Carla Fracci

Carla Fracci

PASSO DOPO PASSO

È il ritmo che ha scandito la sua vita, oltre che il titolo della sua biografia. L’étoile italiana è sempre stata un esempio da seguire anche fuori dai teatri, prima come Ambasciatrice della FAO e oggi anche per Expo, e rappresenta da sempre il sogno di tutte quelle bambine che desiderano diventare grandi ballerine come lei.

di Nadia Afragola

L’abbiamo incontrata a Collisioni, nelle Langhe, per ascoltarla e non più vederla volteggiare nell’aria, in punta di piedi. Nel pubblico tanta gente comune, tra cui sicuramente anche madri-ballerine e giovani-danzatrici in cerca di una guida. L’unica esistente. Carla Fracci è la forza della dedizione che si fa mito e diventa essa stessa la più alta forma di danza da tutti riconosciuta. È lei stessa una favola a lieto fine, figlia di un umile tranviere e oggi regina sul tetto del mondo.

Quando ha deciso di mettere nero su bianco la sua vita, da sempre vissuta in punta di piedi?
Mi è stato semplicemente chiesto (dalla Mondadori, NdR) e anche se ci sono già dei libri che parlano di me e del mio rapporto con la danza, una biografia così ancora mancava. Ci sono delle parti della mia vita artistica e familiare: per far stare dentro tutto sarebbe servita un’enciclopedia intera.

Ha reso internazionale la danza italiana, ed è diventata la più grande étoile di sempre. Come riesce a convivere con una simile responsabilità?
Non parlerei di grande o meno grande, ho fatto delle cose che sono servite alla danza. E non vorrei peccare di falsa modestia, però alle volte mi sorprendo ancora di essere famosa. Poi mi accorgo che invece è una realtà e sono le persone che incontro a ricordarmelo. So di aver fatto tanto per la danza, la gente se lo ricorda, ed è riconoscente.

La cosa più bella che ha fatto?
Ho portato la danza classica nei piccoli paesi dove c’era il sospetto che non sarei mai arrivata, nonostante la parola data.

Parla spesso dei suoi ricordi di quando era ragazzina, delle campagne lombarde dove viveva: papà tranviere e mamma operaia. Le favole a lieto fine allora esistono?
Se volete chiamarla favola fate pure, in effetti ha quel retrogusto. Il mio primo ruolo, come a voler giocare con il destino, fu proprio quello di Cenerentola. Parliamo pur sempre di una ragazza semplice, cresciuta in campagna. Anch’io delle volte mi chiedo perché tutto questo sia successo proprio a me. L’importante è non perdere mai per strada il proprio background e quella semplicità che ti permette di rimanere con i piedi ben piantati per terra.

In altre parole, bisogna ricordare sempre da dove si arriva?
Precisamente. Credo sia più giusto vivere il proprio lavoro e la propria vita come ci si sente, senza “indossare” degli atteggiamenti prestabiliti. Non è mai facile affrontare quello che il futuro ti riserva ma, come nel mio caso, è meglio stare alla larga dagli altarini dove certa gente ti vuole mettere. È bello anche vivere alla giornata e questo non vuol necessariamente dire “estraniarsi”. Ho dei figli, dei nipoti: sono una donna normale che ha fatto bene il suo lavoro.

Ai tempi in cui Eugenio Montale ricopriva il ruolo di critico musicale per il Corriere della Sera e frequentava la Scala di Milano, le dedicò una lirica bellissima, “La danzatrice stanca”. Era il 1969. Di quella ballerina a distanza di 50 anni cosa resta?
Resta la consapevolezza che non si può vivere nel passato, che bisogna guardare al futuro e approcciarsi alla vita e al proprio lavoro sempre con un sentimento di entusiasmo. Eugenio mi ha dedicato una grande cosa e quella lirica la porto dentro, come si fa con i ricordi più belli. Non esistono parole per descrivere certe cose. Era un grande poeta ma anche una persona semplice, che aveva bisogno di aiuto, che faceva fatica a camminare ma non per questo si è mai messo su un albero a cantare. Anzi, era pieno di entusiasmo e lo ricordo mentre eravamo a tavola e continuava a chiedermi il rossetto e la matita per gli occhi per fare i suoi disegnini sui tovaglioli. Su Ossi di Seppia che custodisco gelosamente a casa c’è un suo bellissimo disegno, le Apuane. Con il tempo siamo diventati amici, come anche con Marina Marini, abbiamo fatto tanti anni di vacanze insieme: sono incontri che ti arricchiscono e rimangono lì a farti compagnia anche quando l’altro non c’è più.

È stata la pioniera del decentramento della danza. Un’arte che non ha mai considerato elitaria e che doveva essere portata ovunque, soprattutto nei piccoli centri. Oggi cos’è la danza per Carla Fracci?
Per lungo tempo mi hanno criticato, mi hanno dato della pazza per questa mia presa di posizione: perché la prima ballerina della Scala, una abituata a girare il mondo, sarebbe mai dovuta andare nei piccoli centri, come Budrio o Sassuolo con la sua danza? Poi però sono arrivati tutti a ruota, sono nati Rudy & Friends e tutti sono diventati “friends”. Erano gli anni dove le piccole compagnie teatrali erano in grado di fare delle produzioni straordinarie.

Era la sua Giselle a far tanto discutere e altrettanta gola, non è vero?
Volevano Giselle nonostante i budget risicati. Mi chiedevano di rinunciare alla compagnia teatrale, di scegliere 3-4 coppie di danzatori e andare in scena. Era la mentalità di allora e non dimenticherò mai quel signore di un teatro emiliano che non riusciva a capire il senso di quello che io facevo. Loro volevano il personaggio, io volevo promuovere la danza, i giovani, continuando a fare ciò che mi piaceva fare.

Oggi c’è più approssimazione?
Adesso si fanno più o meno sempre le stesse cose di repertorio, passi a due e qualche variazione. C’erano Il Lago dei cigni e il Don Chisciotte e ci sono ancora oggi. Erano spettacoli di grande forza e livello culturale: erano altri tempi.

Carla Fracci

Alla Carla Fracci bella, giovane e in carriera, avevano sconsigliato di diventare mamma. In Italia oggi non è un diritto essere mamma per una donna. Perché così pochi passi avanti?
Credo il contrario: non si fa che parlare dei divi che in età avanzata decidono di avere dei bambini, si fanno fotografare con loro e addio all’intimità. Non bisogna strombazzare la maternità, le pance nude: sembra una cosa voluta, all’interno di un contesto pubblicitario mentre avere un bambino è qualcosa di intimo. All’epoca era anche un po’ una moda non avere bambini, se eri una ballerina. Anche se poi l’esempio massimo ci arriva dall’Ottocento e da Maria Taglioni che si copriva con lunghi scialli, diceva di avere male alle ginocchia e invece era incinta. Le ballerine dovevano essere guardate e non toccate.

Lei non rinunciò al suo diritto di essere mamma e così nacque Francesco. Come andò?
Non c’erano pericoli reali nel diventare madre. Una ballerina, è vero, poteva sformarsi, prendere peso ma questo dipende molto da come uno si gestisce. Io ho ballato fino al sesto mese di gravidanza, ero piccolissima, avevo preso 24 kg. Noi ballerine abbiamo degli addominali forti, difficile che vediate delle pance esplodere: Francesco nacque dopo 8 mesi, pesava 2.4 kg e mi è dispiaciuto non avere quel mese in più solo per noi due. Mi sarei voluta godere fino alla fine quella parte di maternità. Non saltavo più, niente piroette ma non smisi mai di fare i miei esercizi alla sbarra.

Che rapporto ha con Milano?
È la mia città, sono cresciuta qui ed è qui che ho fatto carriera muovendo i primi passi a teatro. Poi è arrivata il Teatro Alla Scala e sono sorti i primi problemi. Ero molto richiesta ma spesso non mi davano il permesso per andare all’estero. Subì anche dei torti come quando non mi fecero andare a Hollywood per girare un film. Me lo dissero dopo tanto tempo, dopo che la produzione si era stufata di chiamare il teatro. Mi sentii spesso dire che avevo avuto fortuna perché ero carina ma nel nostro lavoro ci saranno sempre dei detrattori e come in tutti i mestieri l’invidia fa spesso da cornice. Se si è forti e determinate e soprattutto donne, funziona così: lo sa quanta gente vive d’invidia?

Manca un mese alla fine di Expo. Lei oltre a essere ambasciatrice della FAO dal 2004 è anche uno degli Ambassador di Expo. All’atto pratico cosa possiamo fare per nutrire il pianeta?
Dovrebbero fare, fare veramente. Si dovrebbe andare nei paesi dove c’è bisogno e portare degli aiuti. Quello datomi da Expo è un riconoscimento importante ma avrei voluto vedere realizzati dei progetti che abbiamo presentato. Si era detto di fare degli spettacoli per i giovani, di coinvolgere delle compagniee invece alla fine hanno portato la bellissima compagnia del Cirque du Soleil che però non è una novità e non si inserisce nel quadro logico dell’Esposizione Universale.

Qual è l’eredita che Expo lascerà al nostro Paese?
Milano è un po’ vuota: con l’apertura prolungata di Expo sono tutti a Rho. Hanno cambiato in corsa e del lamento generale c’è, a partire dai taxisti per finire ai commercianti: in un certo senso è doloroso perché dei capitali sono stati investiti. È un po’ imbarazzante, lo ammetto. Del futuro invece non c’è certezza…

A 22 anni era prima ballerina solista. Oggi il mondo è cambiato tanto e la danza si vede quasi più solo nei reality. Come spiega il tanto affetto che le hanno riservato a Barolo?
Mi ha commosso vedere soprattutto l’affetto dei giovani: è bello essere un punto di riferimento, con il mio percorso di vita e il duro lavoro che c’è stato dietro. Essere dei ballerini non è così facile come fanno vedere in tv: è illusorio pensare di costruire un professionista in una stagione televisiva. Tre atti in un teatro non sono neppure paragonabili alle esibizioni soliste che vedete in tv, preparate in pochi giorni. Amici di Maria De Filippi non è male, è un modo per far parlare della danza ma dovrebbe essere aggiunta una postilla al tutto, per onestà e chiarezza: “Attenti ragazzi, che la professione arriva dopo anni di duro lavoro”.
Al talento sei mesi non bastano, però possono servire a farlo venir fuori, come nel caso di Anbeta che comunque aveva già dedicato la sua vita alla danza. È stata bruciata in modo sbagliato, lei che aveva un fisico nato per ballare ma sono felice che il boom televisivo non l’abbia cambiata, che sia rimasta in Italia e che le sia stata data la possibilità di lavorare. Oggi tante compagnie sono costrette a espatriare per lavorare. È brutto pensare che un genitore debba dire al proprio figlio di andare a lavorare all’estero e questo mica vale solo per la danza. La crisi c’è ma spero che i giovani imparino a difendersi. C’era già ai miei tempi un disegno ben chiaro: si volevano smantellare i teatri e così è stato. Guardate cosa è rimasto.

Il suo incontro con la danza fu casuale. Funziona come in amore?
Credo di sì e la mia storia d’amore con la danza è una di quelle che durano per sempre, come l’uomo che mi è affianco e che è stato in grado di sposare due donne: la ragazza Carla e la ballerina Fracci.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 28, settembre – ottobre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

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