Ezio Bosso

Ezio Bosso

L’ULTIMO GESTO IN NOTE

In Italia è diventato famoso lo scorso anno dopo la partecipazione a Sanremo, lui però fa musica da 41 anni e su quel palco non voleva salirci. Ora è a Milano agli Arcimboldi con il suo primo disco da solista “The 12th Room”, dodici brani che svelano le sue radici e quelle della sua musica.

di Nadia Afragola

Dopo aver venduto oltre 100mila biglietti con il tour Al piano, collezionando un sold out dietro l’altro, ha firmato un contratto di esclusiva con Sony Classic, insieme al suo pianoforte Steinway Gran Coda. Come tutti i musicisti è un po’ nomade. Si considera un quarto inglese e un po’ bolognese, ma è Torino la prima città dalla quale è dovuto andare via per essere ascoltato. L’inizio è con il botto: «La musica è un fenomeno sociale, è il più grande coadiuvante. Non chiedetemi di parlare della mia musica, parliamo della musica, che è di tutti. Noi abbiamo semplicemente la responsabilità di scriverla, interpretarla e suonarla. La musica non vuole consenso». Poi prosegue con i pregiudizi da combattere: «Pensano che io scriva musica per balletti, ma sono i teatri più importanti al mondo a scegliere per i loro balletti la mia musica. In Italia invece pensano che io sia nato il 10 febbraio del 2016 sul palco dell’Ariston accanto a Conti, peccato che faccio musica da 41 anni e da 30 concerti».

Cosa resta di Sanremo, quel giorno in fondo le ha un po’ cambiato la vita?
La cosa più bella è aver dato spazio alla musica. Sarai la prima a scriverlo, ma io non ci volevo proprio andare. Avevo paura, tre giorni prima dissi che non mi sarei presentato, non volevo essere confuso con un personaggio che era lì per se stesso. Ho rischiato per amore della musica, le devo tanto.

Dice spesso che la musica non è di nessuno. In che senso?
La musica si fa solo insieme: lo dicevo sempre ai miei concerti, ora non riesco più a dirlo perché continuate a ripeterlo in televisione. La musica è uno spazio condiviso, non esiste senza l’ascolto. Ai musicisti, che lavorano con me, dico sempre che la musica non sono le note che suonano. Ha uno strumento in più che non vedi, lo spazio e un musicista in più, chi ascolta. E noi, che mettiamo solo le mani, abbiamo la responsabilità di coinvolgere. Nella musica studi non per essere il migliore ma per essere migliori.

Quando Ezio diventa il maestro?
Mi imbarazza quando mi chiamano così… Quando ho la bacchetta in mano e anche in quel caso continuo a essere Ezio. Il maestro non è colui che ti dice come fare, ma colui che ti fa vedere la tua strada.

Nel 2011 le è stata diagnosticata una malattia neurodegenerativa. Che cosa è successo dopo?
Parto dalla fine, da chi mi ha salvato. È stato il pianoforte che mi ha permesso di tornare a vivere e ad ascoltare la musica. Nel 2011 mi sono perso per imparare a seguire. È cambiato tanto il mio corpo, a volte lui ha ancora memoria dell’uomo che ero e si arrabbia. Personalmente ho deciso che è meglio godere per le fortune che ho, non devo dimostrare nulla.

Il 2016 è stato l’anno della sua consacrazione. Come si affronta, a riflettori spenti, un simile carico di aspettative?
Non amo i riflettori, amo quello che faccio, musica. Credo profondamente nel condividere quello che imparo. Non mostri la musica ma la condividi, perché ha un potere fantastico e rende bello persino me. In Italia purtroppo credono che io sia un fenomeno da baraccone, è faticoso dover sempre dimostrare un po’ di più… Io che poi non ho niente da dimostrare!

Le sue prove sono oramai quasi sempre aperte al pubblico. È sicuro di quello che fa?
Mai stato più sicuro di così. Vorrei riportare all’umanità la musica. Quando devo spiegare le note ai musicisti dico sempre che sono l’ultimo gesto di una persona. Prima c’è la vita, la ricerca, la sua storia e la storia intorno a lui. Non chiamatela rivoluzione, la mia, è solo un bellissimo desiderio. È bello assistere a qualcosa che nel tempo si perfeziona. Non voglio far vedere solo il lato forte, non è nella mia natura. La musica è studio, ma per colpa della disattenzione mediatica c’è tanta gente che dice che non serve a niente studiare. Sogno che i teatri siano un posto per tutti, non dove si va a vedere un fenomeno paranormale. Bisognerebbe pensare a qualcosa di vivo quando si pensa a un teatro.

Quando ha firmato con Sony Classic, quel giorno cosa vi siete detti?
All’inizio la cosa mi ha un po’ spaventato, detto questo il resto è stato tutto in discesa perché l’obiettivo comune era quello di fare e divulgare musica. Sto pensando di dare vita a una Fondazione che si occupi di questo.

La fine del 2016 è coincisa con l’uscita della sua antologia: “…And the Things that Remain”.
Le antologie mi danno sempre l’idea di qualcosa di postumo, ma piacciono… Ci sono 12 anni di registrazioni dentro. Faccio tutto come fosse l’ultima cosa e sono sempre stato così, anche prima di ammalarmi. Sento l’urgenza di fare, non so per quanto ancora potrò tenere certi ritmi. Mi premeva dare protezione a me e alla mia musica.

Ha ripreso a vivere grazie al suo pianoforte Steinway Gran Coda. Com’è andata all’inizio?
Se usi il passato qualcosa nel presente non va, ecco perché mi piace ricordare che i più grandi amori sono quelli di cui non si ricorda il momento in cui li si è incontrati. Se sei innamorato il prima non conta, ami l’adesso e non ti importa niente del domani. Mi ha chiamato, mi ha detto: «Vieni qui, metti un dito su quel tasto, poi un altro e un altro ancora e vedrai che riusciremo a risolvere qualche problema, come quello di non connettere più tanto le sinapsi».

Al piano da solo o a dirigere un’intera orchestra, cosa cambia?
Sono più tranquillo quando ho la bacchetta in mano. Una precisazione: non si suona il pianoforte, si suona con il pianoforte e un direttore non suona un’orchestra ma con un’orchestra.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 36, gennaio – febbraio 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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