Mogol

Mogol ph Matteo Cherubino

MAI STATO SENZA PAROLE

Gli ottanta anni dell’autore Giulio Rapetti rivivono nel libro “Il mio mestiere è vivere la vita”. Parliamo insieme “all’altra metà di Battisti” di musica rap, crisi d’ispirazione, parolacce e del successo di Milano.

di Alberto Motta | foto di Matteo Cherubino

Ha compiuto 80 anni il 17 agosto scorso, Giulio Rapetti. Milanese di Milano da almeno tre generazioni, Mogol è un mix esplosivo di talento, nel mettere le parole in musica, e di pragmatismo chirurgico, nella contemplazione della vita. Osservazione e scrittura, dunque, sguardi e parole nel corso degli anni hanno plasmato il giovane Rapetti rendendolo il celebre Mogol. L’autore che ha scritto i testi delle canzoni che hanno portato al successo Lucio Battisti, Tony Renis, Bobby Solo, Equipe 84, Dik Dik, Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Mango, Anna Tatangelo, Adriano Celentano, Luigi Tenco, Gianni Morandi, Adriano Pappalardo, Luciano Tajoli, Mina, ci fa rivivere i suoi 80 anni di vita nel libro Mogol, Il mio mestiere è vivere la vita, (208 pagine, 29,90 euro) pubblicato il 15 settembre da Rizzoli. La vita di Mogol, lo documentano le pagine del libro, è stata, finora, un percorso panoramico e, forse, privo di curve a gomito: l’infanzia metropolitana ma arcadica, insieme a mamma Marina e papà Mariano; l’ingresso alla Ricordi a 18 anni per intercessione familiare – con il nome d’arte di Calibi, nome d’arte del padre di Mogol, autore di Vecchio scarpone, mentre lo scettro è ora passato nella mano del figlio di Mogol, Cheope; la fondazione dell’etichetta discograca Numero Uno, la cavalcata di Giulio e Lucio da Milano a Roma; la nascita della Nazionale Cantanti nel 1981; l’inaugurazione nel 1992 del C.E.T. ad Avigliano Umbro (dove sono stati rea- lizzati gli scatti di queste pagine, NdR). Per definire completa la vita di Mogol mancherebbe l’elemento soprannaturale. Il condizionale è d’obbligo, poiché Lucio Battisti non sembra essere sparito del tutto dalla vita del suo amico e collaboratore. L’aneddoto occupa un intero capitolo del libro, la canzone che è scaturita da quell’esperienza è L’arcobaleno. Cantata da Adriano Celentano, è presente nell’album Io non so parlar d’amore. Il primo capitolo del libro, significativamente, si intitola Il salame, via Clericetti, Milano; in esso il ritratto che Mogol fa del quartiere di Città Studi è un dichiarato atto d’amore nei confronti della città: «Un’infanzia bellissima, vissuta in strada dalla mattina alla sera, un’infanzia sana (…) Nel quartiere si giocava tutti insieme in mezzo alle vie, e le macchine passavano di rado (…) Quando non giocavamo a pallone si faceva il bagno nel laghetto di fronte alla ferrovia, che in realtà era uno stagno, anzi più una pozzanghera di circa nove metri quadri».

Iniziamo la chiacchierata parlando proprio di Milano. Ci crederebbe se gli dicessimo che nella sua nuova incarnazione, nella nuova era Expo-Pisapia, la sua città è diventata bellissima?
Ma certo! Conosco bene Milano, è sempre stata una bella città, però ora è diventata più… Bella. Milano ha più turisti di Roma (per il terzo anno di la, con 7,5 milioni di visitatori nel 2015, NdR), non è per caso o per fortuna. Nonostante Roma abbia più monumenti e opere d’arte, Milano ha un modo unico, corretto, di trattare le persone, anche nella pratica quotidiana, nel dare informazioni, nel servire un caffè al bar. La sua anima mitteleuropea… Penso che questa sia la ragione del suo successo.

Parlando di internazionalità, nella preziosa mole di materiale fotografico presente nel libro, spicca la foto in bianco e nero della trasferta insieme a Battisti a Londra, dove siete stati ricevuti dall’editore dei Beatles, Dick James. L’anno è il 1968, lei fuma, Lucio ascolta concentrato, a braccia conserte, entrambi indossate giacca e cravatta. Sorge spontanea una domanda: come hanno preso il suo successo gli amici di via Clericetti? 48 anni fa i viaggi in aereo erano prerogativa del jet set, Ryanair e i pullman del cielo non erano ancora routine…
Non ero diverso dai miei coetanei, non ho mai vissuto su carrozze d’oro, ho sempre condotto una vita semplice, simile a quella dei miei amici.

Risponde, con pragmatismo meneghino, Mogol…
Credo si sia trattato di educazione familiare prima e di scelta personale dopo: non sono uno che va in giro con i Rolex, non mi interessano proprio certi simboli sociali. Preferisco vivere le mie passioni che disperdere tempo e concentrazione.

Lavoro, tempo e concentrazione ci portano necessariamente a parlare di scrittura e musica. Come è cambiata, secondo lei, la forma canzone, oggi?
Nel pop non si può parlare di un cambiamento radicale. Per quanto riguarda i rapper, invece, beh… I rapper scrivono per i ragazzi e quindi adottano un particolare modo di esprimersi. Che interessa, appunto, ai ragazzi e che li rende partecipi. Ma riguardo al livello… Lei che è un giornalista dovrebbe avere le idee più chiare di me, a riguardo.

Anche la lingua dei cantautori, tuttavia, è mobile. Confesso che ogni volta che un cantante canta una parolaccia io smetto di ascoltarlo: un esempio su tutti, “Alfonso” della cantautrice Levante…
Per me, dipende. Ad esempio io ne ho scritta una, nella mia vita. È nella can-zone Una donna per amico (Mi sono innamorato /sì, un po’ / rincoglionito / non dico no, NdR). Non me ne vergogno perché in coscienza non penso di essermi fatto strada attraverso le parolacce. Sono una forma comune di comunicazione e io scendo nel quotidiano, per raccontare. La parola, poi, era metricamente esatta.

A proposito di donne: Laura Pausini, Beyoncé, talent televisivi, Kim Kardashian, Adele. Il pop contemporaneo sembra dominato dalle donne, l’ha notato?
Le cantanti ci sono sempre state, non vedo una sproporzione oggi.

Anche rispetto a 25 anni fa? Il Seattle sound è stata una classifica quasi tutta al maschile.
Non ho fatto questa distinzione, ma tenga conto che la musica di oggi non è che la segua granché.
Eccezione fatta per…?
Il C.E.T. (il Centro Europeo Toscolano è la scuola in provincia di Terni fondata da Mogol, che ha lo scopo di formare i nuovi professionisti della musica po- polare, NdR). Abbiamo Arisa e l’autore Giuseppe Anastasi che arrivano proprio dalla nostra scuola, sono ora ex allievi e docenti perché hanno meritato questa qualifica.

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Nel libro lei racconta un aneddoto sulla nascita del C.E.T. che coinvolge, lateralmente, Zucchero Fornaciari…
Feci la mia prima esperienza come insegnante parecchi anni prima del C.E.T., e il mio primo allievo fu Adelmo Fornaciari. Mi chiese se potevo dargli qualche lezione perché, mi disse, voleva diventare famoso. Mi disse anche che non gli serviva solo qualche consiglio, ma un giorno a settimana per lavorare insieme a me; dovevo solo dirgli quanto gli sarebbe costato. Chiesi un compenso piuttosto alto, pensando in questo modo di scoraggiarlo, ma il giorno dopo mi chiamò per dirmi che andava bene, che potevamo cominciare. Gli dissi che la via per diventare famoso sarebbe stata più facile se si fosse fatto fotografare con gente più famosa di lui. Gli feci un esempio: se ti fai fotografare con il Papa, non diventi Papa al cento per cento, ma mezzo Papa sì! Senza saperlo, Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, è stato il primo allievo del C.E.T.

Vorremmo provare a far dialogare due differenti generazioni di scrittura musicale, coinvolgendo Giorgia D’Eraclea, cantante d’adozione milanese, paroliera del gruppo post rock Giorgieness. Giorgia vorrebbe chiedere a lei, Mogol, come ha affrontato (se mai ci fossero stati) i periodi in cui non aveva nulla da dire, artisticamente parlando.
Non mi è mai successo di restare senza parole, ma non è mai detto… Potrebbe succedermi domani. Io vengo ispirato dalla musica, non vado a pensare prima a cosa devo scrivere. Il mio sistema è ascoltare e cercare di capire cosa sta dicendo la canzone. Solo dopo ci attacco le parole.

Umbria, Carugo, Milano, Molteno, Anzano del parco. Raggiunti gli ottanta anni, dove sente maggiormente radicati i suoi ricordi e la sua vita, Mogol?
Ho una casa a Molteno, ho vissuto nel mulino di Anzano del parco. Sono stato bene in ambedue i posti, ma la Brianza… Lucio Dalla l’ha definita il più bel posto del mondo, poi con le fabbriche, gli stabilimenti è diventata un po’ meno bella. La mia famiglia è di Milano, lo erano anche i nonni. Ho avuto un’educazione milanese, piuttosto rigida, cosa di cui sono grato ai miei genitori, perché mi ha aiutato a vivere. Per esempio, sono estremamente puntuale, ci tengo alla correttezza, a valori che non si riscontrano necessariamente da altre parti.

A proposito di valori, nel libro lei dichiara che la musica occupa una percentuale piuttosto bassa della sua intera vita, potrebbe essere il 10%. Un’abiura?
La musica non deve essere tutto. Non lo è per me, ma non voglio essere critico nei confronti dei musicisti che la amano alla follia.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 35, ottobre – novembre 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

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