Alessandro Mendini

Alessandro Mendini - Foto Carlo Lavatori

LA POETICA DEGLI OGGETTI

Difficilmente classificabile all’interno di un’unica categoria creativa, Alessandro Mendini incarna, con il suo poderoso corpus di opere, quella colorata gioia di vivere che fece seguito agli anni cupi del nostro dopoguerra. Il suo atelier, fondato a Milano nel 1989 con il fratello Francesco, è ancora un luogo in cui il pensiero si mette in moto. Con leggerezza e ironia.

di Alessia Delisi
Foto di Carlo Lavatori

Nato a Milano nel 1931, Alessandro Mendini non è solo il protagonista degli ultimi cinquant’anni di architettura italiana: fautore di quella rivoluzione concettuale che negli anni Ottanta nel campo del design, afferma la possibilità di attingere idee e immagini dalla tradizione, abbandonando il problema dell’originalità a ogni costo, nel corso della sua lunga carriera Mendini si è lasciato sedurre anche dal giornalismo, dall’editoria, dall’arte e dalla pittura. I suoi oggetti sono ormai entrati a far parte dell’immaginario storico contemporaneo, da quelli realizzati per Alessi fino al Mobile Infinito con cui nel 1981 vinse il secondo Compasso d’Oro, passando naturalmente per la celebre Poltrona di Proust, dedicata allo scrittore della Recherche.

Oltre che un protagonista dell’architettura e del design, lei ne è anche un critico e un teorico: suo è ad esempio il concetto di “design banale” inteso come codice estetico che ammette la citazione e che in questo modo riabilita l’inautenticità, l’incongruenza e l’incompletezza. Come si concilia quest’idea con il determinismo insito in ogni progetto?
In un’epoca come questa di incertezze politiche, sociali e culturali, ogni progetto che si ponga come determinista mi sembra sia in errore. I progetti devono oggi essere aperti, disponibili e sufficientemente dinamici da potere assorbire aggiustamenti nel percorso.

Con il claim Interiors of Tomorrow, la scorsa edizione del Salone Internazionale del Mobile prometteva di riempire di innovazione i padiglioni del quartiere fieristico di Rho. Come vede il futuro del design?
Il design oggi ha tante possibilità, ma ogni strada aperta è percorribile con breve e difficile visibilità. Bisogna solo sperare che torni un po’ di luce.

Design e artigianato: come cambierà secondo Lei il mondo del design quando fabbricazione digitale e stampa 3D saranno realtà consolidate?
La trasformazione del rapporto fra design e artigianato è in pieno svolgimento e certamente, al di là della mitologia e della retorica, l’adozione delle stampanti 3D è un vero avvenimento.

Cosa ne pensa della dialettica tra la vetrina degli spazi di Rho-Pero e la dimensione di spettacolarità che contraddistingue invece il Fuorisalone e i suoi distretti?
L’anarchia degli avvenimenti del Fuorisalone e dei distretti è molto salutare al burocratismo merceologico che si svolge dentro la fiera di Rho.

A partire dalla via più cinese del capoluogo meneghino, nasceva lo scorso anno il Fuorisalone Sarpi Bridge che promette di diventare il nuovo ponte di collegamento tra Oriente e Occidente. La Cina è vicina?
La Cina è vicina al di là di quanto avviene in via Sarpi. Tutto il nostro sistema design ha ed avrà sempre più dei rapporti strutturali con la Cina: nella scuola, nella progettazione, nell’industria, nella cultura. Il numero dei ponti fra Oriente e Occidente continua ad aumentare.

Tra le design week internazionali ce n’è una che secondo lei potrebbe fare concorrenza a quella milanese?
Credo che per ora le Design Week sparse nel mondo non abbiano la forza né energetica né dimensionale per mettere in crisi la nostra tradizione. Anche se certi picchi culturali sono più forti in città lontane da Milano. 

Lei è ormai un personaggio assai affermato, nel corso della sua lunga carriera si è mai sentito un principiante?
La domanda è simpatica e la mia risposta sarà retorica: sì, io mi sento tuttora un principiante. 

C’è un luogo a Milano che ha ispirato qualcuno dei suoi progetti?
Il luogo di affezione che ha fatto da incubatore dei miei pensieri e dei miei progetti è la bellissima casa metafisica dove sono nato, disegnato nel 1930 dall’architetto Piero Portaluppi. È un esempio di una Milano Doc.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 19, marzo – aprile 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 
In chiusura: la celebre Poltrona Proust, realizzata da Mendini nel 1976.

Commenti

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1 Comment

  • Rispondi aprile 14, 2014

    Annamaria Salinari

    …gentile Mendini, di ponti ce ne sono ma ben pochi vengono creati per farci transitare TUTTI …e questo é il ponte che stiamo creando noi cercando di dare opportunitá a tutti coloro che non ne hanno ma sono di qualitá…cercando di creare progetti e brand in collaborazione con orientali per creare lavoro agli occidentali….ma non ai soliti!

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