Carlo Gabardini

Carlo Gabardini

Mano nella mano con la vita

Conosciuto dal grande pubblico per Camera Café, ha studiato alla Paolo Grassi e ha lavorato con grandi comici italiani. Nel 2013 ha fatto coming out su YouTube e nel 2015 ha pubblicato un memoir incentrato sul rapporto con il padre e ha vinto l’Ambrogino d’Oro. Ma sente di avere ancora la testa di un dodicenne.

di Gemma Ghiglia

È difficile trovare persone in grado vantare una milanesità plurigenerazionale. Carlo Gabardini è una di quelle, tanto che un suo trisnonno fu sindaco della città a fine Ottocento. Tra i fondatori del Milano Film Festival nel 1995, lo scorso dicembre è stato premiato con l’Ambrogino d’Oro. Autore, attore, youtuber, militante per i diritti LGBT, inserirlo in una sola categoria è impossibile. L’anno scorso ha pubblicato Fossi in te io insisterei. Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere (Mondadori): un libro coraggioso che parla di tanti coming out e del saluto al padre morto.

Il tuo libro ha riscosso molto successo dalla sua pubblicazione. Lo stesso si può dire in generale della tua vita?
Il risultato del libro mi rende molto felice, però la mia vita mi sembra sempre appena cominciata e totalmente imprevedibile, non riuscirei proprio a parlare di successo, mi sembra un po’ prematuro trarre conclusioni. E poi, se mi passi una battuta, più che al successo sono interessato a ciò che deve ancora succedere.

Alla fine cosa ti ha convinto a scrivere questo libro?
Da tempo alcuni editori mi chiedevano di pubblicare qualcosa, ma io non andavo agli appuntamenti perché temevo che volessero “il libro di Olmo”, il mio personaggio in Camera Café. Poi ho capito che l’unica cosa che volessi scrivere era una lettera a mio padre. Sentivo che la mia vita era in standby e che dalla sua morte avevo cominciato con lui un dialogo poco sano nella mia testa, ed è sbagliato: i morti vanno lasciati andare, altrimenti diventano mostri per giustificare le nostre paure.

Nel libro ti metti a nudo. A partire dal rapporto con tuo padre, così speciale e per te sempre più raro da trovare oggi. Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato?
Quando cerco di descrivere mio padre con un solo aggettivo, scelgo “giusto”. Però dire che il suo più grande lascito è stato il senso di giustizia è riduttivo. Gran parte di quello che sono ora lo devo a lui. Al momento non ho figli, e la mia paura è quella di essere un padre nettamente meno bravo del mio. Quando nel libro mi è scappato: «Io voglio un figlio» la lettera stava agendo su di me: dovevo ammazzare dolcemente e simbolicamente mio padre, per smetterla di essergli figlio e poter finalmente essere padre a mia volta.

Nel libro parli molto dell’importanza psicologica del coming out.
Sì, perché so che fare coming out è di una potenza inaspettata, ti cambia la vita. Non dovrebbe essere un’esclusiva di noi omosessuali, ma di tutti, perché “venire fuori” e urlare cosa si desidera per la propria esistenza non concerne solo la sfera sessuale, ma il nostro senso di stare al mondo.

Il tuo impegno per i diritti LGBT comincia nel 2013, dopo il video virale “La marmellata e la nutella. Ci si innamora di chi ci s’innamora”. Sono passati tre anni, che conquiste ti aspetti dal 2016?
Intanto mi aspetto quelle che l’attuale governo ci aveva promesso nel 2015 e non ha ancora realizzato. Però non vorrei
parlare di conquiste: questo centellinare i diritti – potete baciarvi ma non sposarvi, non sappiamo se potete donare
il sangue, magari potete prendere un bimbo in affido ma non adottarlo – è profondamente discriminante.

Parliamo invece del tuo rapporto con Milano, che nel libro è quasi un personaggio comprimario…
Milano è la mia città, da sempre, come da sempre è la città della mia famiglia. È ovvio quindi che con lei abbia un rapporto di odio-amore. Da ragazzino erano più le cose che non mi piacevano, ora devo ammettere che quando non sono in città, Milano mi manca tantissimo. Per me è casa, con tutto ciò che comporta.

Quali sono i luoghi della città più significativi per te?
Per me Milano è poco una questione di luoghi, è più sentirsi parte di qualcosa di più grande di te. Poi potrei elencarti decine di posti legati a mie personali memorie o avvenimenti collettivi della cittadinanza, come descriverti decine di scorci inaspettati e incredibili, perché Milano sa essere bellissima anche se ci tiene molto a tenerlo nascosto, quasi fosse un segreto che si può tramandare solo oralmente.

Tornando a “Fossi in te io insisterei”, è un libro che racconta come prendere in mano la propria vita. Ora che ci sei riuscito, sei felice?
Felicità è una parola grossa, forse così grossa da essere inservibile e poco comprensibile. Io penso che «prendere la propria vita in mano» più che portarti felicità ti faccia cominciare a vivere, l’unico punto di partenza possibile. Cercare di passare la vita indenni, mi sembra molto poco saggio.

 

 

Intervista pubblicata su Club Milano 30, gennaio – febbraio 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

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