Con Piers Faccini tra musica e poesia

Nella sua espressività si fondono poesia, musica e pittura: Piers Faccini racconta di come sia possibile vivere e respirare arte, a pochi giorni dal concerto alla Salumeria della Musica.

di Samantha Colombo 14 marzo 2014

Da oltre un decennio, ogni disco di Piers Faccini è il nuovo capitolo di una storia avvincente e inedita, dove i colori della musica e delle sue tele si fondono in un’unica poesia.
Meticcio per nascita, nato da padre inglese e madre francese, e spirito libero per vocazione, dopo aver pubblicato cinque dischi, Faccini torna sulle scene lo scorso anno con Between Dogs And Wolves, respirando a pieni polmoni una brezza nuova e avvolgente: grazie alla nascita della Beating Drum, sua personale etichetta discografica, l’artista aggiunge infatti alla propria tavolozza una libertà artistica a tutto tondo, in una sorta di vera rinascita. Così, al suo sguardo senza confini alle esperienze musicali più diverse e alla profonda devozione all’arte, si aggiunge la totale padronanza di tempo e ispirazione.
Del resto, il ritratto artistico di Faccini prende forma tra le urgenze espressive più diverse, dove parole, musica e pittura si fondono in un’unica materia. Lo si percepisce ascoltandolo, immergendosi nelle sue tele e chiacchierando con lui che, dalla sua casa in Francia, racconta di come la sua sensibilità intercetti influssi diversi e si esprima in un’arte che non ha confini, scrivendo versi, miscelando note e catturando immagini nei suoi dipinti.

 

A differenza dei precedenti lavori, “Between Dogs And Wolves” sembra molto più intimo e introspettivo, già dal punto di vista musicale. Non hai usato le percussioni, hai preferito piano e violoncello…
Ho sempre mischiato canzoni più ritmiche e più lente, ma con questo disco volevo conservare dall’inizio alla fine un colore intimo. Inoltre, ho iniziato la mia etichetta e mi sono trovato in una posizione di libertà artistica pazzesca: potevo fare tutto quello che volevo ed era fantastico, quindi mi sono imposto di voler fare quest’album più personale e intimo possibile. E poi l’idea era di riprendere un concetto che esiste nella musica classica indiana: scrivere per un’ora precisa. La teoria è che le canzoni siano legate a un’ora, un momento particolare, che sia l’alba o il tramonto, un momento fra una cosa e un’altra, fra la notte e il giorno. Il tono è molto calmo, perché mi sembrava corrispondesse bene a quell’ora che secondo me è la più poetica, senza definizione: né notte né giorno.
Ho usato questa metafora perché mi sembra la definizione della poesia, qualcosa che senti, che capisci, ma che non puoi spiegare, sempre “tra” due cose. Questo spazio tra giorno e notte è anche la metafora per parlare dello spazio che esiste fra amanti perché, quando amiamo qualcuno, è come se provassimo a ridurre questa distanza fra i nostri corpi e le nostre anime, e alla fine non ci riusciamo totalmente, perché è impossibile diventare un’altra persona, come è impossibile per il giorno diventare la notte. Questo è il concetto un po’ poetico su cui ho costruito queste canzoni.

Parlando proprio di poesia, tu sei poeta e cantautore, sembra che le tue canzoni siano scritte sulla base dei tuoi versi, che siano le parole a guidare la melodia.
Non penso di essere più una cosa che un’altra, però effettivamente spesso scrivo in modo che le parole possano esistere anche da sole. Tuttavia, anche quando scrivo solo parole, penso che alla fine rendano meglio con la mia musica. C’è anche questa tradizione della poesia di millenni fa, quando tra i greci i primi poeti cantavano i loro versi: mi piace molto l’idea che la poesia sia qualcosa che, all’inizio, si cantasse sempre.

Tornando alla musica, prima hai parlato di un’ispirazione indiana per questo disco, mentre nei lavori precedenti ci sono influenze del blues del Mississippi, del Mali… come fai a dare un equilibrio a tutti questi influssi?
Le influenze della musica africana, del country blues, del folk britannico esistono da anni. Quando ho iniziato a scrivere, a 18 anni, ero un po’ in confusione e non capivo come avrei potuto scrivere qualcosa di mio essendo influenzato egualmente da Nick Drake e da Skip James: era solo una questione di tempo per trovare il mio stile e il mio modo di scrivere, il mio colore. Ma non c’è una scrittura originale nel mondo, si può sempre sentire chi è dietro, chi sono i maestri: è la storia, quando ascolti Bob Dylan così come PJ Harvey. Avendo delle influenze diverse mi sono preso un po’ più di tempo. Ho iniziato intorno ai 15 anni, ma solo verso i 28 ho cominciato a capire il mio stile: ho avuto una gestazione abbastanza lunga, ma l’importante, alla fine, è arrivare a trovare qualcosa che sia originale.

 

L’ultimo disco firmato da Faccini conquista, ancora prima che all’ascolto, con un semplice sguardo: il cd è infatti accompagnato da un vinile, un libro scritto e illustrato dallo stesso autore e un altro album dal titolo Songs I Love, dove i brani di grandi artisti sono filtrati dalla visione musicale di Faccini. Sebbene questo sia il frutto della creatività e del lavoro di una piccola etichetta, come racconta lo stesso artista, sono state vendute ad oggi circa 700 copie: un traguardo importante per un oggetto che non è un semplice disco impacchettato e consegnato al pubblico, ma una vera e propria opera d’arte.

 

Quello che stai dicendo si nota molto anche nella cura del dettaglio che hai, nella volontà di offrire un qualcosa di unico a chi ti ascolta: penso ad esempio all’edizione limitata dell’ultimo disco, con il vinile e il libro disegnato da te.
Oggi le abitudini degli ascoltatori sono cambiate totalmente rispetto al passato, la maggior parte della gente non compra più cd o vinili, ma ascolta in streaming e quindi mi sono detto: quando avrò la mia etichetta, voglio provare a creare degli oggetti molto belli e curati per questa minorità di persone che vuole ancora comprarsi un disco. Se oggi qualcuno desidera un vinile o un cd, l’oggetto deve essere curato benissimo, altrimenti non c’è senso nell’acquisto. La cura dell’oggetto è una cosa che mi viene naturalmente perché sono anche pittore ed è un modo per me di creare cose nuove e ancora più personali. Oggi sono molto contento perché, con quest’album e tutti gli oggetti creati intorno, ho avuto tantissimi messaggi di fan che mi seguiranno anche nel futuro, perché ho mostrato che faccio le cose con cura e con amore.

 

Una simile dedizione non resta inoltre confinata tra le opere firmate da Faccini. In questi giorni, ad esempio, viene pubblicata la ristampa di Hai paura del buio? degli Afterhours, nella quale Piers Faccini partecipa interpretando il brano Come vorrei. Proprio il violinista della band milanese Rodrigo D’Erasmo, già al lavoro con Piers, gli suggerisce che questa canzone sarebbe stata perfetta per essere filtrata attraverso la sua sensibilità.
Un altro segno di come la forza e la rarità di un simile artista, nel senso più ampio del termine, conquisti con una naturalezza disarmante, muovendosi e crescendosi giorno dopo giorno. La prossima settimana, l’appuntamento è a Milano, sul palco della Salumeria Della Musica.

 

Piers Faccini
Salumeria Della Musica
Via Pasinetti, 4 – Milano
Lunedì 17 marzo alle 21:30, ingresso: 15,00 euro
Per informazioni: www.lasalumeriadellamusica.com

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