Fabio Treves: 40 anni in blues

Il “Puma di Lambrate” festeggia con il suo pubblico e nella sua città 40 anni di blues: l’appuntamento è il 29 novembre all’Auditorium di Milano con la Treves Blues Band e diversi ospiti a sorpresa. Nell’attesa, ci racconta degli inizi tortuosi, del suonare con Frank Zappa e di come il blues pulsi a ritmo della vita stessa.

di Samantha Colombo | 27 ottobre 2014

Tutto ha inizio nella metà degli anni ’60, quando la musica plasmata dal fango del Delta del Mississippi ed elettrizzata dal vento di Chicago conquista Fabio Treves: da allora, prende il via un’avventura costellata di concerti in ogni dove, dalle piccole piazze ai grandi festival internazionali, incontri storici e momenti intrisi da una passione in grado di conquistare un numero crescente di proseliti.
Sono passati parecchi anni da quando, in occasione del tour italiano di John Mayall (soprannominato “il Leone di Manchester”), un giornalista ha suggerito caldamente di non dimenticare che proprio a Milano risiede “il Puma di Lambrate”, in una consacrazione ormai scolpita nel pantheon delle sette note. Fatto sta che, da quando la scintilla del blues è scoccata nell’anima di Treves, lui stesso è diventato un esempio di coerenza artistica e di una vita vissuta ogni secondo, di quel sacrificio che solo chi è predea della devozione pura conosce: Treves non è infatti solo il musicista che con la sua armonica instilla nuova vita a ogni brano, accompagnato dalla sua fedele band, bensì anche l’organizzatore di festival blues, il conduttore radiofonico (sua la trasmissione Life in Blues, in onda su LifeGate Radio) e il mentore per musicisti e devoti di ogni tipo. Senza dimenticare il Treves fotografo, forse meno noto del bluesman, ma autore di scatti che hanno catturato su pellicola musicisti quali Lou Reed ed Enzo Jannaci, lasciando un loro ricordo indelebile.
Per questo motivo, incrociare il suo sentiero è ogni volta una vera e propria iniezione di adrenalina e di coraggio: non potevamo non chiacchierare con lui del prossimo anniversario, quei quattro decenni scanditi dalle battute del blues.

 

Insomma, sono 40 anni di blues firmato Treves: cosa rappresenta per te quest’anniversario?
È un traguardo importante, che mi inorgoglisce e segna una scommessa iniziata quattro decenni fa e vinta. A quel tempo, nel 1974, c’era un’unica tv che trasmetteva in bianco e nero, non c’erano riviste o negozi di dischi specializzati e la musica che andava di moda non era di certo il blues. Mi sono messo a fare questo genere e tutti strabuzzavano gli occhi o mi chiedevano “Ma che cos’è? È jazz?” e la risposta era ovviamente no! Per fortuna sono un cocciuto e un appassionato, non mi sono lasciato demoralizzare ma ho suonato dovunque: piazzette, feste, scuole, fabbriche occupate, piccoli festival e un sacco di concerti no profit, anche se al tempo non si chiamavano così. Erano dei concerti organizzati per chi aveva bisogno di aiuto, esattamente come la storia del blues ha insegnato: negli anni delle vacche magre, i bluesman si vedevano suonare in cambio di piccole offerte e così potevano pagarsi l’affitto di casa, nei cosiddetti “rent parties”. In questo senso il blues è musica di solidarietà e pace, per stare assieme e riproporre valori universali.

C’è una cosa che mi sono sempre chiesta: quando parliamo di blues siamo abituati a pensare al Mississippi e a tutta quell’area, ma il tuo Delta qual è stato? Come mai un giorno hai deciso di metterti a fare blues?
Per magia, per un’alchimia, per i suoni, le vibrazioni e gli stati d’animo che sentivo miei nonostante la distanza. Spesso c’è stato il luogo comune del blues come una musica pesante, noiosa, di autocommiserazione. Magari c’è un filone che parla anche di questo, ma il blues è anche passione, incontro, voglia di cambiare le cose, pace, armonia e tutte le situazioni che rappresentano la vita stessa. Chi di noi non ha mattinate in cui fa fatica a svegliarsi o non vive incontri, sguardi e passioni? Questa è la vita, questo è il blues. Ho iniziato a metà anni ’60 ascoltando i gruppi che arrivavano dall’Inghilterra e che, a loro volta, avevano fatto un percorso a ritroso per riscoprire le origini del blues: ascoltando queste canzoni, è venuta anche a me la voglia di riscoprire le radici. E poi da lì, una volta che percorri la strada, non ti fermi di certo: quindi ho scoperto che il blues avrebbe potuto rappresentare la mia vita, con i concerti, le trasmissioni in radio, le partecipazioni ai festival. Ma la soddisfazione più grossa è quella di aver creato un movimento di tanti giovani, molti ad esempio hanno scoperto da dove arrivano pezzi di Nirvana, Led Zeppelin, Stones… perché alla fine, non per tenere una lezione, ma il blues è la musica da dove ha origine tutto il resto.

In effetti, quello che si nota ai tuoi concerti è che non ci sia una differenza di genere o di età, al contrario sono presenti persone di ogni tipo. E tu stesso non ti tiri indietro dall’incontro con questo pubblico eterogeneo!
Dopo ogni concerto, il mio maestro John Mayall, che ha 80 anni, scende a firmare i dischi oppure uno come B.B. King distribuisce i plettri: allo stesso modo, da tanti anni il contatto con il pubblico lo antepongo a qualsiasi cosa. Per me l’importante è dare qualcosa a chi mi segue, perché so che se dai questo qualcosa con affetto e passione, ti torna indietro. Questo affetto è tornato sotto forma di tanti che mi seguono, del fan club nato quasi per gioco e che adesso conta quasi 1000 persone, dei tanti giovani che mi vedono un po’ come un punto di riferimento e mi chiedono consiglio. Penso di non essere visto come “il vecchio trombone”, insomma!

Prima parlavi di solidarietà e di incontro. Quando ti ho conosciuto eri appena sceso dal palco con Eric Bibb, dopo un concerto straordinario, ma hai suonato anche con artisti come Frank Zappa e tantissimi altri. Ci sono degli incontri che ti hanno particolarmente segnato?
Sicuramente questo che hai appena citato, l’incontro con Frank Zappa: finalmente ho capito perché era soprannominato “il genio di Baltimora”. Era una personalità incredibile, un ingegno multiforme che spaziava dalla musica alla cultura, dalla politica all’economia, lo si poteva stare ad ascoltare per delle ore senza annoiarsi. Quando uno come lui ti chiama sul palco due volte, una a Milano e una a Genova, ti rendi conto che, se ci credi e hai una passione profonda, prima o poi i sogni diventano realtà e io ho vissuto proprio questo tanti anni fa, nel 1988. Salire sul palco con uno dei più grandi geni musicali del ‘900 è un piccolo motivo di orgoglio che mi porto dietro da tanti anni. Poi ce ne sono stati tanti altri, non voglio certo lasciare in ombra dei padri del blues, come Mike Bloomfield o Chuck Leavell, anzi mi fa anzi un po’ impressione ricordare che quest’ultimo, che ha suonato in alcuni miei dischi, da quindici anni è in tour con i Rolling Stones! Gli ho persino scritto per invitarlo a suonare all’Auditorium, ma mi ha risposto di essere impegnato in Australia proprio con gli Stones!

Oltre a tutti questi incontri, tu stesso hai suonato spesso all’estero: come viene percepito questo italiano che arriva negli Stati Uniti e suona il blues?
All’inizio non ci credono! Ho suonato a Memphis, Chicago, San Francisco, New York e ci sono tantissimi aneddoti che potrei raccontare! In tanti anni ho capito che non conta se sei un virtuoso e fai tante note, ma si percepisce subito se credi nelle cose che fai, anche con semplicità. E la gente, anche nelle città che sono storicamente la casa del blues, ti applaude e la cosa fa piacere: perché non sei vissuto come il tizio che arriva a scimmiottare una tradizione musicale. Ho avuto la fortuna di suonare con dei musicisti americani sia negli Stati Uniti sia qui in Italia, ti parlo di Roy Rogers, Billy Branch, Sugar Blue… il gotha del blues! Nessuno mi ha mai detto “Dai lascia perdere, vai a farti un giro!”. Per tutto questo dico che il blues è una musica che aggrega e che non divide, una musica di fratellanza: del resto, come hanno fatto proprio negli States a superare le barriere odiose del razzismo? Hanno messo insieme un albino come Johnny Winter che produceva i dischi di Muddy Waters, nero come la pece e padre di tutti i bluesman americani, oppure Memphis Slim con la sua anima afroamericana nei Canned Heat. Ai musicisti per primi non interessa un bel niente del colore della pelle, piuttosto il soffio dell’armonica, il tocco della chitarra, l’intonazione della voce. E poi il blues è servito spesso per nobili cause di tipo sociale o di solidarietà, un po’ come nel film The Blues Brothers: perché il blues ti piglia subito e ti arriva alla pancia, al cuore, alla testa. Senza dimenticare che è una musica divertente, piena di doppi sensi, che parla anche di cose pecorecce ma con molta dignità, come nei testi di Bessie Smith. È la vita stessa.

 

Pensare solo di tratteggiare l’energia che ogni parola e ogni gesto di Fabio Treves sprigionano è un concetto vagamente utopistico: ma è possibile vedere coi propri occhi come, dagli inizi in cui nessuno sembrava afferrare il concetto di blues e i dischi si acquistavano nei negozi oltre il confine svizzero, oggi si sia arrivati a celebrare 40 anni di devozione pura in uno dei templi della musica colta. Proprio in questo luogo, dove il Puma stesso ammette “ci sarà il Treves di sempre, con l’aggiunta che cercherà di superare l’emozione!”, hanno suonato lo stesso B.B. King e Dr. John, ed è tradizionalmente sede di un’orchestra sinfonica: il 29 novembre, l’Auditorium di Milano si trasformerà nel tempio del blues, dove poter ascoltare i chiaroscuri e le dinamiche di un genere viscerale e vibrante, omaggio alla musica e ai fedeli stessi del maestro (di vita, non solo di musica) Fabio Treves e della sua band.

 

Treves Blues Band + special guests: 40 anni di blues!
Sabato 29 novembre, ore 21:00
Auditorium di Milano, largo Mahler
Per informazioni: www.trevesbluesband.com

 

La foto in apertura è di Renzo Chiesa, fotografo amico di Fabio Treves e autore di copertine per artisti quali Paolo Conte (“Un gelato al limon”) e Lucio Dalla (“Dalla”).

 

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