Arnaldo Pomodoro

UN AUGURIO PER MILANO

Tra i più importanti artisti italiani, il maestro analizza in questa intervista i cambiamenti della città e della sua vita artistica. Racconta poi di Porta Genova e di quando capì che, per lui, via Vigevano sarebbe stata per sempre. 

di Simone Zeni
foto di Angelo Redaelli

Lei è nato nel Montefeltro ma la sua figura è ormai indissolubilmente legata alla città di Milano. Cosa c’è in lei di marchigiano e cosa di milanese?
Le prime immagini che ricordo sono le rocce e le fenditure aspre e misteriose, tipiche del Montefeltro, e poi le rocche medievali, come quella di San Leo con le mura sospese a picco, che non si capisce dove finisca la pietra e incominci la costruzione. C’è un rapporto fra una certa prevalenza “rupestre” del luogo montefeltrino e il mio stile, come ha espresso molto bene Paolo Volponi quando parla della mia “marchigianità”. Credo che il suo discorso sia soprattutto da intendere in relazione ai luoghi in se stessi, al loro aspetto geografico, antropologico e visionario. Con Milano mi sento in piena sintonia per la sua vitalità e curiosità verso il nuovo, caratteristiche che fanno parte della mia indole e che mi portano, nella vita come nel lavoro, a non smettere di ricercare e sperimentare.

C’è una una zona della città che le è particolarmente cara?
Sicuramente la zona tra Porta Genova e Porta Ticinese. Sin dal mio arrivo a Milano, nel 1954, il posto nel quale avrei voluto abitare era precisamente da queste parti, nella Milano di Leonardo fra i due Navigli, forse perché mi ricordava i miei luoghi di origine. Era un quartiere popolare, pieno di laboratori artigiani, fabbri, falegnami, lattonieri. Nel 1967 ho trovato la soluzione giusta per il mio studio, al numero 3 interno 5 di via Vigevano: uno spazio incredibile che un tempo funzionava da posteria per il cambio dei cavalli. Ho subito capito che mi ero sistemato per sempre.

Come si è relazionata nei suoi confronti la città di Milano, lei che è uno dei suoi maggiori artisti?
Quando mi sono trasferito a Milano, nel pieno della rinascita e della ricostruzione postbellica (si stavano costruendo il Grattacielo Pirelli e la Torre Velasca), ho trovato una città estremamente viva e vitale, con un’impronta internazionale. Ho iniziato a frequentare gli artisti e gli intellettuali che in quegli anni animavano la vita culturale della città e si ritrovavano al bar Giamaica: l’accoglienza è stata da subito straordinaria e tanti sono poi i riconoscimenti e le dimostrazioni di stima che ho ottenuto. Nel 1982 ho ricevuto la medaglia d’oro di civica benemerenza del Comune di Milano, sono poi socio onorario dell’Accademia di Brera e dell’Associazione Amici della Scala. Come scultore sono ben rappresentato in città con opere collocate in zone strategiche. Penso, ad esempio, al mio grande disco installato nel centro di Milano, in piazza Meda, una collocazione a mio parere molto appropriata. La scultura, in armonia con le architetture della piazza, è nel contesto vitale della città e in esso rappresenta la dinamicità, l’ottimismo, la forza solare degli abitanti. 

Forma, Segno, Spazio. Scritti e dichiarazioni sull’arte è il suo libro recentemente pubblicato da Maretti Editore. Cosa possiamo trovare all’interno del volume?
Insieme a Stefano Esengrini, curatore del libro, abbiamo raccolto una selezione dei miei scritti più significativi dal 1967 al 2011, accompagnati da schizzi, progetti, foto. Sono brevi testi, appunti, riflessioni sul mio lavoro o su temi generali. L’intento della nuova collana di Maretti Scritti d’Artista, pensata da Concetto Pozzati, è far conoscere la preziosa e differente autonomia critica dell’artista: un pensiero che si traduce in segno, in parola, in scrittura.

È stato recentemente impegnato con costumi e scenografia teatrali a Siracusa, ci racconta com’è stata l’esperienza?
È stata una grande emozione lavorare nel Teatro Greco di Siracusa, un luogo magnifico, così connotato in senso storico, ambientale e simbolico da poter essere considerato l’essenza stessa del teatro. 

Dopo anni dall’Orestea di Isgrò, non le è ancora passata la passione per il teatro greco?
Il teatro, in particolare la tragedia greca, è sempre stato per me una fonte di ispirazione in termini di ideologia, mito e forma e mi ha incoraggiato a sperimentare nuovi approcci e nuove idee specialmente per le sculture di grandi dimensioni da collocare all’aperto in luoghi pubblici. In alcuni progetti per la scena, soprattutto nel caso di testi classici, ho realizzato grandi macchine spettacolari da cui poi ho tratto vere e proprie sculture. In altri casi per le mie scenografie ho preso lo spunto da progetti di opere non realizzate.

Torniamo a parlare di Milano, come vede la scena artistica cittadina?
Stiamo attraversando un periodo complesso di trasformazione generale del mondo che coinvolge anche l’intero sistema dell’arte, con continui capovolgimenti di senso e una frammentazione di linguaggi. A Milano c’è una molteplicità d’iniziative artistiche e culturali piuttosto interessanti, ma emerge nel complesso una mancanza di certezze, una problematicità che mi auguro significhi, anziché perdita di dimensione, piuttosto vitalità della ricerca e nuovi processi di conoscenza.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 22, settembre – ottobre 2014. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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