Milano 24 fotogrammi al secondo

Rocco e i suoi fratelli

Neorealista, esistenzialista, yuppie e futuristica… la Milano cinematografica ha mostrato nel corso dei decenni tutti i volti contraddittori di una metropoli moderna, regalando capolavori indimenticabili e film cult per i cineasti di tutto il mondo.

di Alessandro Cossu | 14 febbraio 2014

Ci sono città che sono cinema allo stato puro, la loro essenza catturata dalla macchina da presa dei più grandi registi e impressa per sempre nell’immaginario collettivo. La Roma dipinta a pennellate vivide da Fellini, la Parigi in bianco e nero fotografata da Godard e dagli autori della Nouvelle Vague o, ancora, la New York sincopata e schizofrenica dei film di Woody Allen sono patrimonio di tutti, conosciute e amate anche (e forse soprattutto) da chi non le ha mai visitate. Impossibile pensare che Milano abbia il fascino millenario della Città Eterna o possieda la maestosa fotogenia della Grande Mela, eppure, una parte della storia del cinema è stata scritta proprio all’ombra della Madonnina: tra capolavori indiscussi e b-movie divenuti cult per un’intera generazione di cineasti, la settima arte ha parlato spesso anche milanese, restituendo assieme alla descrizione della metropoli lombarda un ritratto puntuale dei principali cambiamenti socio-economici italiani. E allora… Ciak, si gira!

La storia della Milano cinematografica inizia già nei primi anni ’30, con il successo di Gli uomini, che mascalzoni…  di Mario Camerini che, oltre alle note di Parlami d’amore Mariù, rese celebre un allora poco conosciuto Vittorio De Sica. Ed è proprio il maestro del neorealismo a regalare quella che, ancora oggi, è probabilmente la “pellicola milanese” più nota e amata oltre confine, quel Miracolo a Milano criticato in patria e premiato all’estero, che è entrato di diritto nella storia del cinema, grazie alla sua straordinaria sequenza finale, con i protagonisti in volo sulle scope, sopra una piazza Duomo gremita di netturbini. Sono quindi il neorealismo prima e i film degli anni ’50 e ’60 poi a diffondere in Italia e nel mondo l’immagine di una Milano operosa e in rapida trasformazione, sopravvissuta alla distruzione della Seconda Guerra Mondiale e destinata agli enormi cambiamenti di un boom economico senza precedenti: tra i titoli più importanti di questa stagione d’oro per la cinematografia italiana, Cronaca di un amore e La Notte di Michelangelo Antonioni, Audace colpo dei soliti ignoti di Nanny Loy, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, Il Posto di Ermanno Olmi, l’episodio milanese di Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica e La classe operaia va in paradiso di Elio Petri. Un cinema, dunque, prevalentemente realistico, ancorato ai temi dell’attualità, come l’alienazione, l’immigrazione e l’industrializzazione nell’Italia del dopoguerra. Non mancano, tuttavia, commedie e titoli più leggeri: la trasferta milanese del “principe della risata” in Totò, Peppino e… la malafemmina è uno degli esempi più noti, che ha regalato indimenticabili gag sul classico tema Nord vs. Sud – chi non conosce le acrobazie linguistiche del “Noio vulevan savuar l’indiris”dei due protagonisti (italiani stranieri a Milano) davanti a un incredulo ghisa milanese?

Segnati in maniera indelebile dalla strategia della tensione e dal terrorismo, gli anni ’70 trovano un testimone prezioso in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio, che porta sullo schermo le contraddizioni della Milano del dopo Piazza Fontana, in un contesto di manipolazione politica e strumentalizzazione mediatica. In questi anni si sviluppa, però, anche il cosiddetto “poliziottesco”, genere cult che trasforma la Milano degli anni di piombo e della criminalità organizzata in una “Chicago all’italiana”, regalando titoli (nella vera accezione del termine) davvero indimenticabili, come Milano Calibro 9, Milano trema: la polizia vuole giustizia o Milano odia: la polizia non può sparare, inizialmente catalogati come b-movie e in seguito fonte di ispirazione per molti autori noir e pulp (il nome “Tarantino” vi dice niente?).
Arriviamo quindi agli anni ’80, all’insegna del benessere economico e del disimpegno politico: Milano diventa da bere e il linguaggio cinematografico inizia a meticciarsi con quello della tv privata, da cui il cinema prende in prestito volti e suggestioni. Virando verso toni più leggeri da commedia all’italiana, questa nuova stagione cinematografica vede affermarsi gli Yuppies di Carlo Vanzina & Co. (i vari De Sica, Calà, Boldi e Greggio) e Il ragazzo di campagna di Renato Pozzetto, due facce diverse della stessa “Milano gambe aperte…che ride e si diverte” cantata da Lucio Dalla nella sequenza iniziale di Un ragazzo e una ragazza di Marco Risi. Una vocazione, quella alla comicità, che prosegue anche nel decennio successivo, quando Milano è fucina di una nuova generazione di talenti comici e i maggiori incassi al botteghino portano la firma di Aldo Giovanni e Giacomo. Con Tre uomini e una gamba e i film successivi del trio, la città fa da sfondo a improbabili storie d’amore e fulminanti sketch comici, che rendono celebri angoli e atmosfere di una Milano romantica e un po’ naif (e non dite in giro che la statua utilizzata come canestro per la partita notturna di Chiedimi se sono felice non è mai esistita davvero!).

Ma il capoluogo lombardo è, per antonomasia, anche la città italiana sempre proiettata al futuro e in più di ottant’anni di riprese non poteva certo mancare una sua versione fantascientifica: Nirvana di Gabriele Salvatores riesce nell’arduo compito di portare sullo schermo un’inedita Milano futuristica, trasformando gli stabilimenti dell’Alfa Romeo del Portello in un immaginario “Agglomerato del Nord”, immerso nelle atmosfere cupe e claustrofobiche tipiche del cyberpunk.
E gli anni Duemila? Nell’ultimo decennio Milano è più che mai presente nella produzione del cinema italiano, divisa tra una propensione alla denuncia sociale (l’emarginazione e il disagio della periferia raccontata da Fame chimica, girato nel quartiere della Barona) e il bisogno di svago e di leggerezza (la Milano innocua e sospesa nel tempo delle commedie record di incassi di Checco Zalone). E stop!

Fotogramma dopo fotogramma, pellicola dopo pellicola, pare quindi che Milano possa giustamente essere proiettata tra le grandi capitali del cinema mondiale. E se con questa carrellata di titoli (una selezione sicuramente incompleta, semplificata e del tutto arbitraria) non siamo riusciti a convincervi, beh, non disperate: Milano è innanzitutto una città di teatro…

 

Filmografia parziale

Gli uomini, che mascalzoni… (Mario Camerini, 1932)
Cronaca di un amore (Michelangelo Antonioni, 1950)
Miracolo a Milano (Vittorio De Sica, 1951)
Totò, Peppino e… la malafemmina (Camillo Mastrocinque, 1956)
Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy, 1959)
Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)
Il posto (Ermanno Olmi, 1961)
La notte (Michelangelo Antonioni, 1961)
Ieri, oggi, domani (Vittorio De Sica, 1963)
La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1972)
Milano calibro 9 (Fernando Di Leo, 1972)
Sbatti il mostro in prima pagina (Marco Bellocchio, 1972)
Milano trema: la polizia vuole giustizia (Sergio Martino, 1973)
Milano odia: la polizia non può sparare (Umberto Lenzi, 1974)
Il Ragazzo di campagna (Castellano e Pipolo, 1984)
Un ragazzo e una ragazza (Marco Risi, 1984)
Yuppies (Carlo Vanzina, 1986)
Nirvana (Gabriele Salvatores, 1997)
Tre uomini e una gamba (Aldo, Giovanni & Giacomo e Massimo Venier, 1997)
Chiedimi se sono felice (Aldo, Giovanni & Giacomo e Massimo Venier (2000)
Fame chimica (Antonio Bocola e Paolo Vari, 2003)

 

Foto in apertura: set di Rocco e i suoi fratelli.

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