Sergio Colantuoni

Sergio Colantuoni, ph. Martin Vingen

MAKE YOUR LIFE(STYLE) YOUR MASTERPIECE

Eclettico e inarrestabile, applica il suo gusto e la sua capacità di saper scegliere in ogni settore. Il creativo, milanese d’adozione, si racconta tra moda, design, arte ed editoria.

di Simone Zeni
Foto di Martin Vingen

Lei viene definito un lifestyler. Come spiegherebbe a un profano la sua professione?
Sono Sergio Colantuoni, un signore napoletano, e faccio di professione il lifestyler. Non so bene cosa sia, ma mi piace sempre osservare le facce che fanno le persone quando lo dico. C’è chi esclama: “Interessante!” e intuisco subito che non ha capito nulla e poi c’è chi domanda: “Cosa? Cosa fai? Cosa vuol dire?”.

Ma allora in cosa consiste esattamente il suo lavoro?
Sono più di 30 anni che mi occupo d’immagine in senso lato. Ho iniziato come redattore moda a L’uomo Vogue e da quel momento la curiosità mi ha sempre spinto a varcare nuove soglie. Mi sono interessato agli oggetti, al design e alla cucina quando ancora, all’inizio degli anni Novanta, non era in voga come adesso. Poi ho cominciato a lavorare agli allestimenti e alle grandi produzioni per Pitti Immagine e per altri clienti. Ho realizzato campagne pubblicitarie, ho ideato negozi, allestito fiere e stand. Collaboro con Io donna per le pagine di cucina, che firmo da 20 anni. Sono stato coautore del libro Il pranzo è servito! edito da Baldini Castoldi Dalai. Attualmente sono il direttore creativo di Caruso e ho disegnato la linea di cinture Spirituality Belt. In pratica ho seguito l’immagine da tanti punti di vista diversi. Maurizio Marsico mi ha definito un creativo a largo spettro e dice di me che sono come l’aspirina: vado bene in ogni occasione.

Come si è evoluto l’ambiente creativo milanese negli anni?
A me piacciono i cambiamenti e le trasformazioni. Sono una continua sfida. Anche il modo di proporre un abito, un accessorio di moda o qualsiasi altro oggetto è cambiato. Con le nuove tecnologie tutto è più istantaneo, forse non di grande qualità, ma di effetto immediato. Oggi siamo come nella preistoria: abbiamo dei mezzi ma non sappiamo come farli funzionare. È un periodo di grande energia ed effervescenza, proprio perché dobbiamo scoprire nuovi modelli esistenziali e di mercato. Che siamo in crisi già lo sappiamo, nessun media si astiene dal ricordarcelo. Abbiamo bisogno, per questo, di nuove esperienze, di spiritualità intesa come esperienza. Siamo all’inizio, dobbiamo essere capaci di percepire le sfumature e le nuove aspirazioni. Sono un entusiasta e, per fortuna, faccio un lavoro dove posso trasferire tutti gli stimoli che ricevo da fuori plasmandoli. Tutto mi suggerisce qualcosa e mi sprona. Trovo solo noioso l’agitarsi moderno. La poca concentrazione sulle cose e la dispersione di energia.

In cosa si differenzia il suo metodo lavorativo nell’ambito della moda, della cucina o nel caso di un allestimento?
Mi hanno sempre affascinato l’aspetto delle cose e la loro collocazione nello spazio. È questa la bellezza del mio lavoro. È come una serie di cantanti che interpretano, ognuno alla propria maniera, un brano. Il mio lavoro è un’interpretazione del bello. Non sono un artista, ma un creativo. Filtro tutto, tutte le mie esperienze, per farne un progetto personale, sia che io curi una foto, sia che disegni una collezione di moda o un oggetto, sia che prepari una tavola per una cena. Mi piace poi, essendo un perfezionista, entrare nelle cose. Non lascio mai nulla al caso.

Che rapporto ha con Milano?
Sono molto grato a Milano, una città meritocratica, che apre le sue porte e dà, ancora oggi, la possibilità di creare e rinnovare. Come per un milanese è difficile immaginarsi di potersi trasferire a Napoli per lavorare, anche per un napoletano lo è trasferirsi qui. Milano mi ha scelto e io mi sono lasciato scegliere volentieri. Dopo la Domus Academy, dove ho seguito un master con Gianfranco Ferré, ho sempre lavorato e non ho mai pensato di andare via. Se poi hai una casa che ti piace, Milano va bene: essendo circolare, tutto si raggiunge velocemente. Non è importante dove vivi in questa città, ma la casa che hai.

Che posti frequenta in questa zona? Ha delle tappe fisse?
Mi piace andare al cinema Colosseo, a cena da U Barba, che da vecchia bocciofila è diventata un’osteria ligure à la page, prendere l’aperitivo dall’Elettrauto. Spesso ordino cibo d’asporto dalle sorelle de La Cucineria, una torta di Ernst Knam. Per mangiare un’ottima pizza mi sposto fino in via Orti da Gennaro Esposito.

C’è un altro quartiere che le piace?
Montenapoleone, il salotto di Milano, e sono entusiasta della nuova zona di Porta Nuova come della Darsena, dove finalmente a Milano si può dire: “Andiamo a fare una bella passeggiata!”.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 29, novembre – dicembre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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