Le linee di Marras

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La Triennale celebra uno dei maggiori protagonisti del made in Italy, come artista oltre e al di là della moda. La mostra presenta, infatti, i suoi quadri, i disegni e i taccuini, ma non c’è traccia delle sue collezioni. E tuttavia l’obiettivo resta ambizioso: lasciare un segno.

di Marilena Roncarà – foto di Daniela Zedda

«Antonio Marras disegna, disegna, disegna, anche con i fondi del caffè» rivela Francesca Alfano Miglietti, la curatrice della mostra a lui dedicata in programma alla Triennale di Milano fino al prossimo 21 gennaio. E forse proprio da questa consuetudine arriva il titolo della retrospettiva Nulla dies sine linea (non passa giorno senza disegnare), presa a prestito dalla celebre frase di Plinio il Vecchio e riferita al pittore Apelle. Del resto è lo stesso Marras a raccontare: «Sono stato un bambino dislessico, solo i disegni, la fotografia e la poesia mi facevano respirare. I primi due in quanto immediati, la terza perché erano righe corte che riuscivo a tenere dentro». Ecco allora che la sua produzione di disegni, bozzetti e taccuini, come anche il suo accumulare oggetti si fa quasi compulsivo e tutto diventa materiale artistico: la sua storia, la sua terra, le relazioni, come conseguenza di una creatività che neppure lui sa spiegare, frutto di un istinto primordiale di riempire i vuoti, recuperare storie e dare un’altra chance agli oggetti abbandonati. E qui ci sarebbe da parlare di quello che lo stilista di Alghero definisce il suo “animo da rigattiere”, affascinato dagli scarti, dalle cose invendute dei mercatini più improbabili e dalla possibilità di dare loro nuova vita. Un intento che già si palesa percorrendo pochi metri della mostra tra manufatti e arnesi desueti, e subito si capisce che entrare nella sua arte è un’esperienza unica. A farlo ci aiuta anche l’allestimento fatto di atmosphere rooms, stanze con un approccio tematico che via via svelano i segreti e i pudori “dell’altro Marras”, tutto quello che viene prima e dopo la sua moda.

Nato ad Alghero nel 1961 e conosciuto come il più intellettuale tra gli stilisti, Marras esordisce sulle passerelle nel 1996 all’Alta Moda di Roma e da subito si distingue per la capacità di declinare in uno stile internazionale quelli che sono i tratti distintivi della sua terra. «La moda mi è venuta a cercare a partire dall’attività del negozio di mio padre ad Alghero» e già dagli inizi si è connotata come un legame con gli altri linguaggi, dove la contaminazione e lo sconfinamento con il teatro, l’arte, la poesia, la scultura sono di casa, perché quello che gli interessa è, anche attraverso la moda, raccontare storie.

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Solo dopo, con il tempo, riesce a dar corpo all’urgenza di mettere in mostra quelle immagini che sono preludio e sfondo delle sue collezioni. Ecco, la mostra dà spazio, in ben 120 metri quadrati, a questo universo sotterraneo attraverso un percorso suddiviso per stanze, che sono come le scatole del suo immaginario più intimo. Si passa dalla camera da letto, il luogo delle mogli, con una serie di disegni a soggetto erotico e si arriva alla scuola, ovvero le istituzioni, con i grembiulini appesi in fila sui tipici appendiabiti a muro. E ancora i laboratori, il posto di lavoro, con pupazzi di pezza deformati che fluttuano nello spazio con aria spettrale e la stanza del matrimonio che racconta della purezza di un abito bianco, della religiosità del sacramento senza tralasciare l’ironia delle “notti in bianco”.

Nell’allestimento c’è molta Sardegna, a cominciare dalle vecchie porte e dalle finestre dai vetri smerigliati che rimandano alle camere e alle anticamere delle case sull’isola. Così all’ingresso si è accolti da una pecora volante e per procedere bisogna attraversare una fitta barriera di giacche nere e consunte recuperate chissà dove, giacche che risuonano per i campanacci dorati appesi come strascichi in aria. Subito dopo una seconda frontiera fatta di una lunghissima serie di camicie bianche, questa volta impreziosite dal profumo di lavanda, riporta alla mente i profumi dell’infanzia. In questo percorso multisensoriale non mancano le sorprese e i colpi di scena tra letti con zampe alte sei metri e totem di porte e finestre di recupero. Quello che si vede appeso alle pareti: i suoi disegni, i quadri, i taccuini dentro le teche, tutto è una moltiplicazione di pensieri e noi che guardiamo come novelli chirurghi dell’inconscio cominciamo a diagnosticare, ma soprattutto prendiamo a viaggiare in un mondo sospeso che scava in una zona profonda della nostra contemporaneità. Ne usciamo alla fine con una nuova chiave di comprensione del reale. Forse per questo la curatrice ha privilegiato un percorso in penombra, che, come rivela lei stessa « […] ha bisogno di uno spettatore attento, che si avvicina partecipe perché deve ascoltare un segreto». Il risultato sarà andare via ricolmi di emozioni.

In apertura: Ous de butxaca (2005) è un’installazione di grembiuli di scuola con interventi di stoffa.

Articolo pubblicato su Club Milano 35, ottobre – novembre 2016. Clicca qui per scaricare il magazine.

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