Nina Yashar

Nina Yashar ph. Matteo Cherubino

LA REGINA DEL DESIGN

Nata a Teheran, si trasferisce a Milano nel 1963. Qui, prima negli spazi di via Bigli e successivamente in via della Spiga, fonda la galleria Nilufar che, partendo dalla vendita di tappeti persiani, cinesi, indiani e tibetani, arriva ad ampliare l’orizzonte geografico e temporale accostando in modo eclettico pezzi vintage e di design contemporaneo. Molti i designer da lei scoperti, da Martino Gamper a Michael Anastassiades e Bethan Laura Wood, come molti sono i pezzi disegnati in esclusiva per lei e oggi raccolti nello spazio di viale Lancetti.

di Alessia Delisi – foto di Matteo Cherubino

 

Lei ha più volte raccontato che un momento di svolta nella sua carriera è stato nel 1989, quando durante un viaggio in Svezia acquistò alcuni tappeti scandinavi narrativamente lontani da quelli che allora esponeva nella vetrina di via della Spiga. Che cosa l’aveva colpita?
All’epoca non trattavo il contemporaneo: in via della Spiga c’erano tappeti orientali antichi e francesi Aubusson e Savonnerie. Quello che mi aveva maggiormente colpito dei tappeti svedesi era la loro totale novità, perché c’erano come delle reminiscenze di motivi decorativi orientali, ma in chiave molto più fresca, più moderna e meno noiosa rispetto al classico tappeto tradizionale persiano. Si trattava di tappeti prodotti all’inizio del XX secolo da Märta Måås-Fjetterström, i cui colori – il giallo, il rosso, l’azzurro – erano indissolubilmente legati a un Paese che vive tan-ti mesi al buio: ecco, quei tappeti, che trovo tuttora molto interessanti, hanno rappresentato per la mia galleria una svolta di linguaggio importante.

Da quel momento infatti non si è più fermata, divenendo non soltanto una tra le più apprezzate dealer a livello internazionale, ma anche una talent scout di giovani designer. Oggi, cosa la colpisce maggiormente di un progetto? È cambiato nel tempo il suo metro di giudizio?
Sicuramente il mio occhio si è sempre più affezionato, ma se devo fare una considerazione un po’ infelice quando ho debuttato nel design contemporaneo c’era più freschezza nelle proposte.
Oggi purtroppo vedo una grande ripetizione e tanti progetti simili, per cui trovo più difficile adesso rispetto a 12 anni fa cercare un progetto veramente speciale, autentico. Uno degli ultimi progetti che ho abbracciato è quello di Michael Anastassiades, di cui presenterò l’intera collezione per il Salone del Mobile: trovo questo uno dei pochi lavori, tra i tanti che mi sono stati presentati, veramente innovativi. Altre due opere molto interessanti che ho scelto l’anno scorso sono i tavoli in bronzo di Francesco Faccin e le unità abitative di Federico Peri, del quale quest’anno presenterò invece un progetto di illuminazione.

Ci sono degli acquisti fatti in questi anni di cui va particolarmente era?
Per quanto riguarda il design storico, una delle acquisizioni più importanti che la galleria ha fatto è il salotto di Franco Albini, pezzo unico datato 1946: Albini lo aveva progettato perché fosse replicato a livello seriale, ma era talmente aereo, talmente speciale questo divano con le sue poltrone che non fu mai messo in produzione. Quello che io possiedo è quindi un prototipo di cui esistono solo due poltrone alla Fondazione Albini. Ecco, questo è sicuramente un acquisto di cui vado molto era. Riguardo al contemporaneo invece, un altro acquisto che feci in passato, completamente fuori da ogni logica, è rappresentato da alcuni tappe- ti in silicone che commissionai a Gaetano Pesce e di cui uno rappresenta la ricostruzione delle Torri gemelle dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, ovvero due torri unite da un cuore. Senza dimenticare naturalmente le 100 sedie in 100 giorni di Martino Gamper, uno dei major project che la galleria ha acquisito e che ha girato oggi più di 12 musei a livello internazionale.

Cosa ne pensa del rapporto tra arte e design?
Credo che tra le due discipline ci siano molti punti di incontro ma altrettanti di scontro: ecco perché è sempre un grosso rischio quando un artista si professa anche designer e viceversa. L’oggetto di design non deve essere fatto con lo scopo di diventare un oggetto d’arte: deve corrispondere alla sua funzione, non soddisfare il capriccio di essere solamente “artistico”.

Nilufar, Nina Yashar

Dal 2015 accanto agli spazi di via della Spiga si sono aggiunti quelli di Nilufar depot, una ex fabbrica di 1500 mq su tre livelli in viale Lancetti capace di contenere una collezione di circa mille pezzi: non un semplice magazzino, piuttosto, come lei stessa ha dichiarato, una macchina teatrale, dato che qui, come nella galleria, le scenografie cambiano di continuo, inseguendo accostamenti sempre nuovi. Da dove nasce questa idea?
Si tratta di un’interpretazione che fa parte della mia visione personale: non mi piace vendere gli oggetti per quello che sono, esponendoli o rappresentandoli su un piedistallo da soli, in luoghi bianchi, asettici. Non mi piace la rappresentazione del design con il criterio della rappresentazione dell’opera d’arte. Preferisco metterli in gioco come dei veri attori, dei protagonisti che a volte sono anche, apparentemente, molto in conflitto tra loro, e questo perché amo le dissonanze che creano delle assonanze. Il mio desiderio quindi è dare una visione dello spazio attraverso gli attori, attraverso quei protagonisti che sono i mobili. Non mi è mai interessato mostrare una collezione di sedie da sole, ma amando il mondo del design e delle arti decorative a 360 gradi, mi sono sempre divertita a mettere in sinergia un tappeto con un lampadario, il vintage con il contemporaneo. Ricordo che quando ho iniziato a lavorare il criterio era quello delle case monoperiodo: o la casa Impero o la casa Biedermeier oppure ancora la casa del Settecento. Mi infastidiva questa monotonia, questo linguaggio così piatto. Fortunatamente oggi il gusto è molto cambiato.

Che cosa, secondo lei, va per la maggiore oggi?
Credo che adesso, come tutti i cicli che si ripetono, si stia tornando a una mescolanza, interpretando diversamente ciò che erano le case prima: dieci anni fa, per fare un esempio, andava un gusto che, in modo un po’ provocatorio, io definisco “alberghiero”, cioè tutti i tappeti di colpo diventano senza colore: grigio, bianco, beige, marrone, blanc cassé… Insomma, da un estremo all’altro: prima, negli anni Ottanta, le case severe e monotematiche, poi la tendenza alberghiera, come dico io, e ora, finalmente, le dissonanze. Che poi è anche quello che attrae della mia galleria: il modo di presentare i pezzi.

Quale criterio segue in questo?
Cerco sempre di trovare combinazioni innovative tra il design contemporaneo e storico, creando armonie inaspettate e mai sperimentate prima. Non ho criteri fissi, ma credo molto nella scomposizione e ricomposizione di culture e momenti storici diversi. Inoltre non mi curo delle etichette e tutto quello che faccio, lo faccio perché piace a me. Come nel periodo in cui ho presentato i tappeti svedesi: fino al giorno prima avevo in vetrina gli Aubusson. La gente passava e diceva: «Qui è cambiato il proprietario!». È questo che mi caratterizza: il rischio, il coraggio di affrontare situazioni completamente nuove senza che il pubblico sia preparato a recepirle.

Oltre ai progetti di Michael Anastassiades e Federico Peri, cosa presenterà quest’anno per il Salone del Mobile?
Tra i nuovi nomi ci sarà quello di Cristina Celestino che ha disegnato il bellissimo divano Visiera. Ci sarà Carlo Massoud, libanese, che fa anche lui il suo ingresso in galleria con le lampade Sultan, anche queste molto belle, in ottone, che sembrano dei bottoni illuminati che si spostano. Uno dei progetti più nuovi e più importanti sarà poi quello di Hannes Peer: un lampadario mobile ingegnerizzato a un livello veramente sofisticato. Ancora una novità, legata più che altro alla scelta del materiale, è rappresentata dal lampadario di Francesco Faccin & Francesco Meda che hanno utilizzato alcuni elementi illuminanti della Philips, praticamente delle piastre oled: l’effetto finale è eccezionale perché spente queste piastre sono come delle superfici riflettenti simili all’acciaio, mentre quando sono accese, la luce che emanano – verde, rosa pallido, cangiante – sembra quasi venire da un pianeta lontano. Poi naturalmente ci sono gli altri designer con i quali già lavoro, che presenteranno nuovi progetti.

In un panorama attuale, così denso di design week, Milano resta ancora secondo lei il punto di riferimento?
Oserei dire che è l’unico punto di riferimento a livello mondiale. Non c’è nessun altro evento paragonabile al Salone del Mobile, sia a livello di importanza che di portata. Trovo poi che negli ultimi tre anni Milano sia cresciuta molto, soprattutto dopo l’Expo.

In questa città lei vive dal 1963: si sente milanese?
Sì, mi sento milanese.

In cosa consiste secondo lei la bellezza di Milano?
È una città piena di luoghi segreti, apparentemente noiosa, che si scopre solo vivendoci. Non cattura i turisti, soprattutto le prime volte, come potrebbero fare Venezia, Firenze o Roma: la sua bellezza è un po’ nascosta, ma quando uno la scopre, ecco, è lì che inizia il vero innamoramento.

Quali sono i luoghi a cui è maggiormente legata?
La Pasticceria Marchesi aperta da Prada in Galleria è un luogo che trovo veramente speciale, ma vado spesso anche alla Fondazione Prada. Sono poi molto legata al mio quartiere, quello di corso Indipendenza, alla Pasticceria Sissi e al Ristorante Giacomo, dove vado da vent’anni.

 

Nina Yashar, ph. Matteo CHerubino

Articolo pubblicato su Club Milano 37, marzo – aprile 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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