Gisella Borioli

GisellaBorioli_by Giovanni Gastel

IL FUORISALONE NON È L’OKTOBERFEST

Come si colloca oggi Milano nel panorama del design internazionale? Da primatista assoluta nel mercato del mobile, il rischio di venire scalzata dall’emergenza di altri poli internazionali è reale. Ne abbiamo discusso con Gisella Borioli, giornalista e AD di Superstudio Group, azienda pioniera, che è il cuore pulsante di zona Tortona. 

di Jean Marc Mangiameli
Foto di Giovanni Gastel

Per il 2014 si è finalmente arrivati a creare il famoso “sistema” tra fiera e attori esterni, di cui da tanto si parla?
È un anno un po’ storico perché, per la prima volta, ci sarà un tavolo di lavoro comune. Grazie soprattutto all’impegno dell’assessore Cristina Tajani, si sono aperti dei canali di dialogo tra i diversi distretti del “fuorisalone” e il COSMIT. Il Comune si sta attivando affinché il palinsesto e la comunicazione questa volta avvenga a 360°; d’altronde era assurdo tenere tutti questi attori separati. Speriamo che porti i risultati che merita, valorizzando e tutelando i circuiti ufficiali.

 Effettivamente negli ultimi anni c’è stata un po’ troppa confusione a Milano…
La settimana del design stava vedendo infiltrarsi troppi operatori meno professionali che hanno parcellizzato troppo il calendario degli eventi, minacciando un mercato di professionisti, già sofferente per via della crisi. È difficile tutelare i punti di forza della città se troppi erodono la torta.

Qualcuno però potrebbe obbiettare dicendo che la Design Week è un’opportunità per tutti.
Ma non tutti riescono a fare un discorso veramente professionale. Lo scopo della settimana del design è di portare a Milano gli addetti ai lavori dell’industria, gli uomini d’affari. A questo, negli ultimi dieci anni, si è aggregato il pubblico generalista dei festaioli che ha fatto gola a troppe imprese collaterali che ne hanno intravisto il business. Il “fuorisalone” non è l’Oktoberfest, serve all’economia del design, come le Fashion Week servono alla moda.

Parliamo della prossima edizione del Temporary Museum for New Design. Quali novità?
Quest’anno avrà due anime: una che occuperà il salone centrale con grandi installazioni, momenti emozionali, riflessioni su dove sta andando la cultura, più interazioni con l’arte. Un’altra si chiamerà Superdesign, curata insieme a Giulio Cappellini (direttore artistico dell’evento), e darà visibilità alle produzioni internazionali che più rispondono a ricerca e innovazione. Due temi predominanti: The World is Here per valorizzare le presenze straniere e le diverse aree geografiche e The Futureis Now, che raccoglierà gli oggetti che realisticamente useremo nei prossimi anni. 

Recentemente si sono festeggiati i 30 anni di Superstudio, gli iconici studi fotografici di via Forcella 13, un evento importante per Milano e per il sistema della moda. Un bilancio?
Sono contenta di quello che abbiamo fatto nei 30 anni di Superstudio, come anche nei quasi 15 di Superstudio Più, sia come centro della moda sia come polo per attività culturali. È un’impresa italiana, nata da una famiglia di creativi che ci ha messo l’anima, risparmi e sogni, facendola decollare. Non posso che essere orgogliosa! 

Se le chiedessi di guardare al futuro?
Come traguardo a breve termine, vorrei arrivare all’Expo 2015 assieme a tutte le altre eccellenze di questa città, con la speranza che le nostre imprese non diventino solo merce di acquisto delle grandi holding straniere. Al contempo sto anche valutando l’espansione dell’azienda. Ultimamente ho ricevuto diverse richieste dall’estero per ospitare il Temporary Museum for NewDesign. Il nostro futuro guarderà anche al di fuori dei confini italiani.

Giulio Cappellini ha dichiarato che oggi molte aziende italiane invece di fare innovazione si soffermano troppo sul concetto di lifestyle. Non è che anche questo incide negativamente sulla percezione della Design Week?
È un po’ quello che è accaduto con la rivoluzione digitale; oggi tutto si è parcellizzato, ciascuno dà notizie, twitta, e immette informazioni senza il filtro dei giornalisti. Questo ha un lato positivo e uno negativo perché ognuno può mettere in circolo notizie senza fonti, mezze verità; il pubblico fa fatica a distinguere il vero dal falso. Così sta succedendo anche nel design; se si presenta tutto sotto lo stesso tetto – qualità, pazzia, gadget – il pubblico deve fare un bello sforzo per distinguere il buono dal cattivo. Per fortuna il made in Italy va ancora forte e ci sono i paesi emergenti che hanno sempre fame del design e della creatività italiana. 

Un posto a Milano che ama particolarmente?
La Triennale. Trovo che sia viva, piena di giovani. È un posto aperto, piacevole, nel verde e nel centro di Milano, dove l’offerta culturale è per tutti i livelli.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 19, marzo – aprile 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

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