La città s’illimpidiva

Galleria Vittorio Emanuele II

Centosettanta immagini in bianco e nero ci portano per mano dal 1943 al 1953: dai bombardamenti alla ricostruzione, a ritrovare piazze e scorci del capoluogo lombardo. Merito della mostra “Milano, storia di una rinascita” che tra l’altro ci ricorda come la guerra, allora come oggi, abbia sempre la stessa faccia.

di Marilena Roncarà

«La morte ‘insudicia’. Insudicia quello che era pulito, intorbida quello che era limpido, inlaidi- sce quello che era bello, intenebra quello che era luminoso, instupidisce quello che era intelligente, immiserisce quello che era ricco. Pure si dice che la morte è serenità, calma, e l’arte per parte sua… Ma anche questa è forma di retorica: la peggiore: la retorica dell’ottimismo. Quella calma, quella serenità, non sono della morte, sì della vita che rinasce dalla morte: della vita che si è celata nella morte e l’ha vinta. Il primo giorno vidi Milano ‘insudiciata’ dalla morte. Poi la notte calò e uno spettrale silenzio. L’indomani già Milano s’illimpidiva».

Sono le parole di Alberto Savinio che si stagliano davanti a ogni visitatore appena oltrepassato l’in- gresso, ad accoglierlo alla mostra in programma a Palazzo Morando fino al 12 febbraio: Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombarda- menti alla ricostruzione. Le parole dello scrittore e compositore ci ricevono come uno schiaffo potente, di quelli capaci di sbatterci in faccia la realtà, salvo poi farci atterrare in maniera morbida con il senso profondo che ci può essere un poi, una rinascita. E tutta la mostra è così: forte, emotiva, in grado di catturare lo sguardo di noi visitatori con le immagini dei 170 scatti d’epoca fino a riportarci, quasi per magia, in quel tempo e in quello spazio rappresentato. Ed è tutto un cercare di capire e riscoprire una città che è la nostra di adesso, ma andando a ritroso, prima in quell’abbattimento e sconforto fatto di macerie e distruzione dei bombardamenti e poi nello slancio e nella capacità della città di rialzare la testa dalla polvere, «a volte costruendo, altre ricostruendo, spesso speculando, dimentica di un passato ingombrante», come ci ricordano le parole del curatore Stefano Galli.

Palazzo Argentina

Palazzo Argentina

La mostra si apre con i grandi bombardamenti del 1943, quando Milano fu oggetto di ripetuti attacchi e una mappa con i luoghi colpiti dai raid diventa il fulcro di una narrazione condotta attra- verso immagini d’epoca, cimeli e reperti bellici: dalle maschere antigas, agli ordigni, al paracadute “da bengala” usato per illuminare a giorno la cit- tà prima dell’attacco. L’esposizione prosegue poi con il racconto di alcuni aspetti della quotidianità in tempo di guerra e a poco a poco, come a pro- cedere per frammenti, la complessità, ma anche la ricchezza della vita e delle relazioni sociali di quei momenti così drammatici diventano palesi. Lo stesso accade per episodi non sempre noti, dalla Madonnina del Duomo ricoperta di stracci per mascherarne il luccichio alle case di tolleranza ben distribuite nel territorio cittadino, dal dram- matico episodio della strage degli innocenti, che vide l’eccidio di oltre 180 bambini nella scuola elementare Crispi alla vista macabra dei cadave- ri di Mussolini, della Petacci e degli altri gerarchi appesi in piazzale Loreto.

Durante i bombardamenti la città era buia come anche nere sono le pareti dell’allestimento che racconta la guerra. Le stesse pareti diventano poi bianche quando si passa al dopo, alla fase della rinascita, come a dirci in maniera ineludibile che qualcosa è mutato, «la città s’illimpidiva», che un nuovo giorno si mostra luminoso e ricco di progetti per la città. Non a caso Milano diventa già da allora ciò che è adesso: un centro di sperimentazione artistica, un motore industriale per l’intero Paese, una forza di rinnovamento continuo, senza sosta. Sorgono nuovi quartieri e nuovi edifici su progetti di grandi architetti: Figini, Moretti, Pollini, Bottoni, Portaluppi, si afferma la grande scuola di design e Palazzo Reale ospita nel ’53 la mostra monografica dedicata a Pablo Picasso, con l’esposizione nella Sala delle Cariatidi di quel capolavoro di denuncia sociale che è Guernica, mai più esposto in futuro in Italia, come a chiudere un cerchio di quella guerra prima vissuta e poi raffigurata.

A scorrerli uno dopo l’altro i 170 scatti in bianco e nero della mostra emozionano, ci obbligano quasi a soffermarci davanti ancora qualche istante per cogliere meglio il racconto di cui sono testimoni. Le foto ci guidano in maniera lieve attraverso un allestimento semplice, ma puntuale, capace di meravigliare fino a diventare volano, soprattutto nella parte dei bombardamenti, di tutte le altre immagini di guerra che ogni giorno, anche nel nostro presente, arrivano sotto i nostri occhi. Come a dire che l’orrore è lo stesso. Oggi come allora.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 36, gennaio – febbraio 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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