Claudio Cecchetto

Claudio Cecchetto, ph. Matteo Cherubino

GIOCARE… CREARE… SUPERMAN!

Ha inventato personaggi mediaticamente potentissimi (Jovanotti, Fiorello, gli 883, Fabio Volo), ha baciato sulle labbra il successo e l’etere italiano non sarebbe stato lo stesso senza le sue “visioni” sfociate in Radio Deejay e Radio Capital. Avrebbe potuto vivere di rendita in quella Milano che l’ha accolto fin dagli anni Cinquanta, ma ancora oggi è alla ricerca di qualcosa che non c’è. Ha provato a raccontarcelo nella sua sincera autobiografia In Diretta e poi è andato decisamente più a fondo in questa chiacchierata con Club Milano. Lui è Claudio Cecchetto e, se da piccoli ballavate il Gioca Jouer o sognavate l’Italodisco, è inutile aggiungere altro…

di Simone Sacco
Foto di Matteo Cherubino

Come se si accendesse la lucina rossa dell’On Air e tu, travolto da quel comando, ti sentissi improvvisamente libero di parlare col mondo. La magia della radio, sapete? Solo che chi parla alla fine è sempre lui: Claudio Cecchetto da Ceggia (vicino a Venezia), classe 1952, di professione “talent-scout”, “discografico”, “disc jockey”. O “spirito warholiano” nel senso di colui che trascina il pop alle masse. E tu, cronista, devi solo riannodare i fili del discorso e seguire il suo coinvolgente flow. Anche perché l’ex proprietario di Radio Deejay (prima della lunghissima “guerra fredda” con il successore Linus scongelatasi solo di recente) sarebbe qui per promozionare In Diretta, l’autobiografia che ha scritto per Baldini & Castoldi dopo anni di corteggiamento editoriale. Solo che Cecchetto preferisce liquidare la pratica in poche battute (“Il libro? È stata un’idea dell’editore, ma ho preferito scriverlo io per evitare una sequenza di nozioni modello Wikipedia. A mia moglie è piaciuto molto fin dall’inizio e questo mi ha dato coraggio nel portarlo a termine”) e comincia subito a sviare sul copione.
Mi rendo conto dal suo sguardo vispo e dalle sue occhiate ficcanti che crede molto in quello che dice. E comprendo che è stata questa sua incrollabile sicurezza ad averlo tramutato nell’uomo “del prima e del dopo” che diverte l’Italia fin dagli anni di piombo. Pensateci bene: prima di Cecchetto non avevamo il funky trasmesso nell’aria, le scarpe da ginnastica portate audacemente con lo smoking (a Sanremo, per di più!), Radio Deejay, People from Ibiza, Jovanotti, il karaoke, i punti cardinali cantati dagli 883, i bestseller di Fabio Volo, la bonomia di Gerry Scotti e molte altre cose. Dopo invece era già tutta cultura di massa. E nel mezzo ci stava questo veneto dai capelli lunghi: enigma per molti; grande burattinaio del mainstream per chi lo critica; genio per chi fa fatica oggigiorno a vendere un sogno, figuratevi un disco.

Partiamo subito in quarta: Cecchetto si nasce o si diventa?
Vallo a capire! (sorride, NdR) Nel mio caso credo si sia trattato di una buona combinazione tra talento, analisi, passione e fortuna. Il talento devo per forza includerlo perché, se fai il talent scout, un po’ di bravura devi averla pure tu. Poi però serve anche l’analisi, capire su cosa stai investendo. E infine una bella botta di fondoschiena perché io ce l’ho fatta venendo da Ceggia, un comune di 5 mila anime. Che non è come dire Londra o New York…

Ti riconosci nella definizione di “talent scout”? Perché è facile inquadrarti come una specie di icona-pop che ha segnato il confine tra il peso ideologico degli anni Settanta e la leggerezza (apparente) del decennio successivo…
In tutta sincerità, io continuo a sentirmi un semplice disc jockey. In fondo qual è il compito di un dj? Selezionare il prodotto migliore tra le centinaia che sente ogni giorno. Avere quell’intuizione che ciò che piace in primis a te, può piacere anche agli altri. A molti altri. Ecco perché non mi ritengo un predestinato. Chiunque, con la giusta dose di passione e un pizzico di metodo, potrebbe raggiungere i miei stessi risultati.

Anche in quest’epoca?
Certo: cos’ha che non va il terzo millennio?

Beh, crollo della discografia a parte, è palesemente nostalgico. Ritengo che sia difficile proporre qualcosa di nuovo se accendi la radio e ci trovi dentro un’orgia di evergreen degli ultimi trenta/ quarant’anni.
Ma quella è solo una conseguenza di Internet. Il web ha aperto questo scrigno di cose belle e il grosso pubblico ci si è buttato. Sai, non ci trovo grandi differenze da quando i CD fecero la loro prima apparizione sul mercato, alla metà degli anni Ottanta. Anche lì cosa credi che si vendessero? Le ristampe dei Beatles o l’ultimo gruppo più innovativo? La gente, ciclicamente, ha bisogno di passato. Ma poi va avanti…

Quindi ci sarà futuro per la musica? O ci ritroveremo anche nel 2025 a fare la fila per le prevendite di Springsteen o degli U2?
La vedo dura, durissima se restringiamo il discorso alla sola musica. Nel senso che il gusto popolare si è spostato altrove. Nei talentshow, ad esempio, dove per me le innovazioni sono ancora consentite. L’importante è non intestardirsi a ricreare il passato. O a cercare ossessivamente nuovi generi musicali visto che le note restano sette.

Cosa intendi quando dici che nei talent si può ancora innovare?
Che la voce non è tutto. Proprio in questi mesi sto lavorando a un mio talent (di prossima uscita) in cui voglio scoprire esattamente chi sei, che “attitude” hai, prima di metterti davanti a un microfono e mandarti in televisione rischiando di rovinarti la carriera. E considera che io ho prodotto degli album da milioni di copie senza che il cantante solista fosse al livello di Pavarotti…

Ti riferisci al Jovanotti di ‘Gimme Five’?
Esattamente. For President, il debutto di Lorenzo datato 1988, vendette qualcosa come 500 mila copie e, musicalmente parlando, era abbastanza povero. Però aveva dentro quell’energia, quella faccia tosta che oggi faccio fatica a trovare nei dischi contemporanei.

Claudio Cecchetto, ph. Matteo Cherubino

L’input, in quel caso, chi te lo diede? Il primo rap che arrivava dagli States?
Il rap, certo, ma anche Malcolm McLaren. L’inventore dei Sex Pistols fu uno degli artisti che trasmisi di più a Radio Deejay ai tempi dei suoi singoli Buffalo Gals e Double Dutch. E comunque, quando arrivò il punk, mi dissi: “Ok, anch’io voglio ricreare quella botta!”.

Prima mi citavi i Beatles. So che uno dei tuoi modelli principali è stato Brian Epstein, il cosiddetto “Quinto Beatle”. Il loro manager morto in circostanze tragiche nel 1967…
I Beatles erano il massimo, collezionavo ogni singola cosa su di loro. A me però intrigava anche la figura di Epstein visto che fu lui a dargli quell’aria da bravi ragazzi, a consigliarli di fare l’inchino ogni volta che terminavano una canzone, a suggerirgli di sorridere… Anni dopo avrei capito a fondo il suo ruolo basilare sintetizzandolo in una frase che ho messo pure nel libro: il talento è un dono, ma il successo è un lavoro che va fatto bene. Ogni singolo giorno.

I Beatles significano anche BBC. Secondo te un modello simile è esportabile in Italia dove imperano radio improntate sul “cazzeggio”, sugli zoo e sulla parlantina vuota dei dj?
Gli inglesi sanno fare radio e musica di qualità esattamente come noi siamo bravi con gli spaghetti. Nei nostri network manca innanzitutto il gusto del rischio: sintonizzi una stazione a caso e le trovi tutte accomodanti nei confronti dell’ascoltatore, legatissime alle classifiche Top 30, quasi come se non volessero disturbare…

Torniamo un attimo ad Epstein: a lui, ad un certo punto, il “bel giocattolo” scappò di mano in quanto i Beatles erano diventati troppo grandi. A te è mai successo con qualcuno dei tuoi protetti?
Ogni singola volta e sempre per mia volontà. Non ho mai voluto spendere tutta la mia vita su di un solo artista perché a me piace più “costruire” che “gestire”. Un uomo deve essere ricordato non per ciò che è, ma per le cose che fa. Ed io fortunatamente ne ho fatte tante…

Qual è il segreto?
Agire per me stesso e non per il pubblico. Che tanto poi quest’ultimo ci arriva. Quando ho fondato Radio Deejay, mi sono sentito dare spesso dell’esterofilo dai colleghi, ma che colpa avevo io se mi piacevano la new wave e l’hip hop? Certe cose la Rai manco si sognava di mandarle in onda! Vorrei aggiungere una cosa…

Prego.
Mi piace ancora oggi non appiattire le mie emozioni. Se incontro Celentano o De Gregori, non mi metto a fare l’amicone e preferisco starmene in disparte. Godo a sapere che quello non è lavoro, ma che ho ancora dei veri miti di fronte ai miei occhi.

Che poi questo pudore, questa genuinità da “forever fan” è anche quella che ha reso grandi gli 883, no?
Sì, Max e Mauro (Pezzali e Repetto, NdR) raccontavano un mondo, quello delle grandi compagnie di paese, che mi invaghì da subito. Un mondo che non avevo mai vissuto di persona a causa dei numerosi traslochi della mia famiglia, ma che sentivo profondamente mio. Diciamo che gli 883 hanno posto rimedio a questa mia mancanza.

Cosa porti nel cuore di Milano?
Affettivamente parlando, il quartiere della Chiesa Rossa perché è lì che sono cresciuto. E poi tutta la zona dei Navigli, dalla Darsena fino a Corsico: mi è sempre piaciuta l’energia dei suoi localini aperti tutta la notte anche se ora vivo dalle parti di San Siro, un luogo decisamente più rilassante! (ride)

I vecchi negozi di dischi ti mancano? Quelli storici, intendo.
No, non sono nostalgico da questo punto di vista. Pensa che tutti i miei 33 giri e mix devo averli lasciati nei magazzini delle varie radio in cui ho lavorato: Radio Milano International, Radio studio 105, Deejay, Capital…

Mi sembra incredibile sentirlo dire da uno cresciuto a pane e vinile…
Il fatto è che sul vinile si è fatta troppa filosofia negli ultimi tempi. Oggi è inutile comprarlo se si parla di un artista moderno: l’ultimo album di Beyoncé suona esattamente uguale su vinile come nell’iPod. Un altro paio di maniche è Songs In The Key Of Life di Stevie Wonder. Che è del 1976 ed è stato studiato per essere suonato esclusivamente sul giradischi. Manco su CD rende, figurati compresso in tanti mp3…

Ultima domanda: sei su una torre assieme a tutti i personaggi che hai scoperto e gli esperimenti vincenti in cui ti sei avventurato. Solo che state un po’ stretti: chi butti giù per fare spazio?
Mi butto io. Che dici, la torre è bella alta?

Immaginati quelle costruite e non ancora finite per l’Expo…
Allora adopero il paracadute. E, una volta atterrato, penso subito a un nuovo progetto.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 24, gennaio – febbraio 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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