Settimio Benedusi

Settimio Benedusi

NON PARLATEMI DI PASSIONE

Non si considera un fotografo di moda, ama i cappelli perché gli piace pensare con la testa al caldo.Ha fotografato le donne più belle del mondo per Sport Illustrated ma in realtà gli interessa il reportage sociale e nella sua doppia biografia sul suo sito web si definisce uno “stronzo” ma anche uno che non butta la carta per terra. La fotografia secondo Settimio Benedusi? È la capacità di raccontare qualcosa non seguendo la passione, ma piuttosto ricercando l’atarassia.

di Andrea Zappa

In molti tuoi ritratti ti si vede con un cappello in testa. È solo una questione estetica?
Sono come Archimede della Disney, per me la testa è importante, bisogna proteggerla e tenerla al caldo, soprattutto per pensare. Nel mio lavoro ho sempre applicato molto l’intelletto, per me la fotografia è qualcosa che si fa usando il cervello e non le mani, l’occhio o il cuore. Quelle sono cazzate, ci vuole una progettualità che deriva dall’usare la testa e pensare a quello che si fa.

In passato qualcuno ti ha definito l’enfant terrible della fotografia e, in una delle tue due biografie presenti sul tuo sito web, tu stesso ti definisci uno “stronzo”. Settimio Benedusi ci è o ci fa?
Direi entrambe le cose. Non credo nei segni zodiacali ma sono un gemelli, e forse una qualche dualità c’è. Credo che le versioni delle mie biografie siano tutte e due vere. Sono opposte, sono uno stronzo, però, come conclude la seconda, sono anche uno che non butta mai la carta per terra. Anzi a quello che butta la carta per terra darei dieci anni di carcere, quasi peggio di chi rapina una banca che rischia il suo e si becca le conseguenze. È un gesto di disattenzione e di menefreghismo insopportabile.

Sfruttiamo allora la tua indole a non avere peli sulla lingua: collabori da tempo con magazine nazionali e internazionali di notevole importanza, qual è la tua idea dell’editoria italiana oggi, rispetto al resto del mondo?
Sembrerò un po’ tranchant, ma è molto semplice: l’editoria italiana non esiste. Tutti i grandi giornali sono edizioni nostrane di magazine stranieri. Parlo ovviamente del mondo dell’immagine e della moda, che è quello con cui collaboro maggiormente. L’ultimo vero giornale italiano in ambito moda è stato Donna negli anni Ottanta, chiuso quello è finito tutto. Basta sfogliare i colophon delle varie testate e ti rendi conto di quello che dico: gli art director sono a New York!

Parliamo ora della tua fotografia, una parola che la definisce?
Sicuramente: semplicità, mi piace scattare la moda o comunque tutto quello che faccio in maniera semplice e diretta. Se uno guarda i miei backstage, vede che scatto con un obiettivo normale, spesso con il 50 mm, senza pannelli, senza i flash. Perché in fondo è così che sono partito e i fotografi che mi piacevano agli inizi della mia carriera lavoravano in questa maniera. In verità faccio sempre la stessa cosa, ho iniziato al mare, a Imperia, a fotografare le mie amiche e i miei amici e alla fine ho fatto per sette anni Sport Illustrated. Noi siamo la nostra storia, uno deve mettere quello che è in quello che fa!

Ripercorrendo la tua carriera iniziata negli anni Ottanta e non ancora finita, hai qualche rimpianto?
Pensando al passato un rimpianto è non aver avuto la voglia, il coraggio di andare all’estero vent’anni fa. Come sono venuto a Milano da Imperia nell’82, tre anni dopo sarei dovuto andare a Londra, Parigi o New York, perché il centro di tutto è lì e se uno vuole fare le cose meglio e in maniera più contemporanea deve per forza andarci a vivere. Riflettendo sul presente, mi piacerebbe pensare a un altro tipo di fotografia, più sociale e in un certo modo più utile. Non mi sento un fotografo di moda, non lo sono. Mi sento un fotografo, punto. Cioè uno che racconta delle storie attraverso la propria macchina fotografica. Per me fotografare la top model o il detenuto nel carcere di Bollate è esattamente la stessa cosa.

Tra le tue innumerevoli attività fai anche dei workshop. Una definizione di fotografia?
La fotografia serve a portare una cosa da punto A a un punto B, serve a far succedere, a far muovere qualcosa. Fai i porno e la gente si fa delle gran seghe, perfetto, fai dei ritratti a dei vecchietti presso Pane Quotidiano per il Corriere e poi il giorno dopo la gente fa donazioni o porta doni, fantastico. L’importante è che succeda qualcosa come reazione alle immagini che hai prodotto.

Hai un approccio molto progettuale e cerebrale alla fotografia, ma la passione?
Odio la parola passione, sposo in pieno una frase che ho letto una volta su un Dylan Dog di Sclavi. Nella vignetta ci sono due personaggi che parlano e uno dice all’altro: “Sai qual è la vera essenza del professionista? Non la passione che è dei dilettanti, ma l’atarassia!”. Concordo in pieno.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 25, marzo – aprile 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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