Livia Pomodoro

Livia Pomodoro

UN’ADOZIONE FELICE

La conosciamo tutti come un’importante protagonista della vita giudiziaria del nostro Paese, ma è anche direttore dello Spazio Teatro No’hma e dal 2014 è presidente del Milan Center for Food Law and Policy. Ci ha raccontato che Milano l’ha adottata felicemente e senza pensarci un attimo, quando giovanissima è arrivata qui dalla Puglia.

di Marilena Roncarà

È stata la prima donna della storia a diventare nel 2007 presidente del Tribunale di Milano e ora, oltre a dirigere un teatro, guida il gruppo di esperti del Milan Center for Food Law and Policy che sta lavorando all’eredità dell’Esposizione Universale. L’abbiamo incontrata nel suo teatro, ideato e fondato dalla sorella (gemella) Teresa e ricavato da un’ex stazione in disuso del sistema dell’acqua milanese.

Com’è avvenuto il suo incontro con il teatro?
L’ho scoperto grazie a mia sorella: è stato il più grande dono che potesse farmi. Quando lei è mancata ho deciso di prendere in mano questo spazio e devo dire che da allora (era il 2008) ho fatto molta strada perché sono sì anche una teatrante, ma soprattutto sono stata e forse sono ancora “un apprendista stregone” (ride, NdR).

Il No’hma è un luogo speciale, dove non si paga il biglietto per entrare…
Siamo una Onlus, è l’unica struttura di questo tipo. È una grande specialità, ma non è niente di snob, piuttosto è una fatica perché dobbiamo riuscire a mantenerci. Però ho voluto tener fede all’idea di mia sorella per cui la cultura, la conoscenza e l’arte sono patrimonio di tutti e quindi vogliamo che tutti ne
possano usufruire.

Ma il teatro è ancora necessario?
Il teatro è passione, ma soprattutto ha il fascino della verità, delle cose che si possono dire anche un po’ impunemente. Resta un rito importante, in genere finisce con l’essere elitario, ma qui senza l’obbligo del biglietto abbiamo creato un’esperienza unica. È uno spazio dove davvero si può mescolare chiunque: dall’homeless al generale, all’ambasciatore, a chi ha interesse a tenere vivo il proprio senso di umanità.

Una parola sulla prossima stagione?
La stagione 2015/2016 è dedicata alla bellezza: quella dei sentimenti, della natura, del difficile da comprendere, una bellezza tutta da scoprire perché è insieme la sintonia tra l’uomo e l’esterno e degli uomini fra di loro.

Oltre al teatro c’è anche il suo impegno alla guida del Milan Center for Food Law and Policy…
Expo è stata una grande festa, un’esperienza importante e anche un successo dal punto di vista del business, ha fatto conoscere Milano e l’Italia al mondo. Ma non ci si può fermare all’immagine, bisogna dare sostanza alle cose e noi proviamo a farlo con la nostra. Vogliamo lasciare un segno indelebile, un’idea di futuro, di diritto e legalità, di rispetto e riconoscimento della dignità di tutti gli esseri umani.

Ci spieghi meglio…
Abbiamo proposto Milano come capitale mondiale dell’alimentazione, il che significa sviluppare gli studi di ricerca nella filiera alimentare, nell’attività di produzione e distribuzione del cibo, dalla lotta allo spreco all’obesità, dal tema della cattiva alimentazione al land grabbing, al problema dell’acqua. Il Milan Center è convenzionato con cinque ministeri, tantissime università italiane e straniere e altrettanti centri di ricerca: il nostro obiettivo è sviluppare un’attività di advocacy per far conoscere al mondo questi problemi, anche dando delle indicazioni esecutorie.

Possiamo dire che Expo ha messo radici fertili?
Non ho la bacchetta magica. Però quando mia sorella ha fondato questo teatro ho pensato che fosse una follia e lei mi ha detto che “il teatrante non può che essere un folle” e aveva ragione. Allo stesso modo quando ho cominciato a parlare del Milan Center e dell’importanza di affermare il principio che non c’è cibo senza diritto, grandi rappresentanti delle istituzioni mi hanno detto che era una bellissima utopia, ma “lasciaci lavorare”. Ecco… Hanno dovuto ricredersi.

Un pensiero su Milano.
Milano mi ha accolta felicemente giovanissima e mi ha adottata, lo avverto tutti i giorni, per strada, dovunque. È un affetto antico, profondo e condiviso. Ho vissuto tutte le stagioni di questa città, gli anni bui: la strage di piazza Fontana, il terrorismo, le brigate rosse. Solo durante il periodo di Tangentopoli ero a Roma (come capo di gabinetto del ministro della Giustizia) e quando sono tornata ho trovato una Milano sconcertata, chiusa in se stessa, anche un po’ egoista. Poi è passato il tempo e la città come ogni volta si è risollevata: qui si costruisce l’economia e la finanza del Paese, qui c’è questa forza propulsiva e poi nel contempo siamo la città più solidarista d’Italia. Milano ha un’energia di fondo che non muore mai. In più questo è un momento magico: la città è piena di iniziative, di turisti, di vitalità, bisogna andare avanti.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 29, novembre – dicembre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

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