L’almanacco dei desideri

The Cal, Peter Beard, 2009

50 anni di Calendario Pirelli celebrati in una mostra a Milano. Un viaggio, non cronologico, che celebra uno degli oggetti di culto più desiderati di sempre. 

di Carolina Saporiti

Di cosa parlano gli uomini quando non ci sono donne tra i piedi? Sesso e motori? Si dice sia uno stereotipo, sta di fatto che il Calendario Pirelli, la massima incarnazione di questo binomio, è capace ancora oggi di suscitare interesse mondiale e non è esagerato parlare di uno status symbol cresciuto negli anni. La storia è abbastanza nota, la casa di pneumatici nel 1963 decide di realizzare un calendario per la promozione dei propri prodotti e affida il compito al fotografo Terence Donovan. Il resto è leggenda. Da subito però non viene commercializzato, è un regalo che Pirelli fa ai suoi clienti “più importanti” e ad alcuni VIP, ed è proprio questa scelta a renderlo status symbol: averlo vuol dire “contare”. E così sono le donne che vengono fotografate: belle, bellissime, inarrivabili a meno che non si appartenga a quella piccola schiera di gente che conta, appunto. L’ultimo Calendario Pirelli, quello del 2015, è del “fotografo che non c’è”, Steven Meisel. Non ama apparire e parlare in pubblico, ha scattato in studio a New York, in tempi record, anche perché questo 50° almanacco torna un po’ alle origini, abbandonando la ricerca concettuale e gli astrattismi e concentrandosi sulle immagini.

The Cal, Hans Feurer, 1974

Hans Feurer, Isole Seychelles, 1974. Foto courtesy The Cal Collezione Pirelli.

E così, siccome le cifre tonde si festeggiano, Pirelli ha acconsentito alla realizzazione della mostra Forma e desiderio. The Cal – Collezione Pirelli, promossa dal Comune di Milano-Cultura con il patrocinio di Expo. 200 fotografie tra quelle scattate per i 50 calendari (50 perché dal 1975 al 1983 il Calendario non venne realizzato) suddivise non in ordine cronologico, ma tematico. I curatori, Walter Guadagnini e Amedeo M. Turello, pur sapendo che il Calendario Pirelli è stato ed è interprete di cambiamenti sociali e culturali, hanno preferito un percorso narrativo che esplorasse e accostasse relazioni, analogie e contrasti tra le varie edizioni. Cinque le aree tematiche, cinque le sale: L’incanto del mondo, Il fotografo e la sua musa (sedotti dall’arte), Lo sguardo indiscreto, La natura dell’artificio, Il corpo in scena. “Il calendario è inevitabilmente legato a un limitato periodo storico – spiega Amedeo M. Turello – coglie lo spirito del momento e lo mostra al pubblico, mentre l’intenzione di questa mostra è guardare come i diversi autori abbiano saputo dare nuova vita ai temi ricorrenti della propria ricerca: come la fotografia ha raccontato la scoperta del nudo e il pudore dell’intimo, la presenza di simboli evocativi e muse ispiratrici, la seduzione e il desiderio di provocazione, la natura del reale e l’artificio dell’immaginazione, l’eleganza e la bellezza senza tempo”.
Perché chi lo dice che i lavori su commissione non possano avere valenza artistica o segnare un’epoca? E in fondo, come riflette Walter Guadagnini, è anche così che è nata la fotografia artistica: il portfolio Électricité di Man Ray era un cadeau della Compagnia parigina della distribuzione dell’elettricità fatta realizzare in 150 esemplari, la Migrant Mother di Dorothea Lange rientrava nel progetto Farm Security Administration e anche alcuni scatti di Anonyme Skulpturen dei coniugi Becher furono realizzati a uso aziendale. Parlare di artisticità del Calendario Pirelli e organizzare una mostra a Palazzo Reale a Milano con alcuni di questi scatti iconici non è dunque fuori luogo.
The Cal si chiude con gli scatti dell’ultima edizione, quella curata da Carine Roitfeld, ex direttrice di Vogue Francia, che ha vestito le donne di latex: mutande, stivali, guanti, reggicalze e corpetti di questo materiale, “la rappresentazione degli stereotipi che la moda e lo star system ci impongono in questo momento”, sostiene Meisel. Non un lavoro concettuale, ma dove protagonista è la donna, come lo era alle origini, un po’ eccessivo (forse) ma coerente con la voglia di concedersi qualche vizio, per dimenticarsi della crisi. Meisel dice addio, o arrivederci, ai lavori astratti, segnando un ritorno a un prodotto più vicino alla cultura popolare, come lo era quello di Donovan, dove anche la presenza dell’azienda era percettibile. Perché, in fondo, agli uomini al bar di provincia o nella sala di un ristorante stellato, piacciono le stesse cose, o quasi.

The Cal, Herb Ritts, 1999

Herb Ritts Los Angeles, California, Stati Uniti 1999

 

Articolo pubblicato su Club Milano 24, gennaio – febbraio 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment