Stefano Giovannoni

Stefano Giovannoni

NEMICO DEI LUOGHI COMUNI

Tra i designer italiani della generazione di mezzo è quello che ha sperimentato di più, bypassando il dio “mobile” e progettando per tutti i settori, dall’oggettistica di grande pregio, all’elettronica di consumo, al food. E il più lungimirante nell’apertura ai mercati dei paesi emergenti come la Cina. Milanese per scelta (professionale), lontano dall’establishment, osserva con disincanto e un filo di tristezza il declino culturale della città e per il futuro pensa alla mobilità, soprattutto elettrica.

di Paolo Crespi
Foto di Matteo Cherubino

 

Cosa ti ha portato qui tanti anni fa e cosa ti impedisce oggi di scappare, oltre naturalmente a questo luogo splendido, che è insieme abitazione e studio e che sembra fatto a tua immagine e somiglianza, con l’inclusione di molti pezzi dei tuoi colleghi?
Ho studiato a Firenze e per un po’ ci sono rimasto. All’epoca era una città molto interessante per la ricerca, vivevamo in un periodo post-radicale, di grande fermento. Ma per il lavoro dovevi già venire a Milano, perché quel clima funzionale alla sperimentazione diventava sterile quando si parlava di professionalità vera, di rapporto con le aziende.

Come definiresti il tuo legame con questa città? Che cosa ami e cosa detesti di Milano?
In effetti non l’ho mai amata così visceralmente da riuscire a detestarla. Sicuramente di Milano mi piace l’aspetto più professionale, essenziale per lavorare. Sul piano dell’offerta continua a darti più di altre città, mentre dal punto di vista culturale non vive certo un momento di grande energia…

Per l’Expo dicono tutti che ci vorrebbe uno scatto d’orgoglio. Tu cosa faresti per migliorare la vivibilità di Milano e hinterland?
Premesso che da persona libera, che si tiene alla larga dal potere e da tutto ciò che rappresenta, non sono stato né sarò mai coinvolto progettualmente dalle nostre istituzioni (in verità piuttosto a corto di idee, qualità e determinazione), la prima cosa da fare, secondo me, è rilanciare Milano come una delle capitali europee. Dei talenti delle generazioni successive alla mia, non ce n’è uno che riesca a sbarcare il lunario nel mondo del design e la colpa è anche di questo clima culturalmente infelice che non aiuta certo i giovani. Viviamo in un mondo che deve veramente resettarsi. Prima arriviamo al livello zero e prima ripartiamo. 

Piano B: se non facessi questo lavoro, cosa faresti?
Mi sarebbe piaciuto fare l’artista, forse non è troppo tardi… E poi ci sono le mie passioni: la pesca e la cucina.

Com’è il tuo rapporto con il cibo?
Totalizzante. Amo tutto ciò che riguarda la cultura del cibo, il suo contesto e la sua preparazione. Così nel tempo ho progettato cucine e posate e spesso mi hanno chiesto guide o interviste in tandem con i cuochi. Fare acquisti alimentari è una delle cose che più mi diverte, il sabato mattina. A volte, per trovare il pesce migliore – il sushi è una delle mie specialità – mi spingo fino all’ortomercato.

Un piatto nostrano che ti riesce particolarmente bene?
I fusilli con il tonno, naturalmente crudo. Preparo un sughettino base e un battuto di tonno, capperi e origano. Dopo averla cotta, ci salto la pasta, guarnendo alla fine con fettine di tonno crudo, frutti di cappero e pan grattato croccante, saltato in un’altra padella. Semplice, ma efficace.

In tutte le immagini che ti ritraggono sei vestito prevalentemente di nero, in contrasto con il mondo ipercolorato che ti circonda e che tu stesso hai contribuito a creare. Perché?
Ho sempre aspirato alla divisa, indossandone per un po’ persino una “alla cinese”, con il colletto chiuso. Vestirmi la mattina era una cosa che quasi mi infastidiva, così ho scelto un elemento neutro, costante, sul quale non dovermi esprimere o perdere tempo.

A cosa pensi all’inizio di un nuovo progetto?
Quando comincio a ideare un nuovo prodotto mi muovo a 360 gradi, raccogliendo tutti gli input possibili, che naturalmente vengono filtrati dal mio background. Cerco sempre di impostare il lavoro concettualmente, trovando idee forti e facili da comunicare. In particolare punto a dare all’oggetto un potenziale espressivo che venga immediatamente recepito dal pubblico. Poi, in base alla mia esperienza nel manovrare idee e concetti, sperimento, per ogni tipologia che devo affrontare, una serie di possibilità alternative, le visualizzo tridimensionalmente, le peso, le valuto con mia moglie e con i miei assistenti e cerco di capirne il grado di appeal sul pubblico, il solo che può decretarne il successo.

Dei tanti oggetti iconici che hai realizzato nel corso del tempo, dallo sgabello Bombo al telefono Alessi, a quale sei più legato?
Credo, senza paura di smentite, che il primo lavoro per Alessi fosse un progetto veramente forte, importante: il vassoio Girotondo, un’icona figurativa che esprimeva un rapporto con la cultura popolare e includeva già tutto ciò che è successo negli anni seguenti con i prodotti in plastica. Un grandissimo successo anche commerciale, con otto milioni di pezzi venduti, che ha cambiato l’azienda negli anni Novanta. È da lì che è partito tutto.

In seguito hai disegnato veramente di tutto, dalle caramelle, ai gelati, ai telefonini…
Posso dire di essermi salvato professionalmente decidendo di evitare di disegnare mobili, a differenza dei miei colleghi che si sono quasi tutti concentrati su questo settore super inflazionato. L’averlo bypassato mi ha permesso di acquisire esperienza e professionalità a tutto tondo, sono probabilmente il designer che ha abbracciato l’arco più ampio di tipologie, compresi i prodotti elettronici, realizzati per aziende leader come Samsung, Toto, 3M o la cinese ZTE, con cui ho prodotto uno smartphone comprato già da 16 milioni di persone…

Sarai anche alla prossima Milano Design Week?
Al Salone faccio solo cose che mi capitano, nel senso che non me le vado a cercare. Sarò presente con una nuova edizione del bagno Alessi, una linea molto longeva che si sta evolvendo con nuove declinazioni di prodotto, tra cui lavabi di grandi dimensioni, oggi molto apprezzati. Ho inoltre disegnato una famiglia di prodotti per esterni per Vondom (divano, poltrona, poltroncina, sedia e tavoli) e una nuova cucina per Veneta Cucine. Infine il primo oggetto di una nuova storia, un tavolo piuttosto eccezionale, in marmo bianco di Carrara, sorta di albero, con le sedie a forma di coniglio, esposto in una galleria di Lambrate.

Cosa ci riserva il futuro?
Considerando anche il mercato cinese, al quale sto cercando di introdurre alcune aziende italiane, spero di riuscire a lavorare sulla mobilità elettrica – biciclette, scooter, automobili – e su nuovi prodotti elettronici per il pubblico giovane, con nuovi brand creati ad hoc. Oppure su oggetti d’arte, pezzi a tiratura limitata. Tutto quello che c’è nel mezzo, fra oggetto industriale e opera d’arte, mi interessa veramente poco. D’altra parte il mondo del design, per come l’abbiamo conosciuto nella nostra tradizione, ha i giorni contati.

Puoi spiegarti meglio?
Beh, è cambiato il mondo ed è cambiata la distribuzione. Il vecchio sistema, dall’azienda produttrice, all’azienda brand, al negozio, oggi non funziona più, perché tutto deve avvenire al massimo in due step, dal produttore all’azienda che commercializza. E il canale Internet diventa sempre più importante. Il potenziale è enorme, anche se ancora nessuna azienda è tarata per il cambiamento. Nel nuovo contesto, il designer potrà occuparsi della vendita dei propri prodotti.

Oggi il tuo lavoro si intreccia molto spesso con l’Estremo Oriente e in particolare la Cina. Che cosa ci insegnano questi nuovi pubblici e questi nuovi mercati?
Sono mercati molto primitivi, con un livello di consumi paragonabile a quello che avevamo in Italia nel secondo dopoguerra, ma il mercato cinese nel prossimo futuro sarà “il Mercato” e su quello tutte le aziende saranno costrette a tararsi. La cosa interessante è che lì c’è ancora tutto da fare. Le aziende dovranno combinare quantità e qualità e il governo ha capito che il design è una leva fondamentale per elevarle dal ruolo di fornitori al ruolo di brand. La trasformazione in atto porterà a un’evoluzione del mercato e sarà determinante anche per il successo di qualsiasi azienda che voglia essere veramente globale. Credo che l’alleanza con China Telecom sia l’operazione più importante realizzata dalla Apple del dopo Jobs.

Ha ancora senso parlare di made in Italy?
Su quest’espressione si è fatta troppa retorica maldestra. Abbiamo ancora il miglior know how in molte discipline fra cui il design, ma stiamo perdendo colpi. Quando in questo paese le istituzioni si occupano di cultura riescono ogni volta a ribaltare il senso e i valori in campo. È il trionfo del neo-peggio! Nella mostra in Triennale sugli anni Settanta sono riusciti a “dimenticarsi” di Ettore Sottsass!

Come definiresti il tuo rapporto con la musica?
Intenso. Mi sarebbe piaciuto suonare e praticare, da giovane. Probabilmente non ero dotato, ma mi è rimasto dentro un amore grandissimo, che oggi si manifesta in un’attenzione quasi maniacale per tutto ciò che viene pubblicato: nell’era della musica liquida sono probabilmente il consumatore di CD più assiduo della città. Una quantità di dischi perfino difficile da ascoltare.
I generi? Praticamente tutti, dall’elettronica al jazz. Della produzione odierna apprezzo il livello qualitativo mediamente alto: forse non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario, come negli anni d’oro, ma una qualità diffusa molto interessante. Si sta avverando il sogno di un società creativa in cui i musicisti non sono più i venti gruppi top che hanno fatto la storia del rock negli anni Settanta.

Un maestro e un allievo a cui sei particolarmente legato?
Agli esordi della mia carriera ho seguito Sottsass e Mendini. Ma il mio maestro è stato Remo Buti, un grande personaggio dell’architettura radicale fiorentina al quale devo parecchio di quello che so. Non ha realizzato tanto, ma negli anni Ottanta uscivi dalle sue lezioni all’università veramente carico, perché era vent’anni avanti. Di allievi che mi hanno lasciato per prendere (giustamente) la loro strada ce ne sono stati tanti. Ma tre di loro erano veramente dotati e ora mi mancano: Jerzy Seymour, canadese, impegnato sul versante artistico, Alan De Cecco, capo grafico del grande studio londinese Native, e la giapponese Rumiko Takeda, che ha aperto il proprio studio. Naturalmente a Milano.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 19, marzo – aprile 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

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