Sfumature cinesi

Sfumature cinesi

In viaggio nel Paese dei contrasti, che cresce e cambia alla velocità della luce ma che sa anche rispettare e promuovere il suo straordinario passato. Highlight e “ricette” di due grandi capitali a confronto, Shanghai e Pechino.

di Paolo Crespi

Avete presente il sincretismo architettonico delle esposizioni universali? A Shanghai – dove l’esperienza del 2010 ha dato frutti non effimeri, con la maggior parte dei padiglioni ancora in piedi e in via di riqualificazione – la fantasia al potere, spinta da una frenesia edilizia che ha pochi termini di paragone, non ha mai smesso di operare. Basta affacciarsi la sera sul Bund, il viale rive gauche del largo fiume Huangpu percorso in continuazione da chiatte e battelli illuminati, per rendersene conto, apprezzando gli eleganti e ben conservati edifici di un sontuoso passato coloniale a confronto con il verticalismo esasperato del nuovo skyline metropolitano, che cambia a vista (e a perdita) d’occhio.

Per abbracciare tutti, ma proprio tutti i grattacieli della capitale economico-finanziaria (e città più popolosa, con oltre 26 milioni di residenti) della Repubblica Popolare Cinese, il segreto è prenotare una visita all’Urban Planning Exhibition Hall: un simulatore permette di volare virtualmente tra gli avveniristici quartieri e il terzo piano della permanente è interamente occupato da una bellissima riproduzione in larga scala del paesaggio urbano di Shanghai, con proiezione al 2020. Segno tra l’altro che qui un disegno c’è, oltre la bizzarria delle forme: dal “cavatappi” dello Shanghai World Financial Center, alla rampa di lancio dell’Oriental Pearl Tower, la torre delle telecomunicazioni del distretto di Pudong, fino ai cilindri antivento sovrapposti della Shanghai Tower, il secondo edificio più alto del mondo (dopo il Burj Khalifa di Dubai), appena inaugurato tra le nuvole, a quota 632 metri.

Skyline di Shanghai

Il suggestivo skyline di Shanghai

L’ultramodernità convive con la tradizione e ciò che resta di una civiltà plurimillenaria in un Paese del comunismo “2.0”, molto orientato al mercato e non immune agli effetti collaterali di una crescita a tappe forzate. Qui, nella Cina classica, a uno dei vertici del “triangolo d’oro” che comprende Pechino e Xi’an (l’antica capitale rinata al turismo con la scoperta e la valorizzazione di un tesoro come l’Esercito di terracotta), il contrasto è massimo: si passa dallo sfarzo commerciale della

via Nanchino, uno dei griffatissimi centri mondiali dello shopping, all’austerità di luoghi senza tempo come Yuyuan, i giardini del mandarino Yu, nel cuore della città vecchia, tra ponti laccati, pagode di epoca Ming e specchi d’acqua che si aprono nella vegetazione, provocando stupore e ondate di “selfie”.

Ma per ritrovare uno stile di vita men che moderno bisogna recarsi in campagna, a Zhujiajiao, un’ora d’auto da Shanghai. Ad accogliervi una graziosa “water town”, già villaggio di pescatori, oggi meta domenicale dei cittadini (e dei turisti) in cerca di relax. Il passato si impone con i suoi simboli e un impatto maggiore sulla percezione di noi occidentali a Bejing/Pechino, la “capitale del Nord”, sede del governo centrale. E lo fa a partire da quel lungo e maestoso tratto di Grande Muraglia oggi non più difensiva e assurta al ruolo di ottava meraviglia del mondo, protetta dall’Unesco, che si può percorrere senza affanno da formichine in trasferta a Badaling, a soli 50 km di distanza dalla seconda metropoli più popolosa della Cina (19 milioni di abitanti).

Una volta in città, non ci si può sottrarre al rito pagano dello “hutong tour”: in risciò a pedali, con conducente, ci si inoltra nei vicoli altrimenti inaccessibili della Città Vecchia in cui si aprono spaccati di vita familiare abbastanza autentici nella loro residuale semplicità. Saremo gli ultimi a vederli? Di sicuro vedremo ancora per un pezzo la spianata di piazza Tien’an men, la più grande (e vuota) del mondo, con tutto ciò che evoca nell’immaginario collettivo, le file ordinate e quel senso di (auto)controllo manifesto, forse inevitabile di fronte alle icone di regime che dominano la scena, davvero imponente. Come smisurata è l’area quasi speculare della Città Proibita che si para di fronte una volta raggiunto il grande ritratto di Mao e il mausoleo del fondatore della Cina moderna, contrapposta a quella imperiale. Varcare le sue molte soglie o anche visitare il famosissimo Tempio del Cielo, nel distretto di Xuanwu, equivale a saldare indelebilmente due immagini diverse, quasi antitetiche, del paesaggio e della cultura di un popolo che non finirà mai di sorprenderci. La fine della corsa è idealmente nell’area 798, ex industriale, oggi distretto artistico vivace e trendy, nato una decina d’anni fa nella zona di Dashanzi: affollato di gallerie, atelier, negozi e locali alla moda propone alle nuove generazioni un mix assolutamente internazionale, dove anche i graffiti (unica enclave nel grande Paese) sono tollerati. E forse orgogliosamente protetti.

 

Foto in apertura: Il Tempio del Cielo, uno degli edifici culturali taoisti di Pechino, nel distretto di Xuanwu.

Articolo pubblicato su Club Milano 26, maggio – giugno 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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