Bruno Pizzul

Bruno Pizzul, ph. di Cecilia Gatto

UN ASSO AL MICROFONO

Voce riconoscibilissima da più generazioni, milanese acquisito da quasi cinquant’anni e icona pop suo malgrado: “Ho lottato duramente per non finire schiavo del mio personaggio…”, lo storico cronista è scrigno prezioso di aneddoti calcistici e storie di vita. Ancora ben saldo al comando della Domenica Sportiva dispensa, settimanalmente, sacrosanta dialettica sportiva. A lui la linea…

di Simone Sacco foto di Cecilia Gatto

Signor Pizzul, cominciamo proprio da Milano.
Andrò sicuramente controcorrente, ma io la trovo una bella città a misura di bicicletta.

Con tutto quel pavé e le pericolose rotaie dei tram?
Sono conscio del problema, ma vuoi mettere con la soddisfazione di pedalare lungo il Naviglio o nel parco del Ticino? Per non dire della facilità di trovare parcheggio: basta un palo, una catena e il problema è risolto. Calcolo meglio le tempistiche di “viaggio” quando inforco la bicicletta e noto con piacere che, come me, agiscono sempre più milanesi.

È vero che è diventato giornalista quasi per caso?
A me stavano antipatici i giornalisti! (ride, NdR) Quando facevo il calciatore (Pizzul ha giocato centrale difensivo con le maglie di Catania, Ischia e Udinese, NdR) trovavano sempre un buon motivo per appiopparmi brutti voti in pagella. Poi, vai a capire la vita: nel 1969 mi sono iscritto al concorso per telecronisti indetto dalla Rai e nel ‘70 ero già in Messico a commentare i Mondiali…

Prima però c’era stato il “fattaccio” della trasferta comasca.
Sì, Juventus-Bologna del 7 aprile 1970, mia prima telecronaca in assoluto. Era uno spareggio in campo neutro, a Como, per accedere alla finale di Coppa Italia e io alle nove del mattino mi stavo già attrezzando per trasferire armi e bagagli sul lago. Arriva Beppe Viola – la milanesità fatta persona, un genio del giornalismo che ci manca tanto – e mi dice: “Bruno, sei pazzo a partire adesso? Ci vorrà massimo mezz’ora: andiamocene a pranzo”. Ma non avevamo calcolato quanti juventini motorizzati risiedessero in Brianza. Morale? Arrivai con un quarto d’ora di ritardo e meno male che a quei tempi la partita la trasmettevano in differita!

Bruno Pizzul, ph. di Cecilia Gatto

Ai Mondiali tedeschi del 1974 lei commentò un evento storico.
Germania Ovest-Germania Est, derby teutonico tenutosi ad Amburgo. La partita non contava nulla visto che entrambe le squadre erano già qualificate, ma come al solito la Guerra Fredda si mise di mezzo. E pure i tifosi dell’Ovest! La Mannschaft era piena zeppa di giocatori del Bayern Monaco e così gli amburghesi fecero un tifo assordante per i cugini dell’Est che alla fine vinsero 1-0 con lo storico gol di Sparwasser.

Poi, ad Argentina ‘78, ecco irrompere il bello della diretta.
La Rai mi mandò a Mar del Plata a fare la telecronaca di Francia-Ungheria, una gara tranquilla. Solo che i francesi si erano scordati le maglie! Panico, imbarazzo, caos; finché un massaggiatore transalpino non risolse la situazione requisendo una muta di magliette bianco-verdi a una squadra locale (l’Atletico Kimberley, NdR) e il match poté cominciare. Ci misero 45 minuti a risolvere il dilemma e io ero là in postazione a parlare di luoghi d’interesse e cucina locale come una perfetta guida turistica…

Per le lacrime (sportive) ci sarebbe stato tempo.
Non solo sportive purtroppo visto che il 29 maggio 1985 mi toccò andare in onda durante il pre-partita di Juventus-Liverpool all’Heysel e dare notizia dei 39 morti nel settore Z. Quello resterà per sempre il ricordo più devastante della mia vita, la ferita mai saturata. Trovai le parole per commentare quell’inferno più nella mia coscienza d’uomo che di giornalista. Ma forse tu
volevi sapere altro…

Italia-Argentina del 3 luglio 1990: l’amara eliminazione degli azzurri nella semifinale del nostro Mondiale. E anche lì, lei c’era.
Me la sogno ancora la notte, quella dannata partita. Quella, la finale di Pasadena col Brasile a USA ‘94 e la finalissima di Rotterdam di Euro 2000 tra Italia e Francia (sospira, NdR). Se dovessi fare una classifica dei miei bocconi più amari, la semifinale di Napoli resterebbe lì, cementata al primo posto, ma anche Rotterdam non scherza. Soprattutto perché ne pagò in prima persona un mio amico fraterno: Dino Zoff. Il caro Dinone avrebbe meritato maggior rispetto dopo quell’assurda sconfitta.

Tradito da un golden gol che – tempo qualche anno – la FIFA avrebbe pensionato per sempre.
Una regola allucinante. Se fosse stato in funzione a Messico ‘70, non avremmo mai avuto Italia-Germania 4-3. Brrr, non ci voglio neanche pensare.

Chiudiamo con un classico del suo repertorio: cos’è “tutto molto bello” al giorno d’oggi per Bruno Pizzul?
(Lunga pausa, NdR) Questo scambio di battute con te è stato molto bello. E poi le emozioni che il calcio ci sa ancora regalare – un po’ a fatica, a dir la verità – in questo frenetico terzo millennio. Ricordi quando Paolo Di Canio fermò il pallone in area con le mani per portare soccorso al portiere avversario infortunato? Beh, se non fu grande bellezza quella…

 

Intervista pubblicata su Club Milano 28, settembre – ottobre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment