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Oman, di Andrea Zappa

Inshallah in lingua araba significa “se Allah vuole” e sta a indicare la speranza di una persona affinché un evento possa accadere. Una volta conosciuto l’Oman, difficilmente non proverete a ripetere questa espressione per poterci ritornare.

Testo e foto di Andrea Zappa

Pochi paesi hanno la capacità di incantare i cinque sensi, l’Oman è uno di questi. Il profumo d’incenso che pervade qualsiasi suk ricorda che da qui partivano verso il Mediterraneo tutte le carovane cariche di questa pregiata resina. Le mille sfumature di verde che caratterizzano le pozze d’acqua dei wadi (letti di fiumi riempiti dalle acque piovane o dalle sorgenti naturali sotterranee) incantano la vista, non meno del silenzio assoluto che regna tra le dune di sabbia dei suoi due principali deserti: il Sharqiyah Sands, le cui “onde” arrivano fino a quelle del mare, e il Rub al-Khali, tra i più vasti al mondo. Il suo nome in arabo significa, non a caso, “il quarto vuoto”, perché ricopre un quarto dell’intera penisola arabica. Ma anche la ricca e varia cucina locale riesce a convincere i difficili palati occidentali, basta sapere cosa si cerca: piatti di ispirazione indiana, mediorientale, swahili o asiatica. E infine c’è la produzione artigianale con gioielli, vasellame e tessuti che invitano le mani a toccare e il portafogli ad aprirsi; l’importante, ovviamente, è contrattare.
L’Oman è tutto questo e molto altro. Ne è il simbolo Muscat, la capitale, in cui modernità e storia si fondono con eleganza. La parte vecchia, circondata da mura e un tempo vietata agli stranieri, è caratterizzata da due imponenti forti gemelli volti al mare, Jalali e Mirani, entrambi risalenti al 1580, mentre alle loro spalle fa bella mostra di sé lo sfarzoso palazzo di sua Maestà Qaboos ibn Said. Invidiata la residenza del sultano, non resta però che immergersi tra i “comuni mortali” nel suk di Muttrah in cui la contrattazione si fa arte, come pure al vicino mercato del pesce, dove è possibile ammirare qualsiasi creatura commestibile degli abissi.
Vero fiore all’occhiello della città è però la Grande Moschea, l’unica aperta anche ai non musulmani. Realizzata in marmo bianco, ha una struttura a dir poco monumentale e magnificente in cui è facile perdersi. Basti pensare che solo la sala di preghiera principale ospita un tappeto persiano, fatto a mano, di 4263 metri quadrati, sopra al quale svetta, appeso al centro della cupola, un gigantesco lampadario a cascata di cristalli Swarovski. La visita alla moschea vi ha fatto venire fame? Potete riposarvi e gustare la tipica cucina omanita presso l’elegante Ubhar Restaurant o al Bin Ateeq. Per la sera, invece, si può decidere di andare ad ascoltare musica classica, jazz o ammirare il balletto alla Royal Opera House, l’unica nel suo genere nell’intera penisola. Sebbene Muscat offra innumerevoli hotel, se si cerca una sistemazione da mille e una notte lo Shangri-La’s Barr Al Jissah Resort & Spa non lascerà delusi. Altrettanto spettacolare, ma dal fascino un po’ retrò e in stile “fortezza”, l’Al Bustan Hotel. Costruito inizialmente per diventare la residenza del sultano, che ne detiene tutt’ora un piano tutto per sé, l’albergo si affaccia su una delle splendide spiagge bianche della costa. All’interno della hall c’è un’arpa che suona praticamente h24. Ma non si può venire in Oman senza passare almeno un paio di notti ad ammirare le stelle nel deserto. Non resta dunque che spostarsi verso sud-est e in due ore di 4×4 si raggiunge il maestoso Ash Sharqiyah Sands, la casa sabbiosa di circa 3000 pastori beduini divisi in diverse tribù. Alle sue estremità sorgono alcuni campi tendati come il Desert Night Camp, che offrono comfort e servizi di qualità senza perdere l’atmosfera suggestiva del deserto. Una volta vista sorgere l’alba tra le dune, si può decidere di tornare verso Muscat lungo la strada costiera che unisce Sur con la capitale, magari fermandosi a fare un bagno nelle pozze d’acqua dolce tra le gole del Wadi Tiwi o all’interno dello spettacolare cratere di calcare di Bimah Sinkhole. Se al mare preferite l’interno, non resta allora che prendere la strada per Nizwa. Tappa obbligata è l’omonimo forte con la sua torre da 24 cannoni del XVII secolo, sotto alla quale si trova il dedalo di viuzze del suk dell’argento. Difficilmente se ne esce a mani vuote. Ancora più suggestivo e magico è il vicino forte di Jebreen, forse il più bello fra i castelli omaniti, con i suoi corridoi, i passaggi segreti e le stanze riccamente decorate. Da Nizwa si può poi andare alla scoperta di Jabal Akhdhar, la montagna verde. Qui, tra marzo e maggio, l’aria si profuma di rosa per le sue numerose coltivazioni dalle quali si ottiene l’attar (acqua di rose). Passato il “villaggio oasi” di Barikat Al Mauz, la strada inizia a salire e si raggiunge il plateau di Sayq, a quota 2000 metri, dal quale si ha una vista mozzafiato. Per la sera, la cosa migliore è fermarsi a dormire nel suggestivo Sahab Hotel: vedere il tramonto del sole sul canyon sottostante dalla jacuzzi a sfioro può avere un suo perché. Ma l’Oman di “perché” ne possiede parecchi, da nord a sud, basta seguire i propri sensi.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 17, novembre – dicembre 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine. Foto in apertura: La città vecchia del villaggio di Barikat.

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