toscani. È faticoso essere preceduto da una biografia così composita?
La mia storia riflette le mie curiosità, che sono molteplici e in campi diversi. Non mi ha mai interessato vivere in un universo di soli libri, ma al contrario ho sempre sentito il bisogno di frequentare altri mondi e altri linguaggi, per arricchire e mantenere vivo lo spirito con cui scrivo.

Nel tuo ultimo romanzo, Villa Metaphora, invece di un unico io narrante ci sono quattordici personaggi che, isolati dal resto del mondo, si fanno in qualche modo portavoce di una particolare visione di esso. Una sorta di babele, anche linguistica. Quanto c’è di te in ciascuno di loro?
Non avevo voglia di un alter ego, un personaggio specchio in cui riflettermi. Scrivere dal punto di vista di personaggi tanto diversi, da me e tra loro, è stata un’esperienza affascinante, e per certi versi liberatoria. In ognuno di essi, anche in quelli che mi stavano più antipatici, ho scoperto un pezzetto di me, e credo che la stessa cosa succeda a chi legge Villa Metaphora. Lo spostamento di prospettiva è uno dei processi misteriosi che un romanzo rende possibili.

Hai detto una volta che scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi, senza badare troppo al rischio di farsi crollare tutto addosso. Come nascono i tuoi romanzi e cosa significa per te creatività?
I miei romanzi nascono dalle mie esperienze, dalle mie osservazioni sul mondo, dalle curiosità che mi occupano, dalle domande che mi pongo. Creatività per me vuole dire catturare gli elementi che sono dentro e intorno a noi e ricombinarli in base all’ispirazione e alla fantasia.

Fra i tuoi libri ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
Sono legato a ognuno dei miei romanzi, per ragioni diverse: a Treno di panna perché è stato il primo pubblicato, a Due di due perché è quello più condiviso da successive generazioni di lettori, a Uto perché mi ha dato l’occasione di sperimentare, a Villa Metaphora perché non avevo mai affrontato una storia così sfaccettata, con così tanti personaggi e tante storie che si intrecciano

Qual è la qualità che un bravo scrittore dovrebbe avere?
La curiosità. L’attenzione. Una padronanza totale della lingua. Poi gli serve una forma di dissociazione controllata, che consiste nella capacità di calarsi con totale partecipazione nei panni dei propri personaggi, e nello stesso tempo essere in grado di leggere il romanzo come se fosse opera d’altri, esercitando la più implacabile delle critiche.

Un libro che avresti voluto scrivere tu?
Il Grande Gasby di Francis Scott Fitzgerald.

Sei nato e cresciuto a Milano, città che peraltro fa da sfondo ai primi capitoli di uno dei tuoi romanzi più conosciuti dal grande pubblico, Due di Due. Ma il tuo amore-odio per il capoluogo lombardo sembra essere un tema ricorrente di molti altri tuoi libri. Cosa cambieresti di questa città e quali sono invece gli aspetti a cui sei più legato?
Milano continua a sembrarmi la meno provinciale delle città italiane, la meno chiusa in se stessa, la più curiosa e irrequieta, e questo è l’aspetto positivo. L’aspetto più negativo e difficile da spiegare è l’incapacità da parte di una città così ricca di intelligenze creative di rifletterle nel proprio tessuto, in forma di soluzioni urbanistiche e iniziative culturali di vera avanguardia.

“Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio villeggiatura. […] Invece di stelle ogni sera si accendono parole”,  scriveva il triestino Umberto Saba a seguito del suo soggiorno milanese. Un’immagine per questa città?
Due colleghi d’ufficio che mangiano un sandwich elaboratamente farcito, in piedi, davanti a un bar, in una via di traffico e cercano di darsi spiegazioni sul mondo, battendo i piedi per l’irrequietezza e per il freddo umido di una giornata d’inverno.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 17, novembre – dicembre 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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