La città che verrà

Porta Nuova, ph. Francesco Luppi

Con il progetto Porta Nuova, Milano pare essersi risvegliata da un certo immobilismo per regalare, attraverso i nuovi palazzi, una visione di sé più argentea e luminosa, dalla verticalità spettacolare. Senza dimenticare che, per volare alto, si parte sempre dal basso.

di Marilena Roncarà
Foto di Francesco Luppi

È dello scorso settembre la notizia della CNN che battezza la torre dell’architetto argentino César Pelli come una delle più belle del mondo. Il palazzo che con la sua guglia laica (vetta Italia, 230 metri di altezza) ha ridisegnato il nuovo skyline di Milano, è entrato nella top mondiale dei grattacieli realizzati nel 2012. Nella classifica elaborata dalla società tedesca Emporis, il palazzone Unicredit si è piazzato ottavo. L’Italia è in buona compagnia dopo giganti dell’economia come Cina, Qatar, Emirati Arabi. In tempi difficili come questi è un bel riconoscimento per tutto il Paese e per il capoluogo lombardo. Così, mentre l’architettura italiana torna protagonista a livello internazionale, succede che una città come Milano, così poco propensa ai colpi di scena, riemerge dai cantieri di Porta Nuova vestita di architetture ardite e contemporanee, che già da sole provano a spingerci verso l’alto, quasi a farci risollevare la testa in un ritrovato moto di orgoglio. Ma tra tutte queste altezze vertiginose, la vera novità è in basso: piazza Gae Aulenti che, come un podio, troneggia al centro di torri e palazzoni riflettenti, un po’ novella agorà, un po’ incrocio di prospettive diverse. Se nell’idea dei progettisti si tratta di “una piazza mineralizzata” tra pietra nobile e tecnologia innovativa (l’ardesia del pavimento e i pannelli fotovoltaici sui tetti), raggiungendola per la prima volta, l’impressione è di ritrovarsi in uno scenario inaspettato per le architetture meneghine, fino a far sorgere la fatidica domanda: “Si tratta dell’Abu Dhabi di Lombardia?”. E, tuttavia, l’iniziale titubanza lascia subito il posto alla meraviglia, come se realmente in questo luogo avesse preso corpo quel pensiero che vuole e riconosce nello spazio urbano un bene comune. Così, proprio in quella Milano da sempre nota nell’immaginario dei più come non luogo per eccellenza, posto di passaggio o al massimo città di interni, ora ci troviamo in una piazza che, a tutti gli effetti, è spazio urbano condiviso. Sarà che l’intera zona è pedonale, che lo spazio a disposizione è nel contempo ampio e raccolto, capace di permettere passeggiate, regalare una vista ampia su altre porzioni della città o consentire una sosta ai bordi delle fontane, tanto basta ad aver fatto della piazza un luogo abitato già prima della sua inaugurazione. Già durante le sere d’estate, quando di aperto c’era solo un unico piccolo e fluorescente chiringuito, era tutto un andirivieni di gente che arrivava fin qui semplicemente per ritrovarsi in un posto nuovo, trastullarsi tra i giochi d’acqua delle fontane, provare a usare il Wi-Fi e ascoltare la musica diffusa. Ora, nella stagione invernale, sono arrivati anche i biliardini da quattro o da ventidue giocatori per squadra, e la pista di pattinaggio sul ghiaccio per i più piccoli.

Porta Nuova, ph. Francesco Luppi
È chiaro, dunque, indipendentemente dalla temperatura del momento, che la vera protagonista qui rimane sempre la gente, che arriva, si siede, gioca, chiacchiera, passeggia o semplicemente “sta”, come si può stare e sostare in un luogo pensato per essere tale. Per come è concepita, piazza Gae Aulenti realizza a pieno la funzione di cerniera organica tra il vecchio (i quartieri Isola e corso Como) e il nuovo appunto, mette in campo la verticalità per scoprire l’orizzontalità, dato che la sua bellezza sta nel piacere che si prova attraversandola, senza alzare troppo il naso, fino a porre la parola fine (insieme a tutto il progetto Porta Nuova) a quella specie di ferita aperta che per decenni è stato il quartiere “Garibaldi-Repubblica”.
Non mancano gli interrogativi sui costi, non certo alla portata di tutti degli immobili residenziali dei nuovi complessi, piuttosto che sul fastidio causato nei palazzi dei dintorni dal riverbero del sole sulle superfici specchianti dei nuovi edifici. E tuttavia c’è una parte di bello che deve ancora venire e sono quei 90 mila metri quadri di parco, la biblioteca degli alberi, concepito come un giardino botanico contemporaneo, in grado di ricucire il buco urbano tra i quartieri Garibaldi, Porta Nuova, Isola e Centro Direzionale. L’inaugurazione è prevista durante il semestre Expo: sarà importante arrivare preparati.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 18, gennaio – febbraio 2014. Clicca qui per scaricare il magazine.

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