Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan, ph. Pierpaolo Ferrari

MILANO (QUASI) MEGLIO DI NEW YORK

È tornato a far parlare di sé con una mostra a Torino, Shit and Die, che ha portato a Palazzo Cavour quasi 30 mila visitatori. Provocatorio come pochi altri artisti dell’arte contemporanea mondiale; irriverente al pari del suo dito medio di marmo di Carrara, a Piazza Affari; spregiudicato al punto da appendere (realmente) al muro il suo gallerista. Disincantato come solo un bambino, che non ha smesso di sognare, saprebbe essere.                      

di Nadia Afragola
Foto di Pierpaolo Ferrari

È un caso nazionale: genio o sberleffo?
Ogni impero ha avuto bisogno del suo buffone, ma era pur sempre lui a dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, al re. Non mi sento investito di un ruolo così rilevante, ma ammetto che ogni tanto credo di essere stato una lingua che batte dove il dente duole.

Nel 2011 ha annunciato il suo pensionamento e l’anno scorso ha curato una mostra a Torino, appena conclusa, dal titolo Shit and Die. Nuova carriera?
C’è chi dice “scegli un lavoro che ti piace e non lavorerai un giorno della tua vita”. Nel 2011 ho smesso di produrre perché mi sembrava di ripetere un pattern già visto, mi sentivo in un déjà vu. Non per questo ho smesso di aver bisogno di lavorare: dopo tre giorni in vacanza mi sento a disagio. A partire dalla rivista Toilet Paper fino alla mostra di Torino mi sono dedicato a progetti che prima erano collaterali e che nella vita da pensionato sono diventati la mia occupazione principale.

Intuizione o concetto: cosa arriva prima al Cattelan curatore?
Non essere curatori professionisti ha dato a Myriam, Marta e me una certa libertà. Non ci siamo preoccupati di regole o convenzioni. La mostra si basa sulle sensazioni “di pancia” e sulle nostre intuizioni, più che su concetti organizzati a tavolino. È stato un privilegio poter sbirciare il rapporto curatore/ artista. Mi sono reso conto che gli artisti possono essere fantastici ma anche impegnativi, e sempre di più ammiro la pazienza e la flessibilità dei curatori.

La prossima estate arriverà nelle sale un documentario su di lei, opera della regista inviata di solito a descrivere scenari di guerra, Maura Axelrod. Ci può raccontare qualcosa di questa esperienza?
Maura è stata molto abile a intrufolarsi di soppiatto in alcune situazioni, come avrebbe fatto un gatto. Ricordo che era a Milano durante uno shooting di Toilet Paper. Quel giorno il set era un laboratorio in cui stavamo cercando di scoprire quanti würstel sarebbero entrati nella bocca di una ragazza, e quanto ci mette una carrozzina per neonati a trasformarsi in una palla di fuoco con le ruote. Non era pericoloso quanto uno scenario di guerra, ma era abbastanza incendiario.

Expo 2015 per Cattelan che sembianze ha?
È un’occasione di trasformazione per Milano: ogni tanto ho l’impressione che se non ci fossero questi eventi/raduni mondiali nelle nostre città mancherebbero dei servizi basilari. C’è una linea della metropolitana costruita apposta, mi chiedo se ci sarebbe stata comunque. E credo che momenti di vitalità come il Salone dovrebbero essere potenziati. Le nostre città stanno diventando questo: contenitori di eventi. Ovviamente questo genere di trasformazioni rischia di diventare un autogol devastante, e proprio per questo va guidato con cura.

Ha pronta un’opera inedita, uno dei suoi classici coup-de-théâtre?
Non mi interessa tornare sui miei passi, un ciclo è finito e ne ho cominciato un altro. Sarebbe come pretendere di correre in una gara di Formula Uno con una moto, non è proprio lo stesso sport. Una volta ho letto su una tomba “nel mio principio è la mia fine e nella mia fine è il mio inizio”, sto valutando di scriverlo anche sulla mia. Corro per la vittoria in un nuovo circuito, ma non escludo di arrivare ultimo.

Maurizio Cattelan, ph. Pierpaolo Ferrari

Talenti. Ce ne indichi uno, escluso lei ovviamente…
Stelios Faitakis, Pugnaire, Raffini, Davide Balula, Julius Von Bismarck: tutti gli artisti che abbiamo invitato a Shit andDie hanno un lavoro che ci ha colpito, altrimenti non sarebbero lì.

Ha fondato con Pierpaolo Ferrari la rivista Toilet Paper, un’affascinante fanciulla dalla fervida immaginazione. Come definisce questo progetto?
È una rivista di sole immagini, puoi descriverla durante una cena con gli amici, ma non arriverai mai a spiegarla del tutto, devi vederla coi tuoi occhi per capirla, come una ragazza. È una raccolta di gesti quotidiani, immortalati nel momento in cui deliberatamente si discostano dalla normalità e prendono una piega inaspettata. Sembra una seduta dallo psicanalista!

Ha stravolto Torino in occasione di Artissima. Non pensa che stravolgere Milano durante il prossimo Fuorisalone sarebbe una bella scommessa?
Non credo che la mostra abbia stravolto Torino: è stata un commentario fatto da tre turisti curiosi. Abbiamo capitalizzato gli spunti trovati in città e convogliato le energie sotto un unico tetto. Ripeterei l’esperienza a Milano, dove le stesse modalità darebbero risultati molto diversi. C’è una figura che mi assilla come un fantasma, la Pietà Rondanini di Michelangelo grida vendetta nella mia testa. Se i due bronzi di Riace sono riusciti a rilanciare un’intera regione, quel tesoro rinascimentale dimenticato, una volta tirato fuori, aiuterebbe a rilanciare l’intera città. 

Nato a Padova ma è a Milano che inizia a lavorare. Chi deve ringraziare?
Prima di Milano ho fatto cinque anni di limbo. A Milano mi ha portato la determinazione, il volere una vita diversa da quella che avevo. Mi ero ripromesso che non avrei più lavorato alle dipendenze di qualcuno e Milano è stata la città dove ho capito come potevo riuscirci. Era una città aperta al nuovo e tutti erano pronti a incoraggiare i giovani artisti. Una rete relativamente piccola, ma molto ricettiva. Tristemente, per essere riconosciuto in Italia, sono dovuto andare a New York: Milano è stata un trampolino, un momento di passaggio tra essere all’asciutto e immerso in acqua. 

Cosa la lega a questa città?
Ha il sistema di piscine più efficiente ed economico che abbia mai sperimentato e ne ho visti parecchi negli anni. E poi c’è Toilet Paper, che la maggior parte delle volte è ideato e prodotto a Milano, tra casa di Pierpaolo e lo studio dove scattiamo le foto. Amo Milano per quello che non può darmi New York. Forse non è molto, ma per me è essenziale.

Indimenticabile quando attaccò al muro con lo scotch il suo gallerista Massimo De Carlo.
Una dimostrazione di affetto e di stima reciproca. Un rito di passaggio da superare per poter continuare a lavorare insieme. Avendo accettato quelle prove di buon grado mi hanno dimostrato che potevo fidarmi di lui.

Cos’è il bello?
L’ha detto Kermit: “La bellezza è negli occhi di chi guarda e può essere necessario di tanto in tanto, a uno stupido o malinformato osservatore, causare un occhio nero”. 

È approdato all’arte senza studi. Sarebbe ancora possibile oggi?
Certo che sì: se è vero che l’arte si fa per dare agli altri i propri problemi, non credo che il mondo possa essere cambiato tanto. I problemi rimangono e anche gli artisti!

 

Intervista pubblicata su Club Milano 24, gennaio – febbraio 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

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