I robot alla Fondazione Prada

Goshka Macuga

Dal 4 febbraio al 19 giugno la Fondazione Prada ospita la mostra dell’artista polacca Goshka Macuga, con un robot che ci accoglie declamando un monologo infinito, 73 teste di bronzo di figure storiche e opere di grandi artisti, il tutto per invitarci a interrogarci sui temi fondamentali del nostro vivere.

di Marilena Roncarà | 5 febbraio 2016

L’origine, il tempo, la fine, la rinascita: ecco gli ambiti di indagine affrontati dall’artista polacca Goshka Macuga nella mostra che dal 4 febbraio al 19 giugno è ospite della Fondazione Prada. To the Son of Man Who Ate the Scroll, questo il titolo dell’allestimento, ispirato a un versetto biblico di Ezechiele, in cui l’artista che è insieme curatrice, collezionista, ricercatrice e ideatrice di mostre, organizza e ci propone un suo personale sistema di visione del nostro presente, anche mescolando e prendendo a prestito opere di altri grandi artisti.

Ecco allora che nel Podium, al pianterreno, troviamo ad accoglierci una scultura di Lucio Fontana, insieme a opere di Alberto Giacometti, Phyllida Barlow, Robert Breer, James Lee Byars, Ettore Colla, Thomas Heatherwick ed Eliseo Mattiacci. Tutti lavori di grandi dimensioni, provenienti dalla Collezione Prada e da importanti musei italiani e stranieri, che evocano l’idea del cosmo. Ma al centro di queste grandi opere protagonista indiscusso è un robot, un androide dalle fattezze umane con tanto di barba (ideato dalla stessa Macuga e prodotto in Giappone da A Lab) che seduto su un piedistallo declama senza sosta un monologo composto da frammenti di discorsi realizzati dalle più diverse personalità della Storia, come a dar vita a un simbolico archivio del pensiero dell’umanità. Dal celebre “Io ho visto cose che voi umani non potete immaginare…” tratto da Blade Runner, a citazioni di Hanna Arendt e di Mikhail Gorbaciov.

Goshka Macuga

Before the Beginning and After the End, 2016. Al centro John De Andrea, Arden Anderson and Norma Murphy, 1972. Olio su poliestere e fibra di vetro

Al secondo piano prende invece corpo Before the Beginning and After the End: una grande installazione realizzata in collaborazione con l’artista francese Patrick Tresset. Cinque tavoli presentano rotoli di carta lunghi 9,5 metri ricoperti di schizzi, disegni, testi, formule matematiche e diagrammi realizzati con penne biro, a illustrare la storia del progresso umano. Mentre sul sesto e ultimo tavolo i robot della serie “Paul-A” continuano a disegnare in tempo reale per tutta la durata della mostra, cercando da un lato di sovrascrivere e dall’altro di rimuovere le narrazioni antropocentriche che sembrano illustrare, in un gioco di continua stratificazione del sapere. In più sopra i rotoli si trovano disposte, come per sorprenderci, opere d’arte antica e contemporanea (da Piero Manzono a Dieter Roth per citare due nomi) e ancora oggetti rari, libri e documenti in grado di creare una giustapposizione tra evoluzione dell’umanità e un suo possibile collasso

Decisamente suggestivo, anche nel senso di una qualche luminosa apertura alla speranza, è l’allestimento che occupa i tre ambienti della Cisterna: International Institute of Intellectual Co-operation. Qui 73 teste di bronzo che rappresentano 61 figure storiche e contemporanee: da Einstein a Freud, da Martin Luther King a Karl Marx e Mary Shelley, sono collegate tra loro da lunghe barre metalliche, come a ricordare una struttura molecolare e ad evocare la proposta di Einstein che prevedeva una leadership intellettuale capace di sostituire il modello dell’autorità politica. Qui si celebra, quindi, l’incontro immaginario tra pensatori di epoche, provenienze geografiche e culturali diverse, che nel loro pensiero riflettono la complessità della natura umana.

L’intervento Goshka Macuga si completa, infine, nello Studiolo con: Al la filo de la homo kiu manĝis la skribrulaĵon ovvero reading di testi significativi in esperanto che evocano le intenzioni utopiche alla base dell’invenzione di una lingua artificiale condivisa. Le performance sono in programma ogni sabato e domenica alle 17, fino al 24 aprile.

Un ricco volume, che ha la forma di un atlante in più di 350 pagine (edito da Fondazione Prada) accompagna la mostra e ripercorre la carriera di Goshka Macuga dal 1993 a oggi. Al suo interno anche saggi inediti della filosofa Rosi Braidotti, della storica dell’arte Elena Filipovic, della consulente per le arti del CERN Ariane Koek, del fisico e astronomo Lawrence Krauss, del curatore di dOCUMENTA Dieter Roelstraete e dell’antropologo Michael Taussig.

 

4 febbraio – 19 giugno
Goshka Macuga
To the Son of Man Who Ate the Scroll
Fondazione Prada
Largo Isarco 2, Milano

 

In apertura: Goshka Macuga To the Son of Man Who Ate the Scroll, 2016. Androide, trench di plastica, scarpe fatte a mano (scarpa 1: schiuma espansa; scarpa 2: cartone, lino). Tutte le foto della mostra sono di Delfino Sisto Legnani Studio. Courtesy Fondazione Prada.

Miuccia Prada and Goshka Macuga attend the opening of 'Goshka Macuga: To The Son of Man Who Ate the Scroll' at Fondazione Prada on February 3

Miuccia Prada and Goshka Macuga all’opening della mostra

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