La vocazione di Andrea Saidu

Tecnico del suono per vivere, musicista per respirare: da Tortona, Andrea Saidu arriva domani sul palco delle Scimmie proponendo i suoi brani in acustico, dove ironia e senso del ritmo sono la chiave per arrivare direttamente al cuore.

di Samantha Colombo 11 marzo 2014

All’apparenza, sembra giusto un’amena località adagiata sui colli piemontesi. In realtà, Tortona può rivelare inaspettatamente il suo lato di fucina artistica, regalando l’incontro con personaggi di ogni tipo: dal musicista trasferitosi dall’Irlanda per muoversi tra folk e reggae, al gruppo gipsy in grado di animare ogni angolo del paese, per arrivare al cantautore che ha imbracciato la sua chitarra da adolescente in un garage e che, da allora, non ha più smesso.
Quest’ultimo è il caso di Andrea Saidu che, dopo aver passato una vita intera a suonare ovunque e lavorare come tecnico del suono, ha scritto il suo primo capitolo in studio e, in questi giorni, si appresta a sbarcare sui Navigli, salendo sul palco delle Scimmie.

 

L’autunno scorso è uscito il tuo disco, che si intitola “Ci vuole solo tempo” e che, in effetti, è stato un lavoro lungo!
Sì, abbiamo lavorato diversi anni con Sonic Factory, questa etichetta con cui collaboro sia come tecnico del suono, che faccio di mestiere, sia dal punto di vista artistico. Abbiamo iniziato quattro anni fa per fare questo disco e possiamo dire che… Ci vuole solo tempo di nome e di fatto! Però è una bella soddisfazione: il lavoro comprende una bella fetta di cose mie, messe poi insieme con la collaborazione di Egidio Perduca e Mauro Isetti, due ottimi arrangiatori. Il risultato è un disco di cantautorato, con però molta attenzione a musica e arrangiamento, senza niente di complicato: canzoni che siano dirette, ma con il gusto per il particolare, per la mescola di generi diversi, un po’ di reggae, funk ed elettronica.

Stai accennando a questi generi, anche antitetici tra loro, che ti hanno influenzato. Come hai fatto a riunirli tutti insieme?
Ho sempre ascoltato Ray Charles, Steve Wonder, i Police, Sting, la Dave Matthews Band, Pino Daniele e Lucio Dalla… non sono mai stato un rockettaro e ho sempre preferito la black music e tutti quegli artisti che hanno un certo atteggiamento verso il ritmo, canzoni che, ritmicamente parlando, ti prendono alla gola. Ho sempre cercato di mettere insieme sì le melodie, ma soprattutto il trasporto ritmico: è un ingrediente importante, al di fuori della melodia ti può mettere insieme pezzi diversi e farli funzionare.

Poi scorri la tracklist del tuo disco e trovi anche un “Disperato erotico stomp”… come ti è venuta questa idea?
Ho adorato artisti come Dalla, Fossati… trovo che, tra gli attuali, ci sia un po’ di gusto al cantautorato introverso, di ricerca personale e interiore che va benissimo però, per quello che è il mio modo di vedere e di scrivere, se in qualsiasi tema, in qualche maniera, non ci si mette dentro un po’ di disincanto, diventa difficile da comunicare e, alla lunga, meno efficace. L’ironia, e Dalla ne aveva in quantità infinita anche nei pezzi più impegnati, è una chiave importante.

Dalle tue parti, tra Tortona e Alessandria, sei stato coinvolto con una realtà importante, le Officine Marcovaldo. Credi possa essere un aiuto concreto per il territorio avere degli artisti attivi in prima persona nella promozione della musica e dell’arte?
Siamo un gruppo di cinque amici che si sono trovati con il piacere di fare delle cose per un posto i cui stessi abitanti sostenevano non avesse nulla da dare. L’abbiamo fatto per gioco, non abbiamo guadagnato un euro, però ci siamo divertiti, avevamo la voglia di tirare fuori un’idea per il puro gusto di farlo. Questo potrebbe essere uno spunto, un modo per dare spazio a chi vive dall’interno determinati ambiti, perché abbiano la possibilità di organizzare delle cose con competenza: se la serata musicale la organizza uno che con la musica non c’entra niente, e che magari ha solo doti organizzative, può venire sicuramente bene, ma con una percentuale minore rispetto a chi ha degli interessi e una passione. Tra noi c’era il musicista, il grafico, l’architetto e ognuno si contribuiva per quello che era il suo ambito di interesse.

Tu hai lavorato anche tanto in radio, oltre ad averla studiata. Come vedi la musica in relazione al panorama radiofonico, qui in Italia?
La radio ha un potere infinito: se domani cominciassimo a fare ascoltare sinfonie di Mahler a tutto spiano, dopo sei mesi di lamentele si inizierebbe ad apprezzarle. In questo momento, in cui parlare di musica in Italia vuol dire mettersi le mani nei capelli ancor prima di iniziare, le radio potrebbero essere un veicolo importante da più punti di vista: quello che manca veramente è una cultura musicale che parta dai ragazzini. Ho smesso di fare flauto dolce in seconda media e, se fosse stato per il sistema formativo, non avrei mai più toccato uno strumento. Fortunatamente la passione ha fatto il resto. Ci chiediamo come mai fare musica e vivere di musica sia difficile, bisognerebbe dirci che manca un punto importante di formazione. Se è impossibile far tornare tutti a scuola a studiare il flauto dolce, potremmo fare ascoltare più cose ben fatte, una radio in macchina l’abbiamo tutti, e poi c’è lo streaming, che è fondamentale.

 

Il 12 marzo, Andrea Saidu alle Scimmie suonerà per la prima volta, debuttando sullo storico palco milanese in duo acustico, accompagnato da Clod Magrassi: due chitarre e due linee vocali, semplicità ed efficacia. Ma la serata non finisce qui: ci sarà infatti anche Anna Cuomo, cantautrice napoletana in tour con il suo secondo disco, Vacilla.

 

Andrea Saidu @ Le Scimmie
Via Cardinale Ascanio Sforza, 49 – Milano
Mercoledì 12 marzo 2014, ore 22:00 (ingresso 10 € con consumazione)
Per informazioni: www.scimmie.it

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