Scripta manent

Calligrafia

Ma se smettessimo di scrivere a mano perderemmo qualcosa? Secondo i maestri di calligrafia, sì, perché la grafia è parte di noi, di ciò che siamo e della nostra civiltà, e racconta molto del nostro carattere. Ecco perché non dovremmo abbandonare del tutto l’uso di carta e penna.

di Carolina Saporiti

«Se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere, perché alla nostra cultura non serve» lo diceva Anais Nin. Scrittrice del Novecento, conosciuta soprattutto come la prima donna a pubblicare libri erotici, Anais scriveva tantissimo, prendeva appunti sul suo diario, poi pubblicato in una serie di volumi. Forse da piccoli un diario lo abbiamo avuto tutti, ma quanti di noi oggi ne hanno uno? Pochi. E ancora meno sono quelli che tengono un diario scritto a mano: capita di prendere appunti salvandoli nelle bozze della posta elettronica su smartphone o nelle note di un tablet, alcuni tengono un blog su cui riportano pensieri e riflessioni di vario genere, ma girare con carta e penna in borsa è sempre più raro.
Ma non è che ci stiamo perdendo qualcosa? Secondo l’ACI (l’Associazione Calligrafica Italiana) sì, perché la tecnologia rischia di allontanarci dagli strumenti che ci permettono di comprendere la realtà, e soprattutto rischia di far scomparire i fondamenti della nostra civiltà che è basata sulla scrittura. Calligrafia è una parola derivante dal greco e composta dalle parole kalos, bello, e graphìa, scrittura. Calligrafia, poi, è l’arte della scrittura ornamentale. Si sviluppò soprattutto in ambito religioso, dove c’era abbastanza ricchezza da potersi permettere carta e inchiostro. Nei secoli divenne comune la grafia onciale (maiuscola, usata da latini e bizantini) prima e quella gotica poi, durante il Medioevo. A far tentennare per la prima volta la scrittura a mano fu la comparsa della stampa. Quando Gutenberg la inventò nel XV secolo, i libri scritti e decorati a mano divennero meno comuni, pur non scomparendo.

La scrittura onciale

La scrittura onciale fu usata dal III all’VIII secolo nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini, e successivamente dall’VIII al XIII secolo soprattutto nelle intestazioni e nei titoli

Oggi, invece, ci chiediamo davvero che fine farà. Era il 2013 quando negli Stati Uniti cresceva un dibattito nazionale (che diventò cronaca internazionale) sull’utilità dell’insegnamento della scrittura a mano e in particolare dello stile corsivo. Stati come la California o il Massachusetts non volevano abbandonarlo, la Carolina del Nord addirittura varò la legge Back to basics, proponendo un ritorno alle fondamenta e quindi al corsivo nei programmi per la scuola primaria, mentre le Hawaii, l’Indiana e l’Illinois avevano sostituito le lezioni di scrittura a mano in corsivo con lezioni di battitura meccanica dei testi dal momento che ormai tutto – dalla corrispondenza personale a quella di lavoro, fino ai compiti in classe, tesi ecc… – viene fatto da tastiera.
Sarà una scelta giusta? Se combattere contro la diffusione di PC e smartphone è senza senso, perdere la capacità di scrivere a mano lo è altrettanto. «La scrittura a mano e quella digitale hanno ognuna una propria area di competenza, una non esclude l’altra» afferma Veronica Rosano, maestra calligrafa e grafologa presso Fabriano Boutique. Ma oltre alla ricchezza di uno strumento che è stato fondamentale per lo sviluppo della nostra società, è anche provato che la scrittura a mano garantisca diversi tipi di stimoli (dall’associazione di forme e suoni al collegamento tra mente e mano durante il movimento). A fine novembre l’Archivio di Stato ha organizzato un convegno sul tema. «Diversi medici e optometristi hanno lanciato un allarme. Non scrivendo a mano alcune aree cerebrali non vengono più utilizzate, alcune abilità cognitive si perdono e si memorizza in maniera diversa. Oggi nelle scuole le lavagne sulle quali si scriveva con i gessi sono state sostituite da quelle luminose, in questo modo gli studenti non vedono il movimento del braccio e della mano dell’insegnante che scrive, ma devono semplicemente copiare una forma. E il numero di ragazzi che soffrono di forme di disgrafia è aumentato notevolmente». Tra una decina di anni, secondo alcuni medici, vedremo che ripercussioni avrà sulla nostra vista e la nostra postura lo stare così tante ore davanti a uno schermo. «Siamo di fronte anche a un impoverimento della personalità e della creatività» spiega Veronica Rosano. In questo non aiuta la nostra società: «Al convegno è stato dato spazio anche alle grafiche, oggi quasi sempre disordinate. Soprattutto quelle online, che sono i nuovi riferimenti, gli unici per i più giovani, sono brutte e confuse».
E così i corsi di grafia stanno vivendo una stagione fortunatissima: dalle mamme preoccupate che mandano i figli a lezione a chi, adulto, vuole imparare la scrittura ornamentale, in tutta Italia è un fiorire di seminari di calligrafia.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 36, gennaio – febbraio 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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