Pierfrancesco Favino

Pierfrancesco Favino

DA VENEZIA AL MANZONI

Uno dei migliori attori nel panorama italiano sarà in tournée al teatro Manzoni di Milano per tutto il mese di dicembre. Si divide tra il set del suo prossimo film, girato soprattutto di notte, tornando di giorno in teatro per le prove di Servo per Due. Nel mezzo le produzioni americane, i doppiaggi sui quali è meglio aprire un capitolo a parte e il red carpet di Venezia calcato quest’anno, per la prima volta, nel duplice ruolo di produttore e interprete.

di Nadia Afragola

Uno dei teatri italiani più prestigiosi, il Manzoni di Milano, ti ospiterà per tutto il mese di dicembre con Servo per Due, fa ancora effetto essere sullo stesso palco che fu di Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo, Giorgio Albertazzi e Mariangela Melato?
È un grande onore. Milano rappresenta molto per il teatro italiano e tutti noi del gruppo Danny Rose e i produttori de Gli Ipocriti viviamo le date al Manzoni con grande entusiasmo. Servo per due è un riadattamento di un classico del teatro. Tutto nasce dall’incontro con Marco Balsamo.

Come si è arrivati al cast di 21 attori e 4 musicisti?
È un progetto che nasce dal gruppo di cui faccio parte, i Danny Rose appunto. Siamo 40 tra attori e registi, in questo caso siamo 23 che si alternano in due cast diversi durante la tournée. Il testo inglese da cui è tratto One man, two guvnors di Richard Bean è un lavoro di drammaturgia molto interessante, ambientato a Londra negli anni Sessanta. Era il nostro sogno rifare i classici del teatro ma dentro a una nuova modalità. In questo caso abbiamo spostato l’ambientazione negli anni Trenta per permetterci di fare uno spettacolo popolare nell’accezione più nobile e alta del termine.

La musica è parte integrante dello spettacolo ed è eseguita dal vivo dall’orchestra “Musica da Ripostiglio”: come si “accordano” gli attori ai musicisti in uno spettacolo teatrale?
“Musica da Ripostiglio” è una delle note più amate dello spettacolo: sono intermezzi musicali, eseguiti dal vivo da un’orchestra di giovani maestri, che evocano il musical degli anni Trenta. La capacità dei quattro musicisti nel riadattare famose canzoni italiane e l’uso originale degli strumenti si uniscono perfettamente al progetto artistico. Il pubblico li adora, sono stati una grande scoperta.

La differenza tra te e tanti tuoi colleghi italiani è nella tua esperienza all’estero. Qual è il valore aggiunto che un attore italiano può far suo lavorando in America a produzioni come Rush di Ron Howard e World War Z di Marc Forster?
È indubbiamente un’opportunità di crescita in quanto ti mette in condizione di lavorare con una differente modalità. È certamente un’esperienza formativa e di evoluzione.

Hai prodotto oltre a interpretare Senza Nessuna pietà, esordio indipendente di Michele Alhaique, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia: come riesci a vestire il duplice ruolo di produttore e interprete?
Ho prodotto Senza Nessuna Pietà perché ho trovato da subito la sceneggiatura avvincente. Produrre il film mi ha permesso di fare una nuova esperienza e a tanti professionisti, tra cui un regista talentuoso, di potersi esprimere.

La maledizione del talento la troviamo nel libanese, in Mimmo, nella tua ultima opera teatrale. È così necessaria come inclinazione?
Il talento è importante, ma deve essere supportato dalla formazione e dal lavoro. Non credo valga solo per il mio mestiere.

Perché l’Italia ama così tanto i romanzi criminali?
Il “romanzo criminale” proprio del genere noir è amato da spettatori di tutto il mondo, non è proprio della cultura italiana anche se negli ultimi anni il cinema italiano lo ha saputo raccontare con spunti molto interessanti.

Hai impiegato due anni per ripensare al tuo ruolo nel mondo del cinema e del teatro. Come è cambiato Pierfrancesco Favino da quel L’ultimo bacio che ti ha lanciato alla ribalta del grande pubblico?
Il mio lavoro di attore non è cambiato. Lo affronto con la stessa passione e lo stesso impegno di sempre. Negli anni è cresciuta la mia popolarità, mi piace pensare che sia legata alla qualità delle produzioni televisive e cinematografiche alle quali ho partecipato. E anche, ovviamente, a Servo per Due che grazie alla lunga preparazione e all’entusiasmo di tutti gli interpreti e alla produzione ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica.

Sei stato buono e cattivo. Sei stato in grado di vestire i panni di chiunque, dall’inizio della tua carriera a oggi. Hai mai sofferto di crisi d’identità?
Certo, è il mio lavoro, da ogni personaggio imparo qualcosa che mi resta dentro.

Ti sei distinto anche per il doppiaggio, la scuola italiana ha una lunga tradizione ma oggi forse non converrebbe guardare i film in lingua originale?
Ho avuto la possibilità di doppiare film stranieri e anche fantasy internazionali. È un lavoro che richiede preparazione e tecnica, una professione di grande valore. In Italia i tempi per poter fruire di contenuti originali è più lenta per ragioni storiche e proprie della nostra cultura.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 23, novembre – dicembre 2014. Clicca qui per scaricare il magazine.

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