Paolo Cognetti

Paolo Cognetti, ph. Stefano Torrione

LA VIA DELLA MONTAGNA

Venduto in circa trenta Paesi prima ancora di essere pubblicato in Italia, il suo romanzo d’esordio “Le otto montagne” è già un caso editoriale. Per l’autore, classe 1978, nato a Milano, ma montanaro a tutti gli effetti, scrivere è un modo per ripensare alla vita, alle persone e ai luoghi, come quella montagna che «nobilita chi fa la fatica di affrontarla».

di Marilena Roncarà – foto di Stefano Torrione

 

Nato e cresciuto a Milano, da circa dieci anni Paolo Cognetti si divide tra la città e una baita a 2mila metri in Valle D’Aosta. Da bambino voleva fare il matematico, ma poi nell’adolescenza la letteratura ha fatto irruzione nella sua vita e tutto «ha preso un’altra piega». Già autore di documentari, racconti e raccolte di racconti come quel Sofia veste sempre di nero finalista al premio Strega, con il suo romanzo d’esordio restituisce centralità a un’amicizia al maschile. Protagonisti sono Pietro, ragazzino di città iniziato dal padre alla montagna e alle camminate e Bruno, figlio dei pascoli e delle alture.

Come nasce questa storia e la voglia di raccontarla?
Ho un’infanzia da ragazzino di città che d’estate viene portato in montagna dai genitori. Quella è un po’ la mia storia, con un padre che durante tutto l’anno non c’è, ma che in quei giorni in montagna si trasforma, diventa una persona più affettuosa, loquace, felice. Era un racconto che avevo lì da tempo e che si ricollega a questi ultimi anni in cui sono tornato a vivere in montagna.

Come se ci fosse la necessità di mettere a posto alcune cose…
Ho sempre inteso la letteratura in questo modo. Non è che abbia mai inventato storie mettendomi lì a immaginare delle trame. Ho sempre scritto un po’ per ripensare alla vita, alle persone a cui voglio bene, con cui sono vissuto.

Com’è maturata la tua scelta di vivere in montagna?
È una decisione arrivata dopo un momento difficile, fatto insieme di crisi di lavoro e crisi sentimentale. Come succede a Pietro nel romanzo, quella era una montagna che avevo abbandonato nell’adolescenza, forse animato dallo spirito di ribellione. L’ho riscoperta in un momento di difficoltà immaginando che potesse essere un posto dove ricominciare. E così è stato. Da circa dieci anni vado su in primavera e ci rimango no a settembre, ottobre.

Quali sono le cose che la gente di montagna può insegnare a quella di città e viceversa?Viceversa non è difficile: io sono un grande lettore e apprezzo la cultura della città, in montagna ne sento la mancanza, così come scarseggia la coscienza politica, la socialità.

E il contrario…
La solitudine e l’autosufficienza, ovvero il sapersela cavare in ogni situazione tipico degli uomini di montagna, e poi quella vicinanza al mondo fisico, selvatico, a un universo di cose che si toccano con le mani: gli alberi, gli animali, un aspetto che in città abbiamo del tutto perso.

Quasi un’occasione per entrare in contatto con il mondo selvatico…
Avere intorno uno spazio non umano così vasto e anche un grande spazio non privato, in cui poter camminare per ore senza divieti, regala un forte senso di libertà. Sono sensazioni fuori dal tempo, quasi inimmaginabili per una società così urbana come la nostra.

Che effetto ti fa Milano vista dalla montagna, la città è cambiata?
È sempre uno shock estetico e fisico, come tornare nel brutto, anche se la città è migliorata in questi ultimi 20 anni, ma la trovo anche più fredda. Io abito in zona Bovisa e sono molto legato a una città popolare, alla sua storia operaia, solo che tutto questo è scomparso per lasciare il posto a una città dell’informazione, molto tecnologica.

C’è una parte di Milano a cui se più legato?
Mi piacciono tutte le periferie ex industriali, tutto il nord ovest e il nord est. Un po’ perché da nord si vedono le montagne e un po’ per lo spirito: questa era la zona delle grandi fabbriche.

Progetti per il futuro?
Un aspetto della montagna che mi fa soffrire è questa sua desertificazione dei rapporti, ma anche della cultura nel senso cittadino del termine, c’è pochissima politica, pochissima arte: è tutto ridotto all’osso del folclore. Ecco mi piacerebbe portare in montagna le cose che della città mi piacciono ancora. Con un gruppo di amici sto organizzando, per luglio, una tre giorni di festival di arte, letteratura e musica in Valle d’Aosta, mentre il progetto più a lungo termine è aprire un rifugio che sia anche un circolo culturale.

Un modo per far conoscere una montagna diversa…
Dagli anni Sessanta la montagna si è molto spopolata, eppure esiste una realtà autentica da esplorare fuori dai circuiti di massa dei vacanzieri. Ci sono ancora persone che vanno in montagna con l’idea di restare a lavorarci, ad abitarla e che resistono perché hanno la passione per questa vita da montanari. Quasi come un piccolo movimento di ritorno dalla città. Ecco queste persone vanno protette perché portano avanti qualcosa di prezioso.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 37, marzo – aprile 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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