Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores, ph. Claudio Iannone

SUPEREROE MADE IN ITALY

A fine dicembre ha portato in sala una scommessa coraggiosa mai provata prima da un regista nostrano: dare vita a un supereroe invisibile, adolescente e italiano. In attesa del secondo capitolo de Il Ragazzo Invisibile, annunciato proprio in questi giorni, ecco cosa ci ha raccontato il regista premio Oscar più milanese che c’è.

di Nadia Afragola
Foto di Claudio Iannone

 

Il suo ultimo film è stato un bell’azzardo, visto anche il genere trattato, prerogativa della cinematografia americana. Com’è nata l’idea del giovane supereroe italiano?
L’idea di Nicola Giuliano, produttore della Indigo, era di fare un film che potesse interessare sia ai ragazzi sia ai genitori. Cinque anni fa mi commissionò la sceneggiatura che doveva interessare il mondo dei supereroi. Il problema non fu girare il film, ci impiegammo abbastanza poco, ma decidere come promuoverlo, cercando di allargare il più possibile il bacino di utenza ed essendo il mercato italiano non abituato a un prodotto del genere. Nacque così l’idea del romanzo, edito Salani, poi del fumetto e infine il concorso per la colonna sonora.

Rimanendo in tema supereroi: è possibile contrastare la supremazia delle produzioni americane?
È impossibile e non solo per i mezzi produttivi. È un problema di distribuzione, di cultura e di forza che il cinema americano ha in questo ambito contrariamente a noi. Poi si può provare, come si fa con tutti i miti, a raccontare quel mondo secondo un’ottica diversa, più europea.

Il film è comunque andato bene e sembra che alla fine il sequel ci sarà…
Il risultato al botteghino e della critica è stato positivo e anche per quanto riguarda il mondo della rete, pur non avendo io né Twitter, né Facebook, ho sentito di un dibattito, soprattutto tra i ragazzi, molto acceso. Per il sequel lavoreremo in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione.

Dietro questo film c’è la Indigo, la stessa casa di produzione de La grande bellezza. Reputa che ci siano i presup- posti per superare i confini italiani?
II film di Paolo Sorrentino si rivolge a un pubblico adulto, perché racconta l’Italia in una maniera particolare. L’operazione de Il ragazzo invisibile è diversa. Comunque tutto il cinema italiano dovrebbe cercare di superare i confini nazionali, il problema è che il mercato americano tende a proteggersi, asse- gnando un ruolo marginale a noi, chiedendoci anche sempre le stesse cose.

Una cosa curiosa riguardo al film è che una parte della colonna sonora è stata scelta con un concorso in rete. Un bell’apripista per scardinare certe lobby…
Ci siamo affidati alla rete, a quella cultura partecipativa in cui io non credo totalmente. Il tentativo era di coniugare un nuovo modo di fare cultura, con lo sguardo di chi era in grado di prendersi delle responsabilità. È una bella cosa dar voce a “ragazzi invisibili”.

Con Nirvana nel 1997 ha inizio la sua sperimentazione narrativa, quest’ultimo lavoro si inserisce in quel filone?
Sì e sono contento di questo collegamento, non solo perché si parla di fantascienza. Una delle cose che mi attrae di più è provare a raccontare la realtà tenendo presente che non basta la ragione a spiegarla. Parliamo del realismo magico di Shakespeare.

Abbandonando per un attimo il cinema, si può dire che la sua prima passione è stata il teatro. Perché secondo lei, questa forma d’arte non riesce sempre a essere percepita al passo con i tempi?
Sono convinto che il teatro esisterà sempre, è un’esigenza dell’uomo, così come il cinema nelle sale. Cambiano però il pubblico, le piattaforme, i luoghi dove godersi lo spettacolo. Il teatro, per non ghettizzarsi, deve evitare di chiudersi nell’opera lirica e nella conservazione museale di alcune opere importati. In fondo, non esistono solo Goldoni o Molière.

Gabriele Salvatores, ph. Claudio Iannone

All’ultima mostra del cinema di Venezia ha presentato, fuori concorso, un documentario: Un giorno da italiani. Com’è nata questa idea?
Il format è molto forte e torniamo a parlare di cultura partecipativa, rapportata a una visione verticale e profonda della realtà. Non credo nella democrazia diretta e nel potere della rete in termini creativi, credo sia una grossa opportunità per comunicare. L’idea è stata: vediamo come gli italiani si raccontano, poi mettiamo ordine nelle loro idee.

Possiamo definire questo documentario la versione italiana di La vita in un giorno di Ridley Scott?
Lui là pensa in grande. È un autore che amo molto, credo che Blade Runner sia un capolavoro. A volte mi vengono proposte delle cose, che mi entusiasmano e che alla fine diventano mie.

Quanto è duro oggi un “giorno da italiani”?
Tanto, perché abbiamo perso la nostra identità e ci viene più facile legarci ad altri popoli che al nostro passato. Siamo timidi verso il futuro, verso i cambiamenti. Però è anche un privilegio essere italiani perché il nostro è un Paese speciale e, come tanti supereroi che non si accorgono dei loro poteri, così l’Italia ama sottovalutarsi. Dagli anni Sessanta tutti gli investimenti sono stati fatti nel ramo industriale ma la nostra anima è soprattutto arte, cultura, turismo.

Nel ’92 ha vinto l’Oscar: quanto è cambiato da allora il cinema?
Moltissimo. Quando vincemmo l’Oscar stavamo girando Puerto Escondido, non facemmo nulla per promuovere il film negli Stati Uniti, arrivammo giusto tre giorni prima della cerimonia. Questo la dice lunga su come siano cambiate le cose. Un tempo i film nelle sale stavano anche mesi, ora i giochi si fanno in un weekend.

Nel 2013 è uscito Educazione Siberiana che, oltre ad aver fatto aumentare i fatturati dei tatuatori di mezzo mondo, ha ottenuto un certo riscontro di pubblico. Un’avventura inedita…
È stata un’esperienza interessante, era il mio primo film in inglese con attori internazionali. Un progetto non molto in linea con ciò che andava di moda nel cinema italiano. Sono stato fortunato, ho rischiato e alla fine è andata bene.

È nato a Napoli ma è Milano che l’ha adottata negli anni Settanta. Come si vive in una città che prova a essere all’avanguardia?
Sono cresciuto in una Milano in fermento, con un forte fascino, che invecchiando scopro sempre di più e sento più vicina. Per le vie della città si respira una certa discrezione, un tocco aristocratico che mi piace. Prendendo invece in considerazione Napoli, non è vero che tutto questo non c’è: lì sono estroversi, colorati ma hanno anche una dimensione malinconica, quasi british, che si ritrova in quella borghesia illuminata che parte da Benedetto Croce. Due città con due anime che alla fine non sono così lontane.

Expo è alle porte, crede che faremo la solita figura da pasticcioni?
Faccio gli auguri a coloro che ne faranno parte, è una grande occasione. Si parla della Carta Internazionale sul futuro del pianeta da portare all’ONU: sarebbe bellissimo se si realizzasse. Abbiamo le potenzialità per un evento così importante ma non so se era ciò di cui aveva bisogno il nostro Paese in questo momento. Mi preoccupa la corruzione che è venuta fuori, la malavita che purtroppo è nel nostro DNA. Da cittadino mi fa paura la gestione dell’evento a livello pratico, sul piano della sicurezza saranno mesi complicati.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 25, marzo – aprile 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

Gabriele Salvatores, ph. Claudio Iannone

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