Benvenuti in periferia

Fondazione Prada

Un misto tra museo pubblico, fondazione privata e galleria d’arte, la nuova sede della Fondazione Prada ha aperto le porte lo scorso maggio con una mostra dedicata alla serialità nell’arte classica. Uno dei tanti paradossi racchiusi negli spazi di largo Isarco.

di Carolina Saporiti

Dici Prada e pensi alle vetrine in Galleria a Milano o a quelle di via Montenapoleone: difficile immaginare un negozio di Mrs Miuccia da un’altra parte della città se non in centro. Eppure insieme al marito Patrizio Bertelli la regina delle passerelle ha deciso di portare la sua “seconda” attività quasi in periferia, in zona sud di Milano. Nell’anno di Expo, quello in cui deve succedere tutto, in cui tutti devono fare qualcosa, Miuccia Prada ha aperto, lo scorso 9 maggio, una nuova sede per la sua Fondazione, in largo Isarco al 2. Decentrata ma comoda da raggiungere? Macché, con i mezzi ci si arriva prendendo prima la metropolitana, linea gialla, fino a Porta Romana e poi la 79. Solo lei poteva rendere chic uno scalo ferroviario inutilizzato.
E infatti il pellegrinaggio di visitatori continua ininterrotto nonostante siano passati (mentre scriviamo) già tre mesi dall’inaugurazione. D’altra parte la coppia Prada-Bertelli ha sempre voluto tenere separate le due attività, moda e arte.
Come se la scelta della zona non bastasse a rendere particolare questo luogo, si staglia sul cielo milanese un parallelepipedo oro: è la Hounted House, uno dei 10 edifici che compongono la Fondazione, ricoperta completamente da uno strato di foglia d’oro, applicato a mano. La casa stregata, chiamata così da madame Miuccia durante i lavori, accoglie nei suoi quattro piani un’installazione permanente e altri lavori di Robert Gober e due opere di Louise Bourgeois.

Fondazione Prada

Ma la Fondazione è un complesso enorme che accorpa, su progetto dello studio OMA, guidato da Rem Koolhas, sette edifici preesistenti risalenti agli anni Dieci del Novecento a tre nuove costruzioni (il Podium, il Cinema e la Torre, ancora in fase di costruzione) per un totale di 19 mila metri quadrati, dedicati a progetti culturali di vario genere. D’altronde la Fondazione fu creata nel 1993 proprio come luogo di analisi del presente attraverso mostre d’arte contemporanea, ma anche riflessioni filosofiche e progetti di architettura e cinematografici. E oggi prosegue qui, oltre che a Venezia, le sue attività sotto la guida artistica e scientifica dell’ormai fidato Germano Celant.
Accanto alle sale espositive il visitatore, che dovrebbe vagare senza meta e senza un percorso studiato per godere veramente della cultura racchiusa qui dentro, può passare dal Podium dove è allestita la mostra temporanea (che termina il 24 agosto) Serial Classic – pensata in coppia con Portable Classic in mostra a Venezia fino al 13 settembre – al Deposito e nella Galleria Sud dove è ospitato An Introduction, un percorso espositivo di 70 opere della Collezione Prada che esplorano curiosità, impulsi e aspirazioni che hanno portato all’apertura della Fondazione. Visivamente, la Fondazione è un miscuglio di diversi edifici, stili, dimensioni spaziali, temi creativi e periodi storici. Si passa da superfici a specchio e pareti d’oro a interni in calcestruzzo; da stanze minuscole a un hangar immenso e (quasi) vuoto. Nella galleria Nord In Part indaga la tensione tra la parte e l’intero nelle sculture di Lucio Fontana e Pino Pascali, nella rappresentazione delle rovine nei lavori di John Baldessari, David Hockney e Francesco Vezzoli; continuando a camminare si arriva alla Cisterna, un altro edificio risalente all’epoca della distilleria Società Italiana Spiriti: qui a rotazione tre opere della Collezione vengono accostate, per affinità concettuali, creando ogni volta un trittico differente.

Fondazione Prada
Non manca il cinema: due i grandi registi presenti in largo Isarco: Roman Polanski è il protagonista del progetto ospitato dal Cinema Roman Polanski: My Inspirations, dove vengono ripercorse le fonti d’ispirazione dell’autore di Macbeth e Carnage; Wes Anderson invece è l’ideatore del Bar Luce. Niente di moderno e chic come ci si potrebbe aspettare: il bar è allestito come i Caffè milanesi di una volta. La Fondazione Prada stupisce tutti quelli che arrivano e anche quelli che tornano: è un luogo dove si vedono opere d’arte, ma soprattutto dove si respirano idee, dove diverse discipline coestistono, affiancate l’una alle altre. Dove, insomma, è impossibile non farsi coinvolgere. L’arte è senz’altro il linguaggio più utilizzato, ma non l’unico. L’edificio stesso, frutto di recupero e di nuova costruzione impone delle riflessioni: “La Fondazione non è un progetto di conservazione e non è una nuova architettura – ha spiegato Rem Koohlas – Sono due condizioni che di solito vengono tenute separate qui si confrontano l’una con l’altra in uno stato di interazione permanente che offre un insieme di frammenti che non si coagula in una singola immagine, né consente a una parte di dominare le altre”. E il senso di smarrimento potrebbe rendere difficile dire se ci si trova in un posto vecchio o nuovo. E a questa intersezione partecipa anche la prima temporanea curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, Serial Classic, composta da sculture e statue di marmo e di bronzo. Classiche. Ma non originali. Qui si riflette sulla serialità classica e in più in generale sul rapporto tra originalità e imitazione ai tempi dei Romani e poi nel Rinascimento, fino all’epoca contemporanea. “Le due mostre gemelle di Milano e Venezia – spiega Settis – affrontano un unico discorso: gli usi e riusi dell’arte classica. È una narrazione a cerchi concentrici”. La mostra offre una prospettiva più democratica dell’arte rispetto a quella tradizionale, concentrandosi maggiormente sulla sua funzione narrativa che non sulla sua bellezza. Una grande sfida per una Fondazione che porta il peso di un nome così altisonante. Le carte in tavola per diventare un punto di ritrovo per designer, architetti, artisti, turisti e cittadini, ci sono tutte. E, in fondo, questo è ciò di cui ha più bisogno Milano.

 

Bar Luce, Fondazione Prada

IL MONDO DI WES ANDERSON

Non c’è un percorso da seguire per visitare la Fondazione Prada, ma il Bar Luce Wes Anderson, avvolto da una carta da parati che ricrea la Galleria Vittorio Emanuele II, può essere un ottimo punto di partenza. La caffetteria, che si ispira ai caffè milanesi tradizionali, è arredata con tavoli in formica anni Cinquanta in tinte pastello e con flipper ispirati alle pellicole Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Grand Budapest Hotel e un jukebox che riproduce musica degli anni Cinquanta e Sessanta.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 27, luglio – agosto 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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