James Bradburne

L’UNICA CITTÀ D’ITALIA

Il direttore della grande Brera ama il capoluogo lombardo e sta lavorando per riportare questo museo agli antichi splendori. Dall’orto botanico al sushi, a Milano ha trovato tutto, persino un nuovo sarto per i suoi preziosi panciotti

di Simone Zeni

Meno di un anno fa è stato nominato direttore della Pinacoteca di Brera, il secondo museo più importante del Paese per quantità e valore delle opere. C’è chi ha parlato di un alieno a Milano, invece James Bradburne con il suo aspetto estroso, rassicurante e i suoi riconoscibili panciotti ha rivoluzionato un museo a partire dall’accoglienza dei visitatori fino ai dialoghi sui riallestimenti. Il primo su Perugino e Raffaello, l’ultimo, recentissimo, invece mette a confronto il Cristo morto del Mantegna con quelli di Annibale Carracci e di Orazio Borgianni. Un terzo vedrà protagonista il Caravaggio. Ecco cos’ha raccontato James Bradburne a Club Milano su questi mesi di lavoro e di vita.

Lei è stato direttore di Palazzo Strozzi a Firenze, come è stato il suo arrivo a Milano?Ho sempre considerato Milano l’unica città in Italia. Ho lavorato anche a Reggio Emilia, conosco questo Paese e, quando sono stato nominato, ho subito abbracciato l’idea di venire a lavorare qui, dove a differenza di altri posti, c’è una grande coesione cittadina. Il capoluogo lombardo gode di meccanismi turistici molti diversi dalle altre città. A Venezia, Firenze e Roma, i visitatori vengono tendenzialmente una volta nella vita. Il turismo di Milano è solo in piccola parte costituito da viaggiatori occasionali, è fieristico, lavorativo, c’è chi viene per le fashion week e chi per il Salone del Mobile. Le persone tornano più volte nell’arco della propria vita, chi una volta l’anno, chi più volte nei 12 mesi. Dall’altra parte ci sono molti milanesi che hanno visitato Brera una sola volta, spesso da piccoli, con la scuola. L’obiettivo mi è stato chiaro fin da subito: fare di Brera il principale tip nel cuore della città, sia per chi la abita ogni giorno, sia per chi torna con frequenza.

Le visite, dal suo arrivo a oggi, sono aumentate, ma Brera, rispetto a edifici e attrazioni probabilmente minori della città, resta ancora sottovalutata. Come se lo spiega?
In generale, i musei statali, come Brera e gli Uffizi, sono sempre stati staccati dalla città in cui hanno sede. C’è un sentimento di slegamento con cui i cittadini vivono questo luogo e il nostro dovere è proprio colmare questa distanza. In secondo luogo l’edificio è leggermente in degrado: fino a qualche mese fa mancavano anche cose basilari come una segnaletica adeguatamente chiara e gli stendardi sulla facciata. Era quasi difficile, passeggiando all’esterno, riconoscerlo come museo. Molte persone passando non avevano modo di rendersi conto che qui dentro si trovano Raffaello, Caravaggio, Veronese, Mantegna. La semiotica è fondamentale, specialmente quella dell’importanza, come le luci e le indicazioni, e quella dell’accoglienza, come il caffè che vogliamo aprire, si spera, in autunno.

Sempre a proposito della struttura. Spesso si parla della convivenza più o meno difficile tra Accademia e Pinacoteca. Com’è il rapporto tra queste due importanti realtà?
Dal mio arrivo, ma immagino anche prima, ho sempre percepito grande coesione. Siamo tutti inquilini e noi direttori ci aggiorniamo, con serenità, ogni settimana. È innegabile che la pressione da parte degli studenti è enorme, l’Accademia riconosce che in un luogo in grado di ospitare 800 studenti ce ne sono 4mila; tutti noi desideriamo risolvere questa situazione e ci stiamo lavorando con un tono piacevole, amichevole e coordinato. Sottolineo che l’intenzione è quella di spostare solo una parte dell’Accademia. Una Brera senza studenti non è più Brera. Nessun esilio per i giovani artisti, è dall’Accademia che è nata la pinacoteca.

E lei come si trova a Milano? Le piace la città?
Io qui trovo la diversità che in Italia non trovo da nessun’altra parte. Firenze è splendida, unica, ma incentrata su un unico tema: arte e storia. Milano ha tutto. Ci sono gli appassionati di libri, di musica contemporanea o jazz, di cucina giapponese o europea, questo è il vero marchio della città. Io sono affezionato al quartiere di Brera: l’orto botanico è un vero gioiello; si mangia la cucina creativa di Timé e il pesce crudo di Sushi B; c’è la latteria… Mi sento di dire che non manca nulla e che sono felicissimo di abitare in questa zona.

I suoi panciotti sono argomento nei salotti dell’arte. Si dice che li faccia realizzare principalmente a Londra e Firenze. Non è ancora stato sedotto da qualche sarto di Milano?
Certo, uno degli ultimi, con una fantasia di fiori e volatili, è stato realizzato da un sarto milanese. Mi ha donato la stoffa il Museo della Seta di Como, ma il lavoro è stato fatto interamente da un talentuoso artigiano di Milano. Come ho detto, qui ho trovato tutto.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 33, luglio – agosto 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

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