Il ritorno degli Estra

Dopo dieci anni di silenzio, la band di Treviso torna sul palco, con brani di rock d’autore che hanno segnato generazioni di artisti e ascoltatori: per l’occasione Giulio Casale, loro voce e anima poetica, si racconta tra musica, poesia, teatro e l’importanza inalienabile del cambiamento.

di Samantha Colombo | 4 aprile 2014

Profonde venature poetiche, dalla straordinaria forza espressiva, sorrette da linee melodiche in grado di scardinare le emozioni alla radice: questo sono stati gli Estra, e sono tutt’oggi nel riascoltare la loro discografia, saltati fuori dalla Treviso dei primi anni ’90 per conquistare i palchi e le coscienze di tutta la penisola già al debutto, con il disco autoprodotto Mentre il mondo era fuori.
Eppure, dopo appena un decennio di carriera e quasi inaspettatamente, il gruppo decide di poggiare gli strumenti e sospendere la propria attività, scegliendo il silenzio.
Oggi, in modo altrettanto inatteso, i quattro decidono di “ritornare per necessità ma non certo per opportunismo”, come spiega emblematicamente Giulio Casale, frontman della band nonché artista dall’ispirazione inesauribile: così, compaiono sul calendario di aprile alcuni concerti in diverse città italiane, con un retrogusto che non sa di nostalgico, quanto piuttosto di benedizione.

Nel panorama italiano e internazionale, gli Estra si confermano così una delle rare esperienze la cui line up rimane immutata, dimostrazione accecante sia di un profondo rispetto umano tra i componenti sia per l’essenza stessa del sodalizio artistico. “Una band, se è tale, continua a evolversi e cambiare, spero a maturare”, aggiunge Casale.
Quello che cambia, dopo due lustri di silenzio, è il modo in cui il gruppo trevigiano esprime se stesso: per il ritorno sul palco, le loro canzoni saranno filtrate attraverso una nuova sensibilità e, inoltre, compariranno almeno tre nuovi brani. In questo modo, gli Estra risalgono al significato atavico dell’evento musicale stesso, svincolandosi dal concetto di live come proposta di una carrellata di successi: la musica diventa un evento unico e irripetibile per sua natura e, proprio per questo, dal valore incalcolabile.
Oltre a questa tenacia artistica, è l’espressività del gruppo ad aver lasciato una traccia indelebile, partendo dai palchi dei circuiti cosiddetti alternativi per arrivare a un pubblico ampio e variegato: la band ha infatti avuto il merito di creare dal nulla un vero e proprio spazio d’incidenza con la sua arte. “Siamo stati probabilmente fortunati a essere lì, in quel momento in cui si aprivano certi spazi, ma abbiamo conosciuto anche le pressioni dello show business, in quanto pubblicavamo con una major”, ricorda l’artista. “La mia è solo gratitudine, conosco meccanismi anche più terribili di questo mestiere, ma forse questo è anche uno dei motivi per cui, a un certo punto, una certa graniticità della nostra band che si è un po’ sfilacciata, rispetto alle richieste continue di dover funzionare. Qualcuno di noi diceva che non siamo elettrodomestici con un interruttore su on, possiamo anche stare zitti. E infatti siamo stati zitti: per dieci anni!”.
Nonostante questo, poche band come gli Estra hanno avuto un’influenza sotterranea così incisiva nella musica italiana. “Per esempio, un paio d’anni fa sono andato a trovare Vasco Brondi de Le Luci Della Centrale Elettrica e mi ha detto che Metamorfosi e Alterazioni, i nostri dischi, sono stati molto importanti per lui”.
Tutto questo senza dimenticare la poetica, viscerale, inquieta, di una sensibilità di livello riguardevole dei testi firmati dallo stesso Casale, secondo molti antesignano del moderno rock d’autore e per quanto, troppo spesso, le etichette risultino un fenomeno terrificante. “Se penso ai dischi che ho ascoltato e amato, Lou Reed, Nick Cave, Michael Stipe, non riesco a non concepire un’autoralità. Se non c’è un tasso letterario di un certo tipo nella musica, non capisco perché stiamo facendo canzoni: potremmo fare direttamente suite musicali. E in quel momento, con gli Estra, mi sentivo in ottima compagnia: Emidio Clementi con i Massimo Volume, Cristiano Godano con i Marlene Kuntz… mi sembra che ci fosse nella scena di cui tanto stiamo ricordando un buon tasso letterario, ognuno a suo modo e con la propria cifra andava cercando di nobilitare la propria forma-canzone. Per me è l’unico modo, non ne conosco altri. Poi se la musica è disimpegno e sottofondo, parliamo di un’altra cosa!”, sorride.

Tra devozione all’esperienza musicale, anima poetica, espressività unica, non è da sottovalutare tuttavia un aspetto dell’avventura targata Estra che prende vita nell’interlocutore stesso: Giulio Casale, una volta dismessi i panni del frontman, continua un duro lavoro di ricerca personale e artistica, trovando nel teatro la summa dei suoi talenti e delle sue passioni e prendendo tutto, come è lui stesso ad affermare, “dannatamente sul serio”. Avere la possibilità di confrontarsi con il palcoscenico teatrale, come spiega Giulio: “Significa tre cose: la possibilità di approfondire scrittura, recitazione, canto dal vivo. La scrittura intende sia quelle delle canzoni sia la drammaturgia: io non chiederei di meglio dalla vita, quel mestiere lì da una parte mi riassume e dall’altra mi amplifica. Ci sono almeno tre talenti che mi riconosco e il teatro mi ha permesso di approfondirli tantissimo, a prezzo di un durissimo lavoro”.
Basta ricordarlo con La canzone di Nanda, diretto da Gabriele Vacis: proprio questo regista, come ricorda lo stesso Giulio, lo ha aiutato ad arrivare a qualcosa che non fosse la semplice performance di un cantante in un teatro, ma un’esibizione complessa, l’unione equilibrata di musica, prosa e performance. E, pensando agli Estra stessi, non erano in pochi quelli che parlavano di teatralità del loro frontman, una latenza che in modo naturale è sgorgata. Casale si è poi confrontato con le opere di Gaber e, oggi, con un altro grande classico, al pari di Pirandello o Shakespeare: De André, con la regia di Scanzi, nel il diritto-dovere di fornire un’interpretazione secondo la sua esperienza, ma senza dimenticare la fedeltà.
Giulio Casale, e come lui gli Estra, sono stati simbolo di metamorfosi continua, dal prezzo pagato per quattro album totalmente diversi tra loro , fino all’esplorazione della forma d’arte in ogni sfaccettature.
Esistono, brutalizzando, due tipi di artisti: quelli che per tutta la vita fanno lo stesso magari lavorando sul minuscolo e sul dettaglio e quelli invece che, ogni due anni, fanno una mossa completamente diversa. Forse amo di più questo secondo tipo. Io continuo a crederci però, continuo a pensare che ognuno giorno dopo giorno cambia e che se è coerente continua a esprimere questo cambiamento, non lo rinnega in nome di una credibilità. Sono molto legato a una frase che ho citato anche altre volte di Pasolini e che diceva: a coloro che cercavano di fare politica altra in questo paese diceva ‘continuate a essere irriconoscibili al potere’, di non farsi fottere, perché se entri anche tu in ruolo precostituito diventi anche tu una macchietta”.

A ormai pochi giorni dal ritorno sulle scene non solo di una band, ma di una realtà pietra miliare nel rock contemporaneo italiano, ciò che resta immutato da anni è il potere catalizzatore, l’adrenalina mista alla liricità di un’esperienza unica come quella di Giorgio Casale, Abe Salvadori, Eddy Bassan e Nicola Ghedin, di nuovo pronti a filtrare attraverso musica e parole la loro visione del mondo intorno.

 

I concerti degli Estra:

11 aprile: New Age Club, Roncade (TV)
16 aprile: Tunnel, Milano
17 aprile: Viper Theatre, Firenze
23 aprile: Init, Roma

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