Gigi Simoni

Gigi Simoni

UN MISTER SOTTOVOCE

Diciotto mesi circa all’Inter che valgono quasi come una vita intera. Nella sua biografia, “Simoni si nasce. Tre vite per il calcio” uno dei mister più amati dell’epopea nerazzurra apre gli scrigni della memoria. E a noi ne ha raccontate di storie succose, come quel famoso rigore non dato, Baggio e Suning…

di Simone Sacco

«Il mio pregio maggiore? L’umanità nel lavoro. Parlare ai giocatori come se fossero miei figli». Nell’affascinante e contrastata epopea interista, Gigi Simoni da Crevalcore – 78 anni – è stato l’allenatore “per bene”, che nel becero calcio di oggi è più handicap che valore indiscutibile. Solo che sono i buoni quelli che entrano nel cuore dei tifosi. A maggior ragione se sanno leggere la partita. Come appunto sa fare il vero cuore di Gigi Simoni. Lasciamo a lui la navigazione tra i ricordi.

Mister, è stato “corteggiato” a lungo per questa sua biografia?
Abbastanza. I tre autori (Carmignani, Tronchetti e Ghedini, NdR) non hanno mai smesso di farmi pressing, ma a me sembrava un progetto presuntuoso. Però sono contento d’aver ceduto.

Perché la prefazione di Claudio Baglioni? Siete amici?
Siamo molto amici. L’anno che ho alle- nato la Lazio (1985-86, NdR) Claudio mi chiese se poteva venire ad allenarsi a Tor Di Quinto per preparare il fiato in vista di una tournée. E il fatto che un tifoso della Roma volesse correre in mezzo ai laziali mi ha fatto simpatia. Da lì è nato un rapporto speciale.

Il messaggio più importante del libro?
Mai arrendersi nella vita. Io, a fine anni Ottanta, ero un allenatore in crisi; venivo da alcuni esoneri e avevo pensato di smettere. Nel 1991 mi ritrovai in C2 con la Carrarese. Poteva essere la fine, ma strinsi i denti e risalii. Poi venne la straordinaria avventura con la Cremonese che mi portò a Napoli e da lì, nel 1997, finalmente l’Inter.

Sia sincero: è stato traumatico passare dal golfo di Napoli alla nebbia meneghina?
Macché: io al mito di Milano città grigia non ci ho mai creduto. Certo, al Nord la gente è più riservata mentre a Napoli dal calcio non stacchi mai. Sotto il Duomo, allo stesso tempo, mi sono sempre trovato bene: camminavo in centro, prendevo la metro, andavo a teatro.

Scusi, lei viaggiava in metropolitana?
Abitavo in Duomo, a due passi dall’allora sede dell’Inter e perciò la metro era comodissima. Certo la gente attorno mi guardava un po’ stupita!

La sua con l’Inter è stata simile a una love story con una donna capricciosa? Il grande amore e poi l’addio traumatico…
Questo è un luogo comune che mi piace smentire. Tutti parlano di “piazza difficile” quando tirano in ballo i colori nerazzurri; al contrario per me il periodo ad Appiano Gentile fu il più facile di tutti perché i giocatori di quella rosa erano sempre felici. Certo, ne avevo 25 e in campo potevo mandarne solo 11. Qualcuno ogni tanto giustamente mugugnava.

Qualcuno tipo Roberto Baggio?
No, lui no e mi sembra l’abbia scritto nella sua autobiografia. Una frase tipo: «Con tanti allenatori mi sono trovato in disaccordo, ma con Simoni mai. Sapeva sempre spiegarti i motivi della tua esclusione». In quell’Inter c’erano tanti campioni di vita e Roby era uno di questi. E in più ci univa l’amore per la caccia e la pesca.

Baggio contro il Real Madrid campione d’Europa, il 25 novembre 1998, fu devastante. Una delle sue più belle partite in assoluto…
Quella sera era infuriato per non essere partito titolare, ma in campo fece scintille: due goal in dieci minuti. Non venne subito ad abbracciarmi, ma cinque giorni dopo, quando venni esonerato, quello con lui fu l’addio più struggente. Gli dissi: «Roby, hai visto che con il Real quella panca ti ha dato la carica?». E lui mi abbracciò più forte.

Ronaldo, invece, lo trovò cambiato in quel malinconico autunno del ’98?
In ritiro si presentò un po’incupito, ma la cosa gli passò e tornò in fretta al massimo delle sue potenzialità. Quel Ronaldo non si può davvero descrivere a parole: era imprendibile e ubriacante. Una velocità pazzesca unita a una tecnica di un altro pianeta.

Nonostante ciò non vinceste lo scudetto anche a causa di una certa partita che lei nel libro non cita…
Non mi è mai piaciuto fare dietrologia su Juventus-Inter del 26 aprile 1998, quella del rigore non fischiato su Ronaldo. Però al signor Ceccarini, l’arbitro, glielo dissi al telefono: «Non le chiedo di ammettere il suo sbaglio, ma almeno mi confessi qui il suo dubbio». Lui fu irremovibile. Solo che a vent’anni di distanza tutti parlano ancora di quel fallo. Sta lì il paradosso…

Con Massimo Moratti, al contrario, si è chiarito da tempo. Parlo del suo clamoroso esonero…
Sì, lui ha fatto autocritica dicendo di essere stato avventato. E io, esonero o meno, non finirò mai di ringraziare il Presidente. Se non ci fosse stato Moratti non avrei potuto allenare l’Inter, avere a disposizione Ronnie, vincere una coppa UEFA, la Panchina d’Oro… Queste sono cose che non si dimenticano.

Deduco quindi che non sia molto sod-disfatto del passaggio di consegne tra Thohir e Suning con l’attuale proprietà nerazzurra in mano a Zhang Jin- dong…
Semplicemente non mi pronuncio. Me la faccia tra due-tre anni questa domanda perché prima voglio vedere mister Zhang in azione. Da fuori vedo una persona ambiziosa e ricca, ma non basta a dargli credito. L’Inter è una creatura italiana e con questi investitori cinesi di mezzo non si capisce granché.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 36, gennaio – febbraio 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

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