Stefano Bollani

Stefano Bollani, foto di Giuliano Guarnieri

ODIO IL SOUNDCHECK

La sua abilità nell’accarezzare i tasti è apprezzata in tutto il mondo e, come dice lui, ha suonato “dalla Scala, quella vera, ai sottoscala”, perché gli piace cambiare spesso atmosfera. Sembra che il talento di Stefano Bollani non abbia confini, nemmeno artistici, così da potersi misurare anche nella stesura di libri e nella conduzione televisiva. Nel suo programma, Sostiene Bollani, terminato da poco, ha saputo accompagnare il pubblico con estro e ironia nel caleidoscopico mondo del jazz. Il suo grande sogno però non è suonare, bensì cantare.

di Andrea Zappa

 

Dalla Town Hall di New York al Festival di Montreal, fino agli studi della Rai di Milano, dove hai incantato tutti con la tua inaspettata abilità di conduttore navigato. Qual è il segreto?
Cerco semplicemente di parlare di cose che mi piacciono e quindi sono avvantaggiato rispetto a chi fa il conduttore di professione, costretto magari a parlare di argomenti di cui non sa nulla o di cui non è interessato. In Sostiene Bollani mi sono comportato un po’ come nella realtà di un concerto: mi piace interagire con il pubblico, raccontando e suonando le cose che amo.

Nei tuoi concerti hai incontrato platee molto diverse, c’è un approccio differente del pubblico a seconda della latitudine rispetto alla tua musica e al Bollani artista?
L’unica vera distinzione è tra Italia e resto del mondo: qui, avendo fatto televisione, radio e avendo scritto un paio di libri, sono conosciuto anche per motivi extramusicali, di conseguenza il pubblico reagisce in maniera diversa, oltre a essere più numeroso. All’estero, essendo conosciuto solo come musicista di jazz e suonando in contesti come i festival, la gente si aspetta meno quel lato di entertainment, per il quale poi magari rimane anche felicemente colpita. Ovviamente, poi, ogni concerto è diverso ma, se devo  generalizzare, questa è l’unica vera differenza che noto nel pubblico.

La peculiarità prima di un musicista di jazz è l’improvvisazione, finalizzata a mantenere sempre vive e fresche le sonorità, una tecnica che viene spesso influenzata da vari fattori. Da cosa è condizionata la tua?
Direi da qualsiasi cosa, da quello che hai mangiato, dal pianoforte che stai suonando, dalla reazione del  pubblico, dal teatro che ti accoglie, dalla tua stanchezza… Quando suoni jazz non stai riproponendo qualcosa di preconfezionato; di conseguenza devi per forza entrare in contatto con te stesso, senza mezze misure. Devi essere onesto con quello che ti va di raccontare in quel momento.

Rimanendo in tema di improvvisazione pura: girano voci che spesso preferisci non fare il soundcheck, proprio per vivere tutto sul momento. Leggenda metropolitana o verità?
Diciamo che il soundcheck non mi diverte molto, anzi, lo sopporto se è fatto con un gruppo. Se devo suonare da solo, però, preferisco evitarlo. Ho per fortuna il mio fonico, Roberto Lioli, che se ne occupa. Salire sul palco e incontrare il pianoforte in quel momento senza mai averlo provato prima è una cosa che mi piace molto, che mi stimola.

Il jazz in origine, a partire dai primi anni del Novecento, nasce come musica popolare, oggi invece è considerato colto. Concordi con questa evoluzione di definizione?
Non sono d’accordo con il termine utilizzato, sembra quasi che il resto della musica sia un po’ incolta, e non è così. Però non si può negare che il jazz abbia subito molte trasformazioni e che nella percezione delle persone, ma anche degli stessi musicisti da musica popolare che si ballava è diventato più una musica da ascolto, che si avvicina sempre più al mondo della classica.

Pat Metheny una volta ha fatto una distinzione tra i musicisti che suonano la musica del mondo in cui vivono e quelli che suonano la musica del mondo in cui vorrebbero vivere. Tu in quale categoria rientri?
Senza dubbio nella seconda, la musica che rappresenta il mondo in cui viviamo non potrebbe essere gioiosa come la musica che piace a me. Se dovessimo raccontare musicalmente la realtà di oggi non sarebbe molto piacevole da udire. Con la mia musica, ma anche con quello che leggo o che vado a vedere al cinema, cerco di volare da un’altra parte.

Parlando di musica, sembra che tu abbia una passione per quella brasiliana. Sei il secondo musicista, dopo Antonio Carlos Jobin, ad aver suonato in una favela di Rio de Janeiro…
L’amore per quella musica e per quel paese in generale è nato quando ero ragazzino grazie a un disco di George Gilberto, che tra l’altro era l’esatto contrario dell’idea di Brasile che uno ha: era una musica intrisa di malinconia, molto sussurrata. È un paese che vive due estremi, uno di grande allegria che nasconde però un lato oscuro, anch’esso molto forte. Una saudade che in qualche modo ricorda un po’ quella napoletana o genovese e che si ritrova più in generale in tutte quelle musiche che nascono sul mare. Tutto quello che è malinconia per qualcosa che si è perso o che si sta per perdere. In tutto questo è nato poi un amore per la lingua brasiliana e per le loro tradizioni.

Il viaggio è spesso un’occasione per ascoltare molta musica e tu per lavoro viaggi sicuramente molto. Cosa ascolta Bollani in cuffia?
Qualsiasi cosa, anche se poi ho le mie passioni fisse da molti anni, da Frank Sinatra a Caetano Veloso, Ray Charles e Stevie Wonder. Sono quelle voci che mi fanno rilassare. E poi c’è anche Frank Zappa, lui era uno dei miei miti quando ero adolescente. È un formidabile manipolatore di suoni, ma è anche uno che  dell’ironia feroce ha fatto un’arma contro il resto del mondo. Un’arma che non ha fatto danni, ma anzi, ha solo creato nuova musica inspirando un sacco di artisti dopo di lui.

Tu hai figli: come descriveresti la musica a un bambino?
A un bambino, ma forse anche a un adulto, più che descriverla bisognerebbe farla provare. Si dovrebbe fare così in generale, ci sono tanti bambini che non sono abituati ad ascoltare musica, molti non si relazionano a uno strumento se non in età adolescenziale, un po’ tardi forse. La musica è piena di stimoli.

Dato che stiamo parlando del valore della musica, se esistesse la figura dell’assessore alla Musica di Milano, a cosa dovrebbe dedicarsi?
Intanto dovrebbe imparare a gestire i soldi disponibili: spesso non è vero che mancano, a volte sono solo gestiti male. In una città grande e importante come Milano sta scomparendo l’attività live quotidiana, sto parlando nello specifico del jazz. E così, come sparisce nel mondo la classe media, piano piano rischia di scomparire la classe media dei musicisti. Una volta in città c’erano molti più locali in cui si suonava quasi tutte le sere. Quindi la gente la prendeva come un abitudine e il concerto non era più un evento  eccezionale, ma era più come: “Dai, questa sera andiamo a sentire un po’ di musica”.

Rimanendo sotto la Madonnina, c’è qualche locale dove ti piace ascoltare musica?
Pur essendo milanese di nascita, non abito più qui da tempo, e quindi ti mentirei, ho perso un po’ il giro dei locali. Mi ricordo la Salumeria della Musica, che cerca di resistere nonostante tutto e poi c’è La Buca, un posto molto piccolo dove si fanno le jam session, diventato un punto di ritrovo per musicisti. In generale, un luogo di incontro per gente che fa musica manca un po’ in tutte le città italiane. È importante ritrovarsi, altrimenti si rimane dei nomadi con la propria musica, senza mai dialogare con gli altri.

E in Europa? Una città che ti ha particolarmente colpito per la sua attenzione alla musica e alla possibilità di ascoltarla live?
Per quanto riguarda il jazz senza dubbio Copenhagen, pur essendo una cittadina abbastanza piccola ha un’alta concentrazione di musicisti di buon livello e, soprattutto, di locali in cui ascoltare musica dal vivo. Poi c’è Berlino.

Nella tua trasmissione Sostiene Bollani, intercali pezzi suonati a storie e aneddoti legati al mondo del jazz e della musica. Ce n’è uno in particolare che secondo te, più di altri, può rappresentare l’essenza, il carattere del jazz?
Il jazz è una musica piena di aneddoti, forse più di altre, ce ne sono moltissimi, così di getto me ne viene in mente uno su Thelonious Monk. Era un pianista bizzarro, freak, uno che non aveva grande tecnica ma aveva un suo “genio”. Si narra che Bud Powell sia entrato una volta in un locale e abbia sentito suonare uno in maniera velocissima e virtuosa, nello stile del grande Art Tatum. Poi, entrato nella stanza, si accorse che era Monk, il più insospettabile, e questo gli disse: “Non lo dire a nessuno”. Come a indicare che lui avrebbe potuto suonare come gli altri ma non voleva, la sua era una scelta, quella dell’essere così freak e particolare musicalmente. I jazzisti studiano la musica degli altri, ma poi cercano sempre di essere molto personali.

Hai scritto anche due libri, La Sindrome di Brontolo, una favola per adulti, e Parliamo di musica. Ci sono  delle affinità tra la stesura di un libro e la composizione di una musica?
Per me sono distinte, il libro viene limato e sistemato, invece nei concerti quando suono, improvviso moltissimo. Non sono un compositore nel senso tradizionale del termine, che sta mesi e mesi su una stessa composizione per poi consegnarla ai posteri in una forma perfetta. Divento, invece, un po’ compositore quando mi metto a scrivere un libro, perché so che, una volta stampato, quella è la sua forma quindi deve avere una precisa coerenza e una sua logica.

Nel tuo libro Parliamo di musica scrivi così: “Non solo nella musica ma anche nella vita il vero spettacolo è ascoltare”…
Molti musicisti suonano e sono talmente preoccupati di quello che stanno facendo che non trovano né il tempo né il modo di ascoltare le persone che gli stanno attorno sul palco. E questo accade anche nella vita: spesso siamo troppo attenti a noi stessi, a quello che stiamo dicendo, pensando, vivendo e perdiamo di vista ciò che ci avviene attorno.

So che da bambino volevi fare il cantante, poi hai virato verso il ruolo di musicista e ti sei dedicato con successo al pianoforte. Quel sogno iniziale diventerà mai realtà?
Quell’idea non è mai stata abbandonata, qua e là mi diletto anche in quest’arte. In realtà ho iniziato a studiare pianoforte più che altro perché volevo potermi accompagnare, poi mi sono un po’ distratto. Ma prima o poi è certo, tornerò a fare il cantante!

 

Intervista pubblicata su Club Milano 17, novembre – dicembre 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine. Foto di Giuliano Guarnieri.

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