Roberto Koch

Roberto Koch

ANCORA IN FORMA

Per quasi 10 anni Milano ha avuto nello Spazio Forma la sua “casa della fotografia”. Poi qualcosa si è rotto e Forma ha lasciato la sede storica. Il suo fondatore, Roberto Koch, racconta dei nuovi progetti futuri, perché non bisogna dimenticare che “la cultura produce risultati e la sua sostenibilità è una delle sfide per coloro che vi si impegnano”.

di Marilena Roncarà

Lo scorso ottobre è stata data notizia della chiusura della sede storica di Forma. Che cosa è successo?
È mancato ciò che serviva per assicurare quella continuità di azione in Piazza Tito Lucrezio Caro, ossia il riconoscimento richiesto alle istituzioni della città e ad ATM di preservare il ruolo che Forma ha avuto in questi quasi dieci anni di attività. Grazie alla copertura economica di Contrasto (casa editrice e agenzia fotografica fondata e diretta dallo stesso Koch, NdR) abbiamo realizzato un forte investimento nella rivalutazione dell’immobile di proprietà ATM, che prima del nostro arrivo era inagibile e fatiscente. Ma la nostra richiesta di vedere riconosciuto tale investimento attraverso alcuni anni di utilizzo in comodato gratuito dello spazio non è stata accolta.

Incomprensioni, polemiche, mancanza di dialogo…
Nel corso degli anni i rapporti con le istituzioni sono stati a corrente alternata, in certi momenti le abbiamo sentite più vicine, ma mai in modo definitivo.

È possibile fare cultura “sostenibile”? Lei ha parlato di resilienza, che cosa intende?
La resilienza, per mutuare il suo significato psicologico, è la capacità di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzati e addirittura trasformati positivamente. È quella qualità che spero sapremo avere nel continuare la nostra azione. Consiste nel capire “che – come diceva Vico – paiono traversie, ma sono opportunità”. Abbiamo spostato il nostro obiettivo sull’intero territorio nazionale e non solo su Milano. Speriamo di continuare nel nostro spirito di servizio per una comunità che desidera avere un luogo di confronto e riunione per la fotografia.

Dal 2005 alla fine del 2013: otto anni in cui a Milano la fotografia ha avuto una casa…
Considero il bilancio di quanto fatto fin qui molto positivo. Con grande emozione ricordo, per esempio, la mostra d’esordio dedicata a Gianni Berengo Gardin, la grande mostra di Richard Avedon, quella di Robert Mapplethorpe, la mostra di Koudelka e quella, straordinaria, dedicata a Mario Giacomelli che ha poi fatto il giro del mondo. E ancora l’incontro con Salgado o le conferenze di Ferdinando Scianna. Senza dimenticare i sette anni del Master in fotografia e la mostra su Milano dal titolo Milano un minuto prima.

La nuova sede di Forma negli spazi Open Care di Frigoriferi Milanesi è dedicata soprattutto alla valorizzazione dei grandi archivi fotografici. Quali sono i progetti per il futuro?
Per il 2014 abbiamo lanciato un convegno sulla Memoria della Fotografia, che si svolgerà ai Frigoriferi Milanesi dal 4 al 6 aprile prossimo. All’Auditorium Expo di Roma ha già debuttato la mostra In piena luce, di Herb Ritts (fino al 30 marzo). Abbiamo poi in programma la presentazione, prima a Venezia (alla Casa dei Tre Oci), e poi a Palazzo Reale a Milano, della mostra Genesi di Salgado e la prosecuzione delle attività didattiche.

Lei è nato e vive a Roma. Che cosa pensa di Milano?
Vengo regolarmente a Milano ogni settimana da 30 anni e la sento da tempo come un luogo anche mio. Ammiro la funzionalità dei servizi, l’iniziativa dei singoli, la facilità di poterla vivere: penso che Milano possa essere – anche in futuro – la città da cui prendere esempio. Ma vedo poco realizzata la capacità di trasformarsi in una vera metropoli internazionale e di accogliere e utilizzare le energie che provengono dai suoi migliori cittadini, dai giovani, dagli immigrati stranieri che sono portatori di nuove idee e sfide. Milano è seduta, come lo è l’Italia, impaurita e ferma. L’Expo e le grandi trasformazioni urbane in corso sono un’occasione unica, ma solo se verranno utilizzate al meglio. Milano deve reagire e riprendersi il ruolo e lo spazio che ha. Basta con la paura e l’arroccamento su privilegi consolidati, avanti piuttosto con nuove energie e fiducia. Serve intelligenza e ricambio.

Perché abbiamo ancora tanto bisogno dei fotografi e della buona fotografia?
Perché la fotografia ci aiuta a costruire la nostra memoria, e questo avviene attraverso il lavoro dei grandi fotografi, di quegli interpreti che sanno sintetizzare, in una o più immagini, quello che siamo e come agiamo, che ci permettono di costruire il ricordo di noi stessi.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 18, gennaio – febbraio 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

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