Luca Sacchi

Luca Sacchi, ph. di Matteo Cherubino

IL MIO EDEN

Alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 abbiamo fatto due chiacchiere con il campione di Barcellona ’92, occasione in cui il nuotatore “figlio d’arte” si portò a casa il bronzo nei 400 misti. Presidente oggi della Dds di Settimo Milanese, un’officina dello sport fondata dal padre Remo, e commentatore televisivo, Sacchi non ha rimpianti, ma molti ricordi

di Roberto Perrone – foto di Matteo Cherubino

 

Trent’anni. Quasi, 28. La prima Olimpiade non si scorda mai, come il primo grande amore, anche per un giornalista. Seul, 1988. Era la seconda Olimpiade asiatica, dopo quella di Tokio, 1964. I Giochi Olimpici, i grandi avvenimenti sportivi in genere, servono spesso per mostrare i muscoli di una nazione. La Corea del Sud era allora un Paese rampante, una delle cosiddette tigri asiatiche. Fu un grande spettacolo, anche perché, dopo tre edizioni zavorrate da veti e boicottaggi (1976 Montreal, 1980 Mosca, 1984 Los Angeles) la fine della Guerra Fredda riempì il villaggio di una popolazione di atleti, di ragazzi, che guardavano il mondo con più ottimismo e meno sospetto reciproco. Tra questi un ragazzo milanese di vent’anni (10 gennaio 1968), un nuotatore di Sesto San Giovanni, figlio, nipote, parente di nuotatori e pallanuotisti, uno dei pochi nuotatori italiani tornati dall’Olimpiade con una medaglia, ora un uomo con due figlie, Viola 15 anni e Greta 10 e una storia da farci conoscere. In vista di Rio de Janeiro, Giochi della XXXI Olimpiade, ecco il racconto di Luca Sacchi, da Milano a Milano, via Seul, Barcellona, Atlanta (da atleta) Sydney, Atene, Pechino, Londra (da commentatore Rai). Suo padre, Remo Sacchi, e sua madre, Bianca Furiosi, si conoscono nella piscina della Rari Nantes Milano. Dopo il loro percorso di atleti, insegnano nuoto a Sesto, infine, nel gennaio del 1977 aprono la piscina della Dds (Dimensione dello sport) a Settimo Milanese. «Mio zio, comunista, la voleva chiamare Dipartimento dello Sport» scherza Luca che venne, ovviamente, sbattuto subito in acqua anche perché «non avevo voce in capitolo». Stessa fine per sua sorella, Marzia, che poi «ha maturato un distacco progressivo per il nuoto e ora fa tutt’altro, è emigrata in Sardegna».

Luca invece è ancora qui, ora è presidente della Dds e ottimo commentatore per Raisport. Ma ci arriviamo.
Anche l’approccio con la piscina non è di quelli esaltanti. Non è che all’inizio impazzissi per andare in piscina. Recalcitravo, ma poi mi hanno fatto annusare le gare e allora la cosa mi è piaciuta.

La resistenza è dovuta anche a condizioni oggettive?
L’acqua non era calda come adesso, c’erano meno comodità, si soffriva di più, tutto era fatto per gente che si doveva temprare.

La sua acqua milanese scorre dal 1977 per quasi vent’anni tra la piscina della Dds e quella, «come per tutti i nuotatori milanesi», più grande di via Mecenate. Un bel viaggio, mattino da una parte, pomeriggio dall’altra…
Io abitavo in via Solari, prendevo i mezzi, un’ora di tragitto.

A vent’anni si conquista un posto all’Olimpiade di Seul.
Ci sono arrivato bene, mi sono qualificato ad aprile.

Fu un’Olimpiade storica…
Sì, solo che doveva essere l’anno di Giorgio Lamberti nei 200 stile libero, ma lui naufragò subito. C’era un clima disarmante, la spedizione era gestita male, la professionalità al minimo, io ci sguazzavo. Alla fine, nella mia gara, i 400 misti (quelli che racchiudono tutti gli stili: farfalla, dorso, rana, stile libero, NdR), il romano Battistelli conquistò uno storico bronzo e io il settimo posto.
Memorie?
Un impatto forte, è incredibile stare tra un gruppo selezionato di atleti, i migliori del mondo. Ed è appunto un mondo dei balocchi, quello dove si vive, una realtà pazzesca: il villaggio olimpico è frequentato da mostri del basket alti due metri, lottatori con le orecchie come polpette, eteree ginnaste, ipercompresse nanette. È una popolazione esageratamente buffa e tra l’altro è tutto gratis. Mense aperte 24 ore al giorno, Coca-Cola a fiumi, l’Eden per un ventenne. E poi attorno, c’era una città che non capivamo per niente e che non ci capiva. Mi è rimasto il rimpianto per non essere stato a Itaewon, il quartiere dei sarti a buon mercato e della paccottiglia d’imitazione.

La gara?
Innanzitutto mi sono isolato. Come dicevo il contesto italiano aveva già subito un contraccolpo, di per sé è stata una gara normale, io volevo entrare in finale, e ce l’ho fatta per un nulla. Non mi sono reso conto di cosa era successo. Mi hanno fatto vedere il filmato «urca», ho pensato «faccio parte di quelli che guardavo alla tv». Ero molto infantile. Sono stato contento della gara, è stata storica: il bronzo di Battistelli è stato un trionfo. Il palmarés italiano all’Olimpiade era modestissimo: medaglie, a parte Novella Calligaris, zero. Ero entrato con l’ultimo tempo, guadagnai una posizione.

Luca Sacchi, ph. di Matteo Cherubino

E Barcellona 1992?
Tutt’altra cosa. L’anno prima avevo conquistato l’oro europeo per cui mi sono presentato con ben altre aspettative e maggiore consapevolezza. Tutto era più familiare. Ora le Olimpiadi si assomigliano tutte, stai chiuso in un posto che potrebbe essere ovunque, però a Barcellona si avvertiva che si stava in Europa.

Ma per l’Italia si comincia come quattro anni prima…
Via alle gare e subito disastro azzurro, i duecentisti a picco, Minervini, considerato da medaglia, non arriva nella finale dei 100 rana.

Poi però arrivano due medaglie di bronzo, quella di Battistelli nei 200 dorso e quella, fortemente voluta, di Luca nei 400 misti…
Tutto abbastanza bene, batteria controllata, vinta, sensazione non di grande facilità, lì ho segnato il tempo della vita, la tensione cambiava la percezione. La finale come mi aspettavo, rimontina
a rana per mettermi in terza posizione, passaggio contratto, ma sostanzialmente ricordo grande presenza, lucidità.

Terzo italiano sul podio olimpico dopo Calligaris e Battistelli. Fama?
A Milano qualcosa sì, ma molto meno di quella di altri atleti. Un minimo di popolarità si guadagna con il tempo, non con il singolo risultato.

Verità. E poi Luca è pratico, concreto, un vero milanese. La storia non è finita. C’è ancora Atlanta.
Un capitolo a parte. Volevo fare il colpaccio, la stagione era andata abbastanza bene, ma io non sono arrivato bene lì, non ero brillante, non ero lucido, è paradossale ma è l’Olimpiade dove ho
subito di più la pressione che poi era una pressione mia. Però era tutto brutto, una brutta Olimpiade, tutto raffazzonato. La mia gara? Difficile, batteria spremuta, non c’era corrispondenza tra intensità e risultato cronometrico, un atleta normalmente lo capisce per cui
era tutto un po’ così, a 28 anni vecchio o maturo o esperto che fossi, mi sono capito meno del solito. Risultato: sesto in una gara opaca, male i primi, chissenefrega, male io, ci avevo provato. Avevo fatto tanta altura, una super altura in Bolivia. Ero il capitano, un ruolo che non prevedeva un compito vero, ero quello vecchio in una nazionale sfilacciata come età e come obiettivi. Era
un’Olimpiade di passaggio. Si stava formando una nuova generazione, quella dell’età dell’oro.

Dopo Atlanta Luca Sacchi lascia l’agonismo.
Sono andato ai campionati italiani estivi per salutare, mi sentivo più simile ai genitori che ai miei compagni. Perché ho fatto questa scelta? Nell’atleta c’è sempre la paura del domani. Ti abitui a una vita in cui tutti ti stanno dietro e pensavo che andando avanti lo scotto dell’ingresso nella vita reale sarebbe stato più duro. La delusione per quel sesto posto ha fatto il resto. Oggi sarei andato avanti ancora un po’.

Dal costume (pre-epoca dei costumoni) all’attività di famiglia. Ma non come allenatore.
Ho creato la sezione triathlon e allenato per la gara a nuoto, ma ho fatto tutta la vita dietro mio padre, prima come figlio, poi come atleta e non volevo rimettermi a ruota come tecnico.

Com’è stato il rapporto con Remo Sacchi?
Nella parte finale della mia esperienza scolastica e come atleta prima difficile e poi buono. Si è trattato di un rapporto padre-figlio, certo complicato, ma c’era fiducia l’uno nell’altro. Alla fine c’era un buon clima anche grazie alla libertà che c’è qua dentro.

 

Possiamo dire che Luca Sacchi è diventato un imprenditore alla milanese?
Diciamolo (ride, NdR). Nel 1996 sono entrato in società come dirigente, nel 1998 ho costituito la società di gestione che ha preso in mano il centro sportivo che era di mio padre e dei vecchi soci. Otto anni dopo ho liquidato tutti i soci tranne mio padre, comprato l’immobile e continuato a gestirlo.

Gli iscritti sono circa 3.500, i tesserati agonisti sono circa 200 nel nuoto e più o meno la stessa cifra nel triathlon.
Ai tempi in cui mi allenavo a Verona, nel centro tecnico della Federnuoto, eravamo venuti a contatto con i triatleti. La disciplina era affascinante e quindi abbiamo provato ad aprire unasezione giovanile nel 2000 poi, piano piano, siamo cresciuti. Il mercato nel triathlon è più avanzato dal punto di vista commerciale.

Luca Sacchi, ph. di Matteo Cherubino

Grandi atleti sono passati da Settimo, per un anno perfino Federica Pellegrini.
Brillante commentatore Rai, Luca ha collaborato anche a diversi quotidiani tra cui il Corriere della Sera. Da Milano all’Olimpiade e ritorno. Sempre con gli stessi problemi. Scarsità di strutture?
Non mi pare che ci sia la volontà di risolvere il problema degli impianti a Milano. Siamo all’ultimo posto tra le grandi città europee, qualche occasione si è presentata ma non si è mai fatto nulla. L’Expo lo sport non l’ha preso in considerazione.

Una volta si parlava perfino dell’Olimpiade a Milano…
Anche più di una volta. Adesso attendiamo quella di Roma. Purtroppo noi italiani dimostriamo sempre di non essere pronti ai grandi eventi e da sportivo dire una cosa del genere mi dispiace.
Sono terrorizzato all’idea dell’impatto economico sulla città.

Con o senza l’Olimpiade?
Milano mi piace, penso che stia vivendo un bel momento è estremamente attiva, è viva, divertente, anche se non è amica dei bambini. Non ci sono spazi verdi, è una città di cemento e questo penalizza la qualità della vita, va vissuta dai 15 anni in su. Prima fa leva sulla capacità di adattamento dell’uomo a qualsiasi situazione nidi e sistema scolastico inclusi. Dalle superiori in poi è bello, chi viene a fare l’università ha mille opportunità e anche la parte nuova penso che sia stata fatta bene.

E ora un’altra Olimpiade, da commentatore. Che farà “l’acqua azzurra” in piscina?
Questa nazionale mi piace molto, mi pare matura e preparata, arriva da un Europeo diverso da quello del 2012 che rappresentò un’illusione. Questo è un bel gruppo, di ragazzi “antichi” rappresentati dalla Pellegrini mentre c’è il gruppo dei giovani con Paltrinieri in testa. Sono forti, hanno un bell’amalgama malgrado la differenza d’età.

Prima di partire per Rio mettiamo in valigia un vademecum-souvenir per rintuzzare la “saudade”. Luogo del cuore?
Mi piace la zona che va dalle Colonne di San Lorenzo a Porta Ticinese, poi la parte nuova, attorno a piazza Gae Aulenti.

Piatto milanese del cuore?
Cotoletta.

Piatto di cucina internazionale?
Non uno in particolare, mi piace la cucina orientale.

In vacanza, dove?
Storicamente in Grecia, quest’anno Minorca.

Il più grande atleta?
Nel nuoto Popov, poi amavo Michael Jordan e penso che Bolt sia qualcosa di pazzesco.
Valigia chiusa, buon viaggio.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 33, luglio – agosto 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

 

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