Michele De Lucchi

Michele De Lucchi, ph. Matteo Cherubino

L’EBOLLIZIONE DELLE IDEE

Ha mosso i primi passi durante l’epoca d’oro del progetto e ha lavorato con alcuni dei maestri italiani del design. De Lucchi è uno dei progettisti più celebri del nostro tempo, l’abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare il suo modo di vedere i processi creativi che hanno reso grande l’Italia e Milano.

di Davide Rota Foto di Matteo Cherubino

Chi è Michele De Lucchi? Com’è diventato architetto e designer?
Sono arrivato a Milano nel 1976, dopo una laurea a Firenze. Ho iniziato a lavorare sulla carta e ho avuto l’opportunità di conoscere Ettore Sottsass che, nel 1979, mi ha introdotto all’Olivetti, di cui sono diventato responsabile del design dal 1988 fino agli inizi del 2000 e alla quale devo molto, sia dal punto di vista professionale, sia personale. Gli uffici della Olivetti di Milano erano particolari: erano composti da una serie di professionisti esterni, ma pur essendo
una realtà a sé stante, mantenevano un legame forte con le dinamiche e le problematiche aziendali. Gli architetti e i progettisti che lavoravano in quegli spazi facevano di tutto: dalle grafiche pubblicitarie alla progettazione degli uffici aziendali, dai progetti di design agli allestimenti degli showroom, fino al packaging. È stato un momento importante della mia vita perché ho incontrato una serie di persone che si sono rivelate fondamentali anche dopo l’esperienza in Olivetti, quando l’azienda non è più esistita. Mi vengono in mente: De Benedetti, Colaninno, Passera e tanti altri… Ed è il luogo in cui ho conosciuto mia moglie. Lei non lavorava per l’azienda, ma si trovava lì per scrivere un libro sull’organizzazione del design all’interno della Olivetti.

Memphis, Sottsass e gli anni d’oro del design italiano: ha vissuto in un’epoca fantastica dal punto di vista del design…
Ho avuto la fortuna di lavorare con i tre grandi maestri del design italiano: Ettore Sottsass, Vico Magistretti e Achille Castiglioni. L’amicizia con Sottsass è stata determinante perché con lui mi sono confrontato sia con la grande industria (l’Olivetti in questo caso) sia con l’avanguardia intellettuale del design e dell’architettura che a Milano ha portato alla creazione di Memphis e di tutti i movimenti da lì derivati. E proprio da quell’esperienza ho avuto l’opportunità di crescere e di espandermi: ho iniziato ad avere i primi riconoscimenti, ho aperto un mio studio e ho iniziato a lavorare tanto all’estero, soprattutto in Giappone ma anche in Russia, in Germania e in America. E poi gli ultimi anni sono stati tutti concentrati soprattutto su Milano.

Un avvenimento casuale o invece l’intenzione di realizzare qualcosa “in casa”?
Sto pensando se in effetti esista un vero e proprio motivo. Diciamo che è stata un’esperienza maturata all’estero e poi messa in pratica a Milano. Mi sono trovato qui proprio nel momento in cui tutto stava per esplodere: è stata una delle città più attive negli ultimi anni, con cambiamenti continui e grandi investimenti. Il lavoro svolto all’estero negli anni passati è stato visto di buon occhio dai milanesi e proprio questa esperienza fuori confine mi è servita per alcune delle opere svolte in città. Il primo grande successo, quello che considero un po’ il mio trampolino di lancio, è stata la vittoria del concorso per gli uffici della Deutsche Bank in Germania. Un lavoro che mi ha dato molta visibilità all’estero, ma che è servito anche in Italia e che mi ha consentito di realizzare gli uffici delle Poste Italiane. Sempre in Germania ho vinto il concorso per la progettazione delle stazioni delle ferrovie nazionali; una serie di progetti che mi sono serviti poi per collaborare con l’Enel, per la creazione dei loro uffici e la progettazione di ben sei centrali elettriche (e mentre parla indica una fotografia di Gabriele
Basilico, il fotografo milanese scomparso poco più di tre anni fa, appesa alla bacheca dei lavori, NdR).

A proposito di Basilico, a gennaio si è tenuta una mostra dedicata interamente al suo lavoro. Che rapporto aveva con lui?
Gabriele e io ci siamo conosciuti negli anni Settanta, abbiamo collaborato in molte occasioni ed era un amico. Uno dei progetti più belli realizzati con lui è la serie di fotografie scattate alle centrali elettriche dell’Enel. Ricordo con grande orgoglio l’ultima volta in cui abbiamo collaborato, si trattava di una ricerca che ci ha portato in giro per l’Europa per mettere in luce le architettura visitate da Giambattista Piranesi (incisore, architetto e teorico dell’architettura italiana del XVIII secolo, NdR) durante la sua carriera. Gabriele ha girato tantissimi luoghi e ha fotografato le stesse architetture schizzate più di 250 anni fa da Piranesi, cercando la giusta angolatura e trovando un modo per renderle vere. Un lavoro corposo e di qualità, che ha richiesto più di sei mesi di tempo per essere completato.

Michele De Lucchi, studio, ph Matteo Cherubino

Michele De Lucchi, studio, ph Matteo Cherubino

Pensa che Milano abbia conservato la sua fama e la sua voglia di qualità?
Credo che a Milano le cose siano in costante “ebollizione”. E l’ebollizione produce sempre una combinazione inaspettata di elementi da studiare, indagare e capire e far evolvere ulteriormente. Milano è sempre al centro dell’interesse mondiale – sia dal punto di vista del design e del progetto, ma anche dello stile di vita – perché concepisce queste discipline non solamente come materie tecniche utili per produrre oggetti, mobili o altro, ma come strumento per capire in che direzione si sta evolvendo la società. Quando il design riesce ad andare un poco più in là dei problemi legati ai costi o alle vendite, e riesce a essere un poco più lungimirante e capire che cosa si può fare per rendere la condizione di vita dell’uomo sul pianeta migliore, prende tutto una nuova piega. E per fortuna questa cosa avviene ancora, soprattutto qui. C’è ancora qualcuno in Italia che riesce a pensare al design non solo come la disciplina per disegnare le caffettiere, ma come una materia per capire cosa vogliamo fare di questo mondo. Un obiettivo un poco più umano e umanistico.

Come è cambiato il volto della città? E come cambierà ulteriormente secondo lei?
È un cambiamento in atto ormai da anni, che non si è fermato. Se penso ad alcune cause o tappe penso prima di tutto al Salone del Mobile e al cosiddetto fuorisalone. Poi alla Triennale, un posto adatto alle feste. Tolte alcune mostre che l’ammazzano e che l’hanno ammazzata in passato, quando invece sono belle riescono a trasformarla in uno dei posti più vivaci e attivi di tutta la città. Un altro posto che mi viene in mente è il Pier Lombardo (la sede storica del Teatro Franco Parenti riaperta nel 2008, NdR) che non è solamente un teatro, ma uno spazio per feste: ci sono quattro sale, un foyer che si adatta a ospitare esposizioni o congressi e tra poco sarà aperta anche la piscina esterna. Un luogo fantastico. Un altro posto che sta nascendo e che spero diventi sempre più importante per il futuro di Milano sono le Gallerie d’Italia in piazza della Scala. Un progetto più classico e umanistico ma che può essere importante per la città. Poi la nuova piazza dedicata a Gae Aulenti in Porta Nuova, dove abbiamo creato l’Unicredit Pavilion. E ultimo, ma non in ordine di importanza, il Castello Sforzesco, che dopo l’intervento tanto osteggiato di riposizionamento della Pietà Rondanini (dall’ormai storico allestimento dello studio BBPR al nuovo Museo della Pietà, NdR) ha visto un incremento vertiginoso delle visite.

In effetti è stato un intervento che ha sollevato qualche polemica…
Anch’io non so se sia stata una cosa giusta o sbagliata, credo semplicemente che sia stata utile. Le cose vanno fatte vivere e per fare questo è necessario molto spesso cambiare il modo di vederle. Un tema importante per l’umanità e per Milano in particolar modo: come rendere temporanea la permanenza e come rendere vitale, permanentemente, ciò che è importante conservare.

A proposito di conservazione: Expo sembra ormai un ricordo lontano, cosa sarà di ciò che ne rimane secondo lei?
Questo è un bel tema da affrontare. Sicuramente la cosa migliore è la possibilità di sfruttare quegli spazi fuori Milano – ma alcuni anche in città – per la ricerca universitaria, un grande investimento sulla conoscenza. Mi domando però se saremo in grado di farlo. Ci riesce meglio improvvisare che non costruire strutture solide. Il mondo in effetti non è più fatto per essere costruito… Sa quanti ettari di natura scompaiono ogni giorno in pianura Padana? Circa 20. Più di 7mila all’anno. Per carità, smettiamola. La cosa migliore che un architetto potrebbe fare oggi sarebbe convincere un imprenditore a comprare un palazzo fatiscente, distruggerlo e costruire un parco. Zero Ground Consumption è un concetto a cui ci dobbiamo abituare. Io sono orgoglioso del lavoro svolto a Expo, perché i padiglioni che sono stati costruiti sono
a tutti gli effetti edifici senza fondamenta, che possono essere spostati da un’altra parte.

Siamo alla vigilia del Salone del Mobile, cosa ne pensa?
Il Salone del Mobile è una bellissima invenzione. Ed è una bellissima cosa che sia stata creata questa doppia faccia dell’evento: da un lato la fiera, una vetrina dedicata alle vendite e agli addetti ai lavori; dall’altro l’aspetto più goliardico, il fuorisalone, che coinvolge la città. Una cosa fantastica, che ha dato il via anche al “fuori Expo” lo scorso anno. Milano a Place to Be, lo slogan nato dopo un lusinghiero servizio realizzato dal “The New York Times” sulla città meneghina, è perfetto per spiegare quello che è ormai evidente a tutti: noi italiani siamo bravissimi a organizzare feste. Dai principi romani, ai veneziani, alle biennali… Che cosa è
una festa in fondo? Creare coinvolgimento, trovare un tema adatto e far sì che tutti quanti siano coinvolti e che la città entri in movimento. In Italia dovremmo organizzare feste.

Cosa presenterà durante la Design Week?
Quest’anno cadono i 25 anni di Collezione Privata (una piccola azienda creata da Michele De Lucchi nel 1991, NdR) e voglio festeggiarli. Sto raccogliendo tutti gli schizzi e i “disegnetti” per presentarli in una mostra qui in studio. Presenteremo poi una versione gigante della lampada Acqua Tinta, in edizione limitata, fatta in collaborazione con una mastro vetraio di Murano. E poi altri progetti che saranno presentati al Salone del Mobile.

Intervista pubblicata su Club Milano 31, marzo – aprile 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

Michele De Lucchi, ph. Matteo Cherubino

Michele De Lucchi, ph. Matteo Cherubino

Commenti

commenti

Be first to comment