Gherardo Colombo

Gherardo Colombo

VI RACCONTO IL MIO 1992

Brianzolo d’origine ma milanese da sempre, Gherardo Colombo è uno che la storia d’Italia l’ha vissuta dall’interno. Prima partecipando alle inchieste sulla P2 e il delitto Ambrosoli e poi operando da PM negli anni frenetici di Tangentopoli. Da poco è uscito il suo ultimo saggio “Lettera a un figlio su Mani Pulite” dove ricostruisce quel periodo delicatissimo con lucida empatia.

di Simone Sacco

Nel web qualcuno ha descritto il suo saggio come “un filo rosso tra un passato da non dimenticare e un presente senza speranza”. Parole forti che feriscono il lettore…
Io non sono pessimista anche se è vero che la speranza si conquista solo con il duro lavoro e una massiccia dose d’impegno. E la mia, mi creda, non è una fiducia esclusivamente di facciata: il buonumore quotidiano me lo restituiscono i tantissimi ragazzi delle scuole che approccio tramite gli incontri promossi dall’associazione Sulle Regole (www.sulleregole.it).

In questi stessi incontri lei si propone di spiegare ai più giovani il concetto di legalità. Deduco che il feedback sia incoraggiante…
Esatto. Ormai vado per la settantina e girare l’Italia si fa ogni giorno più faticoso per me, eppure la risposta di questi studenti è talmente positiva che ogni volta torno a casa arricchito e rinfrancato dall’esperienza. Le nuove generazioni sono sveglie e propositive, non le dovremmo lasciare mai nelle retrovie. Purché si consenta loro di svolgere il ruolo di protagonisti e non li si costringa a fare gli spettatori, come invece spesso succede.

Nel libro si lascia sfuggire che Tangentopoli (inteso come periodo storico) poteva già esplodere nel 1981 ai tempi della scoperta della Loggia P2 oppure nel 1985 quando, sempre lei, indagò sui fondi neri dell’IRI. Sarebbe forse cambiato qualcosa?
Ragionando in termini puramente ipotetici, diciamo che si sarebbe guadagnato del tempo prezioso. Anche perché a inizio anni Ottanta la corruzione non si era ancora solidificata ai livelli estremi che avremmo scoperto solamente nel 1992. Però inutile metterci dei “se” o dei “ma” di mezzo: all’epoca non è successo. E probabilmente non c’erano neppure le condizioni tali perché accadesse.

Lei è subentrato nelle indagini di Mani Pulite a fine aprile ’92 aiutando in prima persona Antonio Di Pietro (Piercamillo Davigo sarebbe arrivato poco più tardi). Quando si è accorto per la prima volta di avere tra le mani una materia, per così dire, epocale?
Quasi subito. Nel senso che io mi misi a disposizione – se non ricordo male – il 27 aprile 1992 e già a luglio di quell’anno formulai un’idea che poi non fu accolta. In pratica proponevo che si evitasse la prigione a chi raccontasse come erano andate le cose, restituisse il maltolto (alias le tangenti) e si allontanasse volontariamente per un periodo medio-lungo dalla vita pubblica.
Non era una trovata machiavellica la mia, ma solo un tentativo reale di gestire tutta quella mole di corruzione che, giorno dopo giorno, si stava allargando in maniera spropositata.

Si può sintetizzare quel famoso pool dicendo che lei leggeva accuratamente ogni singola documentazione, Davigo redigeva le richieste di autorizzazione a procedere e Di Pietro interrogava gli indagati? Una macchina giuridica oliata alla perfezione, insomma.
Si tratta sicuramente di una semplificazione, ma ammetto che ne parlo anch’io in questi termini nel mio libro. Però quel termine – macchina – non mi sembra esatto. Mi sa tanto di cosa progettuale, mentre Mani Pulite fu tutto tranne che un progetto stabilito a tavolino. Diciamo che ognuno di noi si mise a disposizione degli altri per svolgere al meglio tutto quel gran lavoro che ci si presentava davanti.

Ultimamente Mani Pulite è diventata anche una fiction. Mi dica la verità: le è piaciuta “1992 – La serie”?
L’ho vista poco e non sono perciò in grado di esprimere un’opinione: posso dire che il personaggio che mi interpreta (l’attore Pietro Ragusa, NdR) è molto più alto di me! Battute a parte, seguendo la prima puntata ho trovato la vicenda del sangue infetto francamente esagerata. Una pura invenzione narrativa che fa correre il rischio che lo spettatore pensi che, tra i ragazzi che
lavoravano con noi, c’era chi lo facesse per vendetta e non per senso delle istituzioni.

Secondo lei, visto che la corruzione italiana non è diminuita ma è sempre ben presente nell’aria, potremmo aspettarci in futuro un Mani Pulite bis?
Oggi il malaffare nazionale è molto meno sistematico di allora. La corruzione naturalmente esiste ancora, forse è addirittura maggiore rispetto al ’92, ma mi sembra anche più disorganizzata. Oggi c’è questo illecito, domani quell’altro e i responsabili magari neanche si conoscono tra loro. Questo non vuol dire che l’attuale magistratura non possa lanciarsi in un’impresa simile, ma allo stesso tempo vorrei che la lezione di Mani Pulite non andasse mai dimenticata: non si può marginalizzare un crimine così esteso attraverso una singola indagine. Va fatto un lavoro molto più profondo.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 26, maggio – giugno 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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