Roberto Cacciapaglia

Roberto Cacciapaglia, ph. Matteo Cherubino

SCUOTENDO L’ALBERO

Cita volentieri Andy Warhol, Peter Gabriel e Brian Eno. La multimedialità e la musica stessa che – parole sue – «resta un’arte troppo grande per essere svilita con un comportamento compiacente». Lui è il Maestro Roberto Cacciapaglia: ascoltato da milioni di visitatori per via della sua sonorizzazione de L’Albero della Vita allo scorso Expo e tuttora figura carismatica di una Milano che crede nel potere intrinseco del creare a ogni costo. Partendo da una semplice emozione.

di Simone Sacco – foto di Matteo Cherubino

Varcare la soglia dell’incantevole studio privato di Roberto Cacciapaglia, a pochi passi dai giardini di Porta Venezia, è come immergersi nel silenzio più appagante. Un alveo di quiete e contemplazione, avvolto nel legno e nella moquette, dove la musica prende forma volentieri tra manifesti d’epoca, computer ultra-moderni e strumenti vintage. Quella stessa musica che il Maestro (laureato al conservatorio meneghino Giuseppe Verdi nei primi anni
Settanta) ha sempre inseguito con devozione estrema, partendo dagli esordi quasi kraut rock di Sonanze (1974) fino ad arrivare alla soddisfazione non indifferente di aver musicato l’Expo 2015 tramite l’accensione quotidiana (e serale) de l’Albero della Vita. E poi passando attraverso una miriade di progetti e album che vi invitiamo volentieri ad ascoltare partendo dal sublime Live From Milan (2011), un doppio CD dal vivo (più DVD) dove i pianismi romantici di Cacciapaglia arriveranno svelti e risoluti alla vostra anima. «Però lei, prima, mi ha confessato che è un grande fan di questa mia composizione…», mi stuzzica il Maestro e, ancor prima che possa rispondergli, esegue al pianoforte una versione cristallina di Double Vision che fu utilizzata per uno spot della FIAT al tramonto degli anni Ottanta, prima di finire su disco (Ten Directions – Il lancio del pensiero) solamente nel 2010.
Resto semplicemente senza fiato e Cacciapaglia non potrebbe essere più
appagato di così. «Non farei la musica che amo senza avere questo contatto con il mio pubblico: diecimila spettatori valgono quanto lo stupore di uno e viceversa. La musica deve comunicare il più possibile, altrimenti è giusto che resti imprigionata in uno spartito mai pubblicato. O, semplicemente, nella testa del suo autore». Il più – a livello filosofico – è già stato enunciato, ma altre domande affollano i miei appunti. Ragione per cui cedo la parola a una delle più eloquenti eccellenze meneghine in concerto all’Auditorium di Milano di Largo Gustav Mahler il 16 maggio.
Maestro, partiamo dal futuro: sta già lavorando a qualcosa di nuovo?
In tutta onestà, non ancora. Tree Of Life, in definitiva, resta un progetto recente (l’album è uscito nell’autunno scorso, NdR) e ora ho questo tour estivo da organizzare. Anche se…

Anche se?
Mi conceda una confidenza: la Believe Digital, la mia attuale casa discografica,
si è già portata avanti con i tempi e ha programmato un “Best Of Cacciapaglia” in uscita per le prossime festività natalizie. E lì ci saranno sicuramente tre miei inediti. Per l’album nuovo, invece, c’è tempo: inizierò sicuramente a ragionarci più avanti.
Mi diceva del tour: la data milanese è in programma il 16 maggio all’Auditorium di Largo Mahler. Cosa attenderci in definitiva?
Sì, a maggio ci saranno queste anticipazioni del tour estivo che toccheranno
Firenze, Roma, la nostra città e poi, più avanti, anche Torino (il 23 giugno al teatro Carignano, NdR). Una parte del concerto milanese sarà dedicata ovviamente ai brani di Tree Of Life con l’accompagnamento della Celestia Chamber Orchestra. Suonerò anche un paio di inediti tra cui un pezzo
come Handel Hendrix House a cui ho sempre tenuto e una cover di David
Bowie, vale a dire una versione speciale di Starman. Un po’ come tributo all’artista recentemente scomparso, un po’ perché il Duca Bianco è un punto di contatto con Andy Warhol, ovvero un’artista che è stato fondamentale per il mio percorso artistico.

Roberti Cacciapaglia, foto di Matteo Cherubino
Si sente anche lei un po’ devoto alla Pop Art?
Assolutamente sì: come le dicevo prima, senza un dialogo con il pubblico, l’artista non esisterebbe neanche. Andy Warhol, Brian Eno, Peter Gabriel, lo stesso Bowie: quella è tutta gente che è sempre riuscita a comunicare con la propria audience tramite l’arma della multimedialità. Non mi prenda per
presuntuoso, ma io sento di appartenere a quel tipo di emotività artistica. Mi veda come un musicista in grado di non chiudersi nel proprio sapere personale, ma capace di “parlare” a chi lo ascolta.

In effetti la sonorizzazione dell’Albero della Vita ha riscosso un enorme successo di pubblico allo scorso Expo milanese. Milioni di visitatori di ogni nazionalità, alle dieci di sera, si sono radunati sotto quella scultura postmoderna. E hanno ascoltato…
Una cosa di cui andrò fiero per tutta la vita. Amo chiamarlo “il potere del suono”: una capacità empirica di fondere musica e pubblico in un tutt’uno.
Il famoso e agognato “dialogo”, giusto per parlare di cose concrete e non metaforiche.

Tecnicamente cos’è stato l’Albero per lei? Una sonorizzazione, una colonna sonora oppure un medley di musiche che Roberto Cacciapaglia aveva già precedentemente composto?
Mettiamola così: per me si è trattato di un’opera lirica priva di libretto. In fondo io e i miei collaboratori visuali dovevamo commentare i quattro elementi (acqua, aria, fuoco e terra) solo ed esclusivamente con il potere delle
note: non c’erano voci da seguire né trame da narrare. Tutto quello che avevamo
a disposizione era la musica. E poi l’aspetto visivo, certo: quella struttura che si illuminava nella notte milanese e lasciava tutti con il naso all’insù per dodici lunghi minuti. Ecco perché prima ho citato non a caso la parola   “multimedialità”.
Come sta la musica al giorno d’oggi, così oppressa dal fenomeno dei talent show, delle canzoni “usa e getta”, dei dischi che escono quasi in maniera carbonara
Domanda impegnativa (sorride, NdR)! Dunque, per me la musica odierna
gode di ottima salute e sul web si trovano esempi di artisti encomiabili; però effettivamente quello che manca è il supporto delle case discografiche.
Forse sono venuti meno la pazienza e la voglia imprenditoriale di far crescere un talento puro?
Esatto. Lei prima parlava di “musica usa e getta” e, a me, quello che preoccupa
maggiormente è proprio il verbo “gettare” con tutte le relative delusioni che comporta. Voglio dire: che ne sarà di tutti questi promettenti ragazzi illusi dalla gloria effimera di un talent show? Che contraccolpi psicologici subiranno una volta spenta la luce della telecamera? Mi faccia aggiungere una cosa sotto forma di un’ennesima domanda retorica: lo sa cos’è che oggi mi fa storcere il naso?

No, me lo dica lei…
Il fatto che il pubblico per la cosiddetta “buona musica” oggi esiste eccome… Solo che bisogna raggiungerlo! Il problema odierno è una società istituzionale che non supporta affatto autori e musicisti. Una discografia che non ha tempo e insegue esclusivamente il successo istantaneo.
E poi, a volte, si fa anche fatica a trovare il supporto fisico. Con tutto il rispetto per iTunes o Spotify, forse la musica di Cacciapaglia andrebbe in primis apprezzata su vinile o CD. Accendere uno stereo, appoggiare la puntina sul solco o inserire un disco nel suo vano, creerebbe molto più senso d’attesa…
Non lo dica a me che ho album veri e propri pubblicati in Italia, Russia, Spagna, Olanda, Stati Uniti e tanti altri. Però, allo stesso tempo, vanto anche quindici milioni di utenti su Spotify e quindi lungi da me spacciarmi per luddista (ride, NdR)! La metta così: la mia musica verrà sempre distribuita su supporto fisico, ma altre sono lo strade odierne per creare quel famoso “contatto” tra artista e pubblico. E quei percorsi, mi creda, non vanno assolutamente trascurati.
Le piace il rock rumoroso?
Mi piace eccome. Adoro anche l’heavy metal da questo punto di vista… Vede, per me fare musica significa scatenare quelle forze prorompenti che generano vita, amore e contatto. A fine anni Sessanta, appena quattordicenne, ho avuto la fortuna di assistere a un concerto di Jimi Hendrix al Piper di Milano e poi ho vissuto in prima persona la lunga stagione del Parco Lambro nel decennio successivo. Il rock, al pari della musica sacra e classica, è fortemente presente nel mio DNA. Se inserirò una chitarra elettrica nel mio prossimo album? Chi lo sa? Magari…

Roberti Cacciapaglia, foto di Matteo Cherubino
A proposito, perché a un certo punto ha desistito dal produrre pop italiano? Negli anni Ottanta lei collaborò ad alcuni album di Gianna Nannini, Alice, la compianta Giuni Russo…
Perché gli artisti pretendono troppo. Scherzi a parte, produrre pop italiano, oggi come allora, è troppo impegnativo: ci sarà sempre quel cantante che vorrà respirare assieme a te, mangiare in tua compagnia, svegliarti alle due di notte perché avrà avuto una idea geniale da sviluppare in studio… Lavorare a dischi altrui è stato senz’altro un’esperienza piacevole e arricchente però, allo stesso tempo, mi sono sentito in dovere di chiudere quella porta già nel lontano 1985. Altrimenti – con tutto il rispetto – non sarei riuscito a dedicarmi alle mie composizioni personali.
Lei, giusto per restare ancorati al passato, collaborò in qualità di tastierista al secondo album di Franco Battiato: il fondamentale “Pollution” del 1972. Lo ascolta ancora di tanto in tanto?
Sinceramente no, ma amo quel lavoro e la stima per Franco è rimasta immutata nel corso di tutto questo tempo. Anzi, è aumentata progressivamente.

Però con Battiato ha suonato solo in quel disco…
Sì, feci con lui la tournée di Fetus (1972) e mi ritrovai automaticamente in studio per Pollution. Poi Franco lavorò a Sulle Corde di Aries e Clic, ma io ero già presissimo dalla scrittura di Sonanze – che uscì appunto nel 1974 – e da allora siamo rimasti “solo” grandi amici.
Giusto in conclusione, mi dica la suprema verità: cosa non farebbe mai nei confronti della sua adorata musica?
Probabilmente non compiacerei mai la musica stessa. Sa, non mi piace svilire
quest’arte in maniera speculativa. La vera musica è una cosa troppo grande di per sé: arreca gioia e dolore all’ascoltatore sviluppandosi in un’esperienza
totale. Non riuscirei mai a mancarle di rispetto.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 32, maggio – giugno 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

Roberti Cacciapaglia, foto di Matteo Cherubino

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