“L’opera mia più bella”

Casa Verdi, foto di Francesco Luppi

Così la definì più volte il Maestro da Busseto, che volle la Casa di Riposo per Musicisti come ultimo e lungimirante atto della sua vita. Eppure, nonostante la grande notorietà a livello internazionale (Dustin Hoffman vi si ispirò per la regia di Quartet nel 2012), sono pochi i milanesi a essere entrati a “Casa Verdi”.

di Marilena Roncarà
Foto di Francesco Luppi

“L’opera di cui vado più fiero è la casa che ho fatto costruire a Milano per accogliere musicisti anziani”, dichiarava all’epoca Giuseppe Verdi, uno tra i più celebri compositori italiani di tutti i tempi, l’autore non solo del Nabucco, dell’Aida, ma anche de il Rigoletto, Il Trovatore, La Traviata e tanto altro. L’opera in questione è la Casa di Riposo per Musicisti, o meglio “Casa Verdi”, come ci tenne a chiamarla il maestro, per sgomberare il campo da quel senso di malinconia legato anche al migliore degli ospizi. Di fatto l’imponente edificio neogotico che abbraccia un intero angolo di piazza Buonarroti è un luogo in cui, dal 10 ottobre 1902, anniversario della nascita del Maestro, trovano ospitalità musicisti, cantanti, ballerini e direttori d’orchestra che hanno superato i 65 anni. Costruita dall’architetto Camillo Boito tra il 1896 e il 1899 la struttura, su esplicita richiesta del compositore, fu infatti inaugurata solo dopo la sua morte (27 gennaio 1901). E proprio nel nome “Casa Verdi” c’è tutto il senso del luogo, a dire che lì era casa sua, come se davvero il grande padrone di casa fosse rimasto da qualche parte ad accogliere gli ospiti. E un po’ è così, dato che c’è la cripta dove lui che, per dirla con D’Annunzio “Pianse e amò per tutti”, è sepolto assieme alla moglie Giuseppina Strepponi (cripta visitabile dalle 8:30 alle 18:30) e soprattutto ci sono i suoi oggetti. C’è lo studio di Genova, dove andava a trascorrere l’inverno, con il pianoforte, ci sono i mobili della sala da pranzo, con le iniziali incise su sedie e credenza, l’indimenticato cilindro, gli abiti e, tra gli altri, una copia del ritratto di Giovanni Boldini con sciarpa e cappello, che è l’immagine sua più celebre dopo quella che troneggiava fiera sulle vecchie mille lire. Ed entrando in quest’ambiente Ottocentesco, insieme suntuoso e severo, con grandi finestre, ampi spazi e mobili in stile, si viene tuttavia catturati da un mondo che pare da sempre uguale a se stesso, quasi a sancire un tacito patto tra generazioni. Non a caso dal 1998 Casa Verdi ospita, accanto ai musicisti anziani (in tutto circa 60 tra autosufficienti e non), anche 16 giovani studenti di musica (8 maschi e 8 femmine) che possono godere dei privilegi della struttura condividendo con gli anziani un po’ del proprio tempo a pranzo o a cena. Del resto qui, l’unica grande protagonista è la musica, che riecheggia ovunque tra scale, corridoi, androni e saloni, ora diffusa dagli altoparlanti, ora suonata dagli ospiti che cantano o si esercitano con gli strumenti che li accompagnano da una vita. Perché quello che conta, anche a Casa Verdi non è il passato, ma il presente carico di avvenire.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 21, luglio – agosto 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

Commenti

commenti

Be first to comment