Roberto Vecchioni

Roberto Vecchioni

OTTIMISTA CON VANTO

Alle prese con le date 2014 del suo “Io non appartengo più Tour”, l’inossidabile cantautore milanese ci spiega perché, nonostante il nome della tournée, pensa positivo e crede ancora nei giovani.

di Simone Zeni
Foto di Paolo De Francesco

Il tuo tour è iniziato a febbraio, come sta andando?
Benissimo. È, come sempre, un’esperienza emozionante e gratificante: per me, per i musicisti e per chi viene ad ascoltare. Nel 2013 16 date con una media spettatori di oltre 2 mila a sera non sono male per un vecchietto come me. Scherzi a parte, credo che il pubblico abbia compreso perfettamente, sin da subito, l’importanza dell’ultimo disco e il relativo tour. Posso dire che c’è stato un forte senso di appartenenza alla non appartenenza, così il tour è stata l’occasione per condividere, con tante persone, i sentimenti e le emozioni che vanno conservate, difese, coccolate. Ora tra marzo e aprile sarà la volta di altri teatri, molti nel sud Italia.

Il tour ha preso il nome dall’omonimo album. A cosa non appartiene più? Quale sentimento più di altri caratterizza il disco?
La difesa dei valori eterni che caratterizzano l’uomo e la sua storia. Dentro un’epoca incerta e a tratti indecifrabile, dove sinceramente è persino difficile schierarsi o capire esattamente da che parte stare, ho rimesso i valori antichi al centro della mia vita e quindi delle mie canzoni: la famiglia, l’amore, le amicizie profonde, i sentimenti che a volte, in certi periodi storici, possiamo dare quasi per scontato, ma che in realtà sono gli unici che abbiamo sempre e comunque al nostro fianco quando, dopo tante lotte, dopo tanti sogni sventolati come bandiere, ci sentiamo traditi e dispersi. 

Numerosi amanti del cantautorato italiano guardano ancora con serio sospetto il talent show. Lei che opinione ha di questa calata di cantanti sfornati dalla Tv?
Capisco i sospetti e la diffidenza, però in questo, come in altre situazioni, si corre il rischio di giudicare da una torre d’avorio e di non prendere in considerazione i cambiamenti della società, quindi dei gusti e delle opportunità di comunicazione. Io difendo l’idea che è molto più importante essere se stessi e che, rimanendo se stessi, si può andare ovunque: non è il luogo che fa, ma chi si è. Se non avessi avuto questa convinzione non sarei mai andato al Festival di Sanremo, che è molto lontano dalla mia carriera artistica.

Ci sono giovani nel panorama italiano che trova interessanti?
Certamente. I Negramaro del mio amico Giuliano, con il quale abbiamo scritto un brano contenuto in Io non appartengo più, e sono stato io a chiedergli questa collaborazione perché lo considero il miglior autore giovane d’Italia. Poi mi piace l’estemporaneità di Caparezza, l’ironia con la quale affronta temi seri, oppure Gualazzi, un’altra scoperta di un’altra mia carissima amica, Caterina Caselli. 

Attualmente insegna all’Università di Pavia e prima ha avuto diverse esperienze in altri atenei. Prof., proprio non riesce a stare lontano dall’insegnamento?
Stare dentro l’insegnamento vuol dire vivere insieme con i ragazzi e questo ti aiuta a stare bene, a tenere la mente sempre aggiornata. Come ho detto più volte, è molto più ciò che i ragazzi hanno dato a me che viceversa.

Un magazine su Milano non può che nominare Luci a San Siro, canzone che ha segnato un’epoca e un immaginario di Milano ben precisi. Com’è cambiata, a suo avviso, la città negli anni?
Nelle atmosfere, nell’anima della sua gente è cambiata Milano, ma siamo cambiati anche noi, perché i ragazzi che facevano l’amore in zona San Siro sono diventati uomini, poi padri, persino nonni, e dunque è cambiata la loro prospettiva di osservazione della vita e quindi della città. Gli anni Sessanta e Settanta a Milano sono stati pazzeschi, stracolmi d’impulsi, di vibrazioni, di qualità nella riflessione e persino nel divertimento fine a se stesso. Li ho vissuti e mi godo i ricordi, ma non sono tra quelli che ragionano esclusivamente al passato. C’è del buono anche oggi e ce ne sarà ancora di più domani. A settant’anni brillo di ottimismo e me ne vanto molto.

E se dovesse scrivere una canzone ora, dedicata a Milano, a quale quartiere la dedicherebbe?
Alle mie zone, dove sono cresciuto, dove abito, quindi Porta Venezia, Stazione Centrale, Brera, via Solferino. E, senza scrivere una nuova canzone, a tutte loro, e alla gente di questi quartieri, dedicherei Sogna ragazzo sogna: i giovani devono avere la voglia, il coraggio di prendere in mano Milano e non solo.

 

Roberto Vecchioni

Intervista pubblicata su Club Milano 19, marzo – aprile 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

Commenti

commenti

Be first to comment