Effetto Perturbazione a Sanremo

Il sipario sarà anche calato su Sanremo, ma l’entusiasmo dei Perturbazione non lo è affatto: il cantante Tommaso Cerasuolo ci racconta di quel “frullatore emotivo” che è il Festival, dove la band ha conquistato pubblico e critica.

di Samantha Colombo | 27 febbraio 2014

Arrivare al Festival più importante della musica italiana e rendersi conto di essere finiti in un turbine di mosche impazzite, tra sonorità diverse, una moltitudine di persone, emozioni e scariche di adrenalina da “frullatore emotivo”. Poi, la liberazione: salire sul palco con le proprie canzoni e dare il massimo, in ogni istante. Così i Perturbazione approdano a Sanremo, dove conquistano il pubblico in sala, davanti alla tv e sui social network, aggiudicandosi il Premio Sala Stampa Lucio Dalla e piazzandosi al sesto posto nella classifica finale.
Al Festival, la band di Rivoli, città a pochi km da Torino, porta due brani dalle anime profondamente diverse, ma accomunati da una melodicità intesa, che si muove tra la leggerezza dell’ironia e la meticolosità del dettaglio: L’unica, che passerà il turno accedendo alle fasi finali, e L’Italia vista dal bar, uno spaccato del nostro Paese, visto dall’osservatorio quotidiano più animato di sempre. In più, si esibiscono in un tributo a Francesco De Gregori con La donna cannone, supportati dalla tiepida ed eterea vocalità di Violante Placido.
Oggi, quando il sipario di Sanremo è calato da ormai qualche giorno, Tommaso Cerasuolo è ancora brillante d’entusiasmo puro e contagioso. Così, la voce dei Perturbazione da oltre un quarto di secolo, racconta con franchezza ed emozione che cosa voglia dire salire sul palco più prestigioso, che si voglia o meno, della musica e della televisione italiana.

Innanzitutto, una domanda originalissima e che non ti avrà fatto nessuno, in questi giorni: com’è stato essere a Sanremo?
Ancora si cammina a un metro da terra! (ride, ndr) È stato molto bello ed emozionante, un frullatore emotivo! Nel senso che intanto è un contenitore molto eterogeneo e complesso, dove trovi sia grande affetto sia alcuni aspetti di crudeltà, visto che ci sono realtà molto diverse e molto variegate. La stessa cosa vale per tutto il lato promozionale, dove nello stesso giorno sei gettato dentro 58 interviste diverse e conosci persone molto diverse fra di loro. Hai poi la possibilità di conoscere gli altri musicisti, gli addetti ai lavori: in particolare, noi abbiamo collaborato con due donne straordinarie, Violante Placido e Andrea Mirò, che ha diretto l’orchestra ed è stata il nostro capitano nella tempesta.
Insomma, è un’emozione grandissima in cui poi, alla fine, il palco diventa qualcosa di liberatorio, che ti fa pensare “Ok, questo è il nostro spazio, dove nessuno può dirci cosa dobbiamo fare, siamo qui per cantare e suonare una canzone e per stare bene”. Alla fine trovi un’energia pazzesca! E poi siamo contenti della canzone che è passata: ci piacevano entrambe, ma avrebbero significato due strade differenti: L’unica è più in linea con come ci siamo presentati con Musica X (il disco pubblicato nel 2013 con l’etichetta Mescal, ndr) e i lavori degli ultimi anni, mentre L’Italia vista dal bar è più sullo stile dei dischi passati.
Alla fine, Sanremo è veramente un palco unico, che ti fa dare tutto quello che puoi in un colpo ed è un’emozione unica… per citare il titolo!

A proposito di questo, ricordo di un’intervista pochi giorni prima del Festival, in cui hai detto che l’obiettivo sarebbe stato essere voi stessi e non andare a Sanremo come se fosse l’esame di maturità: secondo te è stata questa la vostra carta vincente?
Sì, direi di sì. Non l’abbiamo presa come una prova ma, secondo me, nel modo giusto, con la consapevolezza di essere in un luogo dove ci sono certe regole di base che è bene rispettare. Così come non vai a una festa vestito come tutti i giorni, ma cerchi di metterti elegante per una tacita regola, così a Sanremo è bene presentarsi non come coloro che non vogliono cambiare in nessun modo, intransigenti. Intanto devi avere una canzone buona, perché il Festival è un’arma a doppio taglio: un po’ tutti temono quel palco proprio per questo. Noi siamo contenti perché la canzone è arrivata a tanti: certo, abbiamo una nostra storia e un lungo percorso, ma i numeri non sono niente se non hai una canzone buona. Questa è la prima cosa, la seconda è che è bello arrivare sul palco elegantemente, con una bella presenza, e abbiamo cercato di farlo anche in tour negli ultimi anni, curando come si sta sul palco e tutta la parte non soltanto emotiva ma anche spettacolare della performance.
Quello che facciamo da una vita è suonare canzoni e farlo nel miglior modo possibile, quindi non vedevamo Sanremo in questo senso come esame. È il festival della canzone, quindi devi andare lì con una buona canzone e fine.

Parlando proprio dei vostri concerti, la cosa un po’ straniante è ricordarsi di voi in ogni tipo di locale oppure nei grandi eventi, poi vedervi in tv subito dopo la Carrà!
È stato incredibile! La cosa pazzesca è che poi tu di festival ne vedi veramente poco dall’interno e ti rendi conto relativamente di quello che succede sul palco, perché dietro ci sono interviste, casini, tu che ti prepari e cose di questo genere. Ho visto un casco biondo passare nel backstage, a dieci metri da me e… quella era la Carrà! Ma i personaggi li sfiori appena. Ho intravisto anche Claudia Cardinale e poi ci ha consegnato il Premio!
È stata una cosa incredibile. Lo sanno solo in regia cosa sta succedendo, tutti gli altri si muovono come delle mosche impazzite. Quello che ti rendi conto, quando hai la possibilità di stare un po’ dietro le quinte, è la temperatura della puntata a seconda del silenzio che c’è dietro: quando ci sono cose belle, vedi tutti che guardano i monitor, ascoltano e inizia a calare il silenzio, applausi anche dallo staff tecnico e capisci che la puntata sta volando bene. Quando incomincia di nuovo a esserci brusio, come api operaie che cominciano a muoversi di nuovo, allora lì la puntata è normale e non c’è niente di particolare.

Perturbazione

Lasciando da parte la televisione e tornando alle canzoni: hai già detto che “L’unica” è più vicina al vostro stile attuale, mentre L’Italia vista dal bar è un po’ più impegnata, senza tralasciare l’ironia che è sempre presente nei vostri brani.
Quel registro, che cerca di non mettere in croce nessuno ma di provocare un ragionamento in qualche modo, rispetto a dei temi sociali, è sempre stata la nostra caratteristica. Non facciamo mai delle canzoni che siano dei proclama, più che altro cerchiamo di guardare le situazioni e farci delle domande.

Ed è stato difficile trovare un equilibrio tra questo vostro stile e ciò che prima definivi come il “vestito elegante” da indossare al Festival?
Non mi sembra, è un lavoro che abbiamo fatto tanto negli ultimi anni, come ti dicevo. Se siamo riusciti ad arrivare lì, è perché c’è stata una maturazione. Se fossimo stati i Perturbazione di cinque o dieci anni fa, non credo che saremmo riusciti ad accedere. Penso che sia un discorso, che abbiamo sia nei vari tour che nei dischi, di acquisizione di consapevolezza su come stare sul palco, cosa raccontare tra una canzone e l’altra, il racconto stesso della canzone, la performance in generale. Credo che, nonostante si sia provato molte volte ad andare, sia giusto essere stati messi alla prova, e non credo alla teoria del complotto per cui avremmo potuto essere stati scelti prima, penso che semplicemente non sia accaduto perché non eravamo pronti. Anche nella vita, tendiamo molto a piangerci addosso, in Italia, a dire che vanno avanti sempre e solito gli altri: a un certo punto ci si deve arrivare perché le canzoni diventano veramente popolari e non c’è solitamente il potere del play radiofonico, ma quello della canzone stessa, che si va in qualche modo a instillare dentro le coscienze, si riverbera e diventa parte del patrimonio culturale comune.
Al di là del successo momentaneo, le buone canzoni pop vivono di vita propria ed è il bello del mestiere che facciamo noi: tentiamo di scrivere canzoni pop, ma lo diventano nel momento in cui sono fatte proprie da tutti.

Oltre a questo lavoro su voi stessi, come Perturbazione siete abituati anche alle collaborazioni e a dividere il palco con altri artisti e sono numerosissimi!
Sì, ad esempio nel lavoro fatto con Le città viste dal basso (progetto musicale itinerante dedicato alle città italiane, ndr) abbiamo collaborato con molti e ci piace molto dividere il palco con altri. Si impara tantissimo: anzi, Andrea Mirò l’abbiamo conosciuta così, invitandola a questo spettacolo e da lì è nata l’amicizia che l’ha portata a dirigere l’orchestra a Sanremo. Oltre a metterti in gioco tu molto, impari un sacco di cose, nell’andare a vedere come una canzone è stata scritta da qualcun altro, come suonarla, farla un po’ tua: cresci tanto. Siamo riusciti nel tempo a mettere insieme i Tre Allegri Ragazzi Morti con Max Pezzali sullo stesso palco e nella stessa sera!

Visto che hai citato “Le città viste dal basso”: siete sempre stati coinvolti in eventi legati al territorio e anche non solo strettamente musicali, ad esempio per il “Concerto per disegnatore e orchestra”, in occasione della Torino capitale del libro: pensi sia importante per un artista sconfinare, non restare nel proprio guscio, oltre che aprirsi alle collaborazioni?
Se ha le capacità e l’interesse a comunicare con più linguaggi è fondamentale, oppure anche affidarsi ad altri e mettere la sua arte a disposizione di collaborazioni. Noi abbiamo la fortuna, siccome siamo in tanti al nostro interno, di avere delle competente non solo musicali: io mi occupo di animazione e di disegno, piacendomi molto il cinema, Rossano (il batterista, ndr) si occupa anche di scrittura. Abbiamo messo insieme questi linguaggi negli anni di spettacoli e ci piacerebbe molto continuare.
Per esempio, La buona novella di De André l’abbiamo risuonato tutto perché c’è stato il restauro del Sacro Monte di Varallo Sesia e da lì è venuta fuori l’idea. Anche Le città viste dal basso è stato scritto come un lavoro sulla città nato a Modena, da lì lo abbiamo replicato tante volte, adattandolo a situazioni diverse. Adesso, per l’estate speriamo che possa andare in porto il progetto di musicare un altro film muto qui a Torino (il precedente è stato Maciste, presentato al Traffic Free Festival del 2006, ndr), per la rassegna: riuscire a lavorare su Buster Keaton sarebbe davvero molto molto bello. Tutti questi spettacoli sono un qualcosa che ti dà molta energia in mezzo al tuo percorso tradizionale, fatto dell’alternarsi di dischi e concerti, e arricchisce molto tentare di trovare delle strade comunicative che incrocino dei linguaggi diversi.

Ricollegandoci a questi linguaggi diversi: durante il festival, sui social network c’è stato un grande fermento in vostro favore. Tu cosa ne pensi di questo mondo in relazione agli artisti?
Non mi sembra che tecnologia sia uguale a libertà di pensiero, credo sia un mondo complesso tanto quanto il nostro, quello reale, e dove quindi ci trovi un po’ tutto e il contrario di tutto. C’è molta comunicazione ma c’è anche molto umore del momento, così come puoi essere molto appoggiato, come è capitato per fortuna a noi, puoi anche essere osteggiato in modo un po’ antipatico. La rete è molto umorale. Non penso che quel mezzo si traduca in una maggiore libertà di pensiero, penso che sia molto veloce, immediato e non ti faccia sconti, si debba cercare di usarla senza venirne travolti. E poi, rispetto ad altri social, a Sanremo Twitter è esploso!

Prima stavamo parlando di come a Sanremo vi siate fatti conoscere da un pubblico enorme ma, in realtà, siete insieme dalla fine degli anni ’80 e avete affrontato un sacco di cambiamenti: si è passati dall’analogico al digitale, si sono formate e sciolte delle band… come vedi la scena italiana adesso?
In generale mi sembra che ai ragazzi spaventi un po’ quello che io chiamo il “secondo gradino”. Quando abbiamo iniziato noi era molto più difficile fare il primo: per arrivare al primo demo tape, ed era ancora una cassetta, facevi un po’ di gavetta, andavi a suonare in qualsiasi situazione e questa cosa era stimolante a livello creativo. Adesso ho la sensazione che si abbiano molti più strumenti comunicativi, che si affinino il linguaggio e la capacità stilistica in meno tempo e si raccolgano due o tremila follower nel giro di poco, magari avendo un sound ma non ancora le canzoni. E poi ci si disarma perché, nonostante tutto, le porte sembrano sempre tutte chiuse. Secondo me è una teoria del complotto un po’ stupida, nel senso che devi spaccarti tanto, fare tante cose, sporcarti le mani, non avere paura di andare in situazioni che non sono le tue, non viaggiare sempre in aree protette: questa cosa ti fa crescere, ti fa capire molto rispetto alla comunicazione. Sono cambiati gli strumenti, ma il mestiere è sempre quello: devi fare tanta strada, non devi arrenderti ma capire esattamente cosa vuoi dire e quali sono le cose che ti vengono meglio rispetto alle tue capacità. C’erano i Perturbazione agli inizi degli anni ’90 che volevano fare il grunge, i Nirvana e i Pixies, ma non avevano quel mordente e quel taglio così rock. Poi è arrivato il violoncello, ci sono voluti dieci anni per scrivere Agosto e capire che quel registro ci veniva meglio rispetto ad altro, con una liricità maggiore rispetto al taglio ritmico del rock’n’roll in inglese. Tutte queste cose sono state fatte grazie al non arrendersi e al capire meglio cose di te stesso che non del mondo.

Il tornado, al secolo Tommaso, saluta cordialmente: oggi è in studio con la band e le cose da preparare sono tante. Il 14 marzo i Perturbazione partono infatti in un tour serrato, debuttando a Verona, con l’intento di far sbocciare tutto il lavoro cesellato su Musica X e trascinare chiunque sull’onda dell’entusiasmo lasciato dalla città dei fiori e della musica. Tutto questo senza dimenticare il progetto di sonorizzazione del film di Buster Keaton, i pezzi in attesa in qualcuno dei numerosi cassetti e, perché no, fogli e spartiti bianchi che aspettano di essere riempiti.

I Perturbazione saranno alla Fnac di Milano (via Della Palla, 2 – ang. via Torino) venerdì 28 febbraio alle 18:00, per esibirsi in uno showcase e incontrare i fan. Per informazioni: www.fnac.it

Il tour approderà invece al Circolo Magnolia di Segrate (MI) il 16 aprile. Per tutte le date: www.perturbazione.com

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