Non chiamatelo museo

Armani Silos

Ha inaugurato a maggio Armani/Silos, un tempio della moda che celebra i 40 anni di lavoro di re Giorgio. In uno spazio minimal, 600 abiti ripercorrono il gusto e l’estetica del maestro della moda italiana, riconosciuto per la sua eleganza in tutto il mondo.

di Carolina Saporiti foto di Davide Lovatti

Da anni in molti lamentano la mancanza di un museo della moda italiano: com’è possibile che in uno dei Paesi con i migliori stilisti al mondo, che hanno fatto la storia della moda, non ci sia uno spazio espositivo a essa dedicata?
E perché lo scorso anno a Londra il Victoria & Albert Musuem ha ospitato la mostra celebrativa The Glamour of Italian Fashion 1945 – 2014 e da noi invece esibizioni così non se ne vedono mai? Qualcuno si muove da sé: a Milano ha aperto, nel 2012, presso Palazzo Morando, il purtroppo poco famoso Costume Moda Immagine; a Firenze la Fondazione Salvatore Ferragamo, il Gucci Museo e la Galleria del Costume offrono qualche riflessione sulla moda e, a cercare di colmare questo vuoto, quest’anno si è aggiunto il re della moda italiana.

Giorgio Armani ha infatti inaugurato, in concomitanza dell’apertura di Expo, di cui è Ambassador per il settore fashion, un nuovo spazio espositivo per raccontare i 40 anni di storia della casa di moda celebre in tutto il mondo per la sua eleganza. Ma non chiamatelo museo, a lui non piace. Quella parola, secondo Armani, richiama qualcosa di vecchio e sempre uguale a se stesso, mentre Silos è pensato come un tempio per esporre il lavoro di una vita e come regalo per la città di Milano. Armani/Silos sorge a fianco alla casa di moda milanese (in via Bergognone 40, nella sempre più riqualificata e viva zona Tortona). Il nome, scelto dallo stilista, è dovuto all’originaria funzione dell’edificio risalente al 1950 e ristrutturato, che un tempo apparteneva alla multinazionale Nestlé e serviva a conservare le granaglie: “E così come il cibo, anche il vestire serve per vivere”, ha spiegato lo stilista. Non solo ha scelto il nome, Giorgio Armani ha disegnato completamente il suo museo, mantenendo l’architettura sobria e rigorosa originaria dell’edificio.

Armani Silos

Il risultato sono 4.500 metri quadrati suddivisi su quattro piani che raccolgono i 40 anni di (capo)lavori dello stilista con 600 abiti e 200 accessori custoditi in questi muri. La selezione è suddivisa seguendo alcuni temi che hanno ispirato il lavoro creativo dello stilista dal 1980 in poi. Oltre alla ristrutturazione e all’architettura, Armani si è poi occupato dell’allestimento, scegliendo i capi da esporre e il luogo: un’occasione per ripensare alla propria attività, più che un semplice lavoro curatoriale: “Mi ha aiutato a riflettere su 40 anni di lavoro, con passione ma anche con equilibrio. Perché la moda, che sembra vivere in un eterno presente, ha necessità di riflettere su se stessa e sulle proprie radici proprio per proiettarsi nel futuro, accompagnando e spesso anticipando i grandi mutamenti sociali. Ricordarci come siamo stati ci aiuta a capire come potremo essere”, ha detto Armani in occasione dell’inaugurazione.

Il percorso espositivo è in effetti una riflessione sul rapporto tra lo stilista e Milano, oltre a una manifestazione d’orgoglio del lavoro ben fatto, della creatività e dell’impegno. Lo stretto rapporto con la propria città si manifesta anche nell’archivio digitale messo a disposizione di studenti e ricercatori che possono usarlo per i loro studi o come fonte d’ispirazione, potendo contare sulle migliaia di capi e bozzetti, video e backstage di sfilate e foto di campagne pubblicitarie lì custoditi.

Armani Silos

Delle migliaia di capi realizzati, Armani ne ha selezionati “solo” 600, ma si vocifera che se li ricordasse tutti, uno per uno, come un padre con i figli o come un (buon) maestro con i suoi alunni. Così ecco che il percorso è stato suddiviso seguendo quattro fili conduttori diversi. Il piano terra accoglie il tema daywear; il primo gli esotismi; il secondo i cromatismi; l’ultimo, la luce. Gli abiti della sezione daywear non sono esposti seguendo un ordine cronologico, ma piuttosto secondo denominatori comuni in fatto di ispirazione, i manichini sono diversi l’uno dagli altri perché pensati appositamente per l’abito che “indossano”. Non mancano alcuni capi portati da star come il completo che vestiva Richard Gere in American Gigolò (la prima pellicola con tutto il guardaroba firmato Armani) e il tailleur rosa indossato da Cate Blanchett al Festival di Cinema di Sidney del 2011.

Al primo piano sono in mostra gli abiti più esotici di Giorgio Armani, quelli disegnati dopo aver subito il fascino dei canoni estetici di Paesi lontani dell’Asia e dell’Africa: qui sono esposti infatti caftani, pigiami, tuniche e sarong. Salendo più in alto si incontra una selezione di capi il cui filo conduttore è il colore: il nero degli smoking o degli abiti da cerimonia e quello accostato ad altre cromie o disegni. Anche in Cromatismi sono esposti alcuni abiti indossati da star del cinema, come l’abito di Jodie Foster agli Oscar del 1995 o quello che Sharon Stone ha usato un anno dopo sullo stesso red carpet. Il terzo piano, più concettuale nella scelta del tema (la luce) raccoglie invece i capi che definire “d’abbigliamento” sarebbe riduttivo, essendo il frutto di un lavoro artigianale complesso e prezioso. I colori dominanti qui sono il bianco, il perla e l’argento. La struttura di Silos ricorda quella di un alveare con i muri lisci e una corona di finestre in cima. Un’architettura semplice e rigorosa che richiama in molti aspetti l’estetica Armani: le pareti e i pavimenti sono fatti di cemento grigio – colore amato dallo stilista – mentre i soffitti sono dipinti di nero. A completare la scenografi a ci pensano le tubature di illuminazione, riscaldamento e raffreddamento a vista e la vetrata che affaccia su via Bergognone.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 28, settembre – ottobre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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