Non rimandare quel viaggio a Matera

Capitale Europea della Cultura nel 2019, Matera è la meta ideale per una tre giorni di intense camminate, per viverla al meglio, per respirarla fino in fondo.

Testo e foto di Isabella Dallera | 2 dicembre 2014

Quando si arriva a Matera, la prima domanda che ci si pone è: “Ma dov’è Matera?”.
E in effetti, la parte della città cosiddetta “nuova”, pur non essendo comunque recente, non differisce di molto da un qualsiasi centro abitato di una qualsiasi provincia italiana: palazzoni, condomini, brutture di un’architettura che si è sviluppata prevalentemente nel secondo dopoguerra, con il boom della ben nota e ormai, rimpianta, ripresa economica del nostro paese.
Quel senso di delusione, però, dura decisamente pochi attimi: giusto il tempo di lasciare i bagagli presso il bed & breakfast (La Terrazza sui Sassi, qui la pagina Facebook) situato all’imbocco del Sasso Barisano e di fare due chiacchiere con Michele, il proprietario. Il quale, con l’orgoglio tipico della gente di questa terra, che impari a conoscere in fretta, perché le persone qui ci tengono e si fanno in quattro per cercare di spiegarti il loro piccolo grande mondo, ti fornisce di cartina dettagliata e ti invita a fare due passi giù, verso il convento di Sant’Agostino, per poi scendere nel cuore pulsante del Sasso, dove tutto ebbe inizio.
E lì, capisci. Capisci che quel posto non assomiglia a nulla che tu abbia mai visto prima.

Il primo momento di apnea, modello “sindrome di Stendhal”, arriva dopo la prima curva: un paesaggio che ti colpisce come un pugno allo stomaco, un contrasto di bellezza e fatiscenza, una sensazione ancestrale data da quella vista che si perde fra l’orrido della Gravina e l’orizzonte colmo di bocche aperte, nere, grotte e ingressi di abitazioni che per millenni, hanno dato riparo ai suoi abitanti, mentre tu pensi “La vita, qui, come sarà stata?”.
Una volta ripreso da quel capogiro, con l’anima gonfia di stupore e gli occhi che a stento trattengono lacrime, non puoi fare altro che iniziare a camminare. E camminerai per giorni, a Matera.
Camminare per i Sassi di Matera è come perdersi. Perdersi in un dedalo di case che diventano strade, che diventano tetti, che ritornano case. Scavate nella roccia, una sopra l’altra, una dentro l’altra. Una casa che diventa museo dell’arte contadina nella quale, spiegano fra le varie curiosità, si viveva tutti insieme, umani e bestie, motivo per il quale la mortalità soprattutto infantile è sempre stata molto elevata, prima dello sfollamento degli anni ‘50 e la successiva bonifica.
Costruzioni scavate nella roccia, le chiese rupestri, talmente numerose (circa 150) che quasi non ti accorgi di passarci accanto. O sopra. O sotto.
Rocce granitiche che si aprono in mezzo ai camminamenti, specialmente nel rione Malve, ancora in attesa di essere bonificato completamente, ma proprio per questo, si può ancora quasi sentire come doveva essere la vita prima del recupero delle abitazioni nei Sassi. E fate attenzione: alcune sporgenze, alcune rocce abbarbicate qua e là, potrebbero essere finte: a quanto pare, Mel Gibson ha voluto lasciare qualche “souvenir” dopo aver girato qui la sua Passione.
Pensi di aver visto tutto, una volta uscito da quei bugigattoli, di essere rimasto senza fiato e senza parole per l’ultima volta. Invece, improvvisamente ti si apre un’altra stradina, un’altra scalinata, un’altra chiesa, anche solo un semplice vicoletto da scoprire. Magari con in fondo un terrazzino che dà su un cortiletto, e magari in questo cortiletto c’è una fossa scavata nella terra, accanto ad un piccolo altare, con qualche cero acceso sopra.
Oppure, ti trovi in un locale/casa, gestito da uno strano signore, che ti invita a fare un giro per ammirare i suoi cimeli, tra il sacro ed il profano, mentre ti prepara qualcosa (di misterioso) da mangiare.
E ancora, giri un angolo e c’è un muratore, che sta ristrutturando un’abitazione e ti dice: “Dai, vieni dentro a vedere com’è, ma fai piano che il padrone è di sopra a riposare”.

Intanto, fra mamme gatte che allattano tranquillamente i loro cuccioli in mezzo ai turisti, fra scorci di panni stesi ad asciugare sul bianco sfondo della pietra, fra mille casette da presepe che ti fanno venire voglia di trasferirti immediatamente in quel mondo che pare sospeso nel tempo e nello spazio, arriva il tramonto. E con un buon bicchiere di rosso della zona in mano, seduto a parlare con Nicola fuori dalla sua bottega accanto al ristorante Nadì (qui il sito), il sole scende dietro al Sasso Caveoso, illuminando di una luce rosa il Sasso Barisano e tutta la Murgia, sull’altra sponda della Gravina, dove il paesaggio è lunare.
E tu ti perdi di nuovo, perché vorresti che Matera non finisse mai.

 

 

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