Daniele Lago

Daniele Lago, ph. Matteo Cherubino

L’UOMO GENTILE

È un rivoluzionario e uno che fa concorrenza a Ikea. Partito artigiano, oggi è capace di fatturare oltre 40 milioni di euro. Lo vorrebbero in politica, ma lui sceglie la gentilezza come tema sul quale far ruotare la sua visione del mondo. Progetta tavoli ma per lui ciò che conta è quello che gli accade intorno. Legge Kandinsky per affinare la sua idea di estetica e si affida a una formula, per andare avanti, quella delle tre C: cervello, cuore, coraggio.

di Nadia Afragola – foto di Matteo Cherubino

Era il 2009 quando con un approccio rivoluzionario Lago ha sovvertito i paradigmi della rappresentazione del design. A distanza di otto anni e con l’apertura di Casa Lago, praticamente in Duomo, cosa è cambiato?
Siamo riusciti a trasformare in realtà le visioni che dieci anni fa avevamo concepito sul piano teorico. Sono oltre 15 anni che lavoriamo per far sì che al centro di ogni singolo progetto ci sia la cultura, mantenendo pur sempre una coerenza con la nostra idea di bello. Raccontiamo e dimostriamo con i fatti la centralità del design come elemento di trasformazione sociale. Forse ci è scappato di mano l’aspetto digitale: abbiamo fatto passi da giganti, siamo quasi al pari della community di Ikea… Ecco questo non me lo aspettavo.

Never Stop Designing Spaces è il titolo del suo primo libro. Cosa c’è dentro?
C’è la volontà di parlare dell’Italia, o per lo meno di tornare a farlo, di credere nel nostro Paese, attraverso un viaggio immagini in luoghi non convenzionali, scelti in base al Global Reputation Ranking 2016, la classifica di Trivago basata sulla migliore reputazione online. Un viaggio che tocca pubblico e privato e che racconta di eccellenze e di luoghi. Un valido strumento per fare marketing territoriale.

Il suo Salone del Mobile è all’insegna della gentilezza. Vuole contrastare Il Milanese Imbruttito?
Sono molto simpatici e anche bravi. Credo siano altri i movimenti poco gentili in giro. Il tema della gentilezza è nato dopo aver preso parte a un workshop di Intesa San Paolo, in Fondazione Bellisario. Ero davanti a 500 donne e si parlava di come coinvolgerle e farle crescere di più nel mondo del lavoro. Ho capito quanto fosse attuale e necessario tornare a parlare di parità di diritti.

Avete scelto e raccontato, attraverso la loro casa ideale, otto donne “gentili”. Qual è stato il risultato?
Abbiamo scelto donne che hanno vissuto la loro vita in maniera gentile, in vari ambiti. Tra di loro c’è anche Carla Fracci. Abbiamo costruito case immaginarie dove queste donne si sono ritrovate a parlare della loro carriera e dell’inafferrabile tema della gentilezza. Tante donne per altrettanti significati. Per Carla Fracci ho concepito una sbarra nuova, contemporanea, adatta a una sua nuova immagine, in linea con il passare del tempo. A bordo con noi Chiara Gamberale, Patrizia Pepe, Cristina Celestino, Maurizia Cacciatori, Camilla Lunelli, Lella Golfo e le donne di Intesa Sanpaolo.

Al vostro fianco la Fondazione Marisa Bellisario, che promuove e sostiene l’affermazione delle professionalità femminili. Quanto è lontana la parità di trattamento in ambito lavorativo?
Sono rimasto sconvolto dalla distanza che ancora oggi si registra tra uomo e donna. Ho fatto un controllo in azienda, ho scoperto che da noi regna la totale parità di trattamento, soprattutto negli stipendi ma l’Italia non è l’azienda Lago e c’è ancora tanto da lavorare. È un problema culturale, da risolvere nella società, non solo in azienda.

Parla spesso di progettare in modo empatico. Che cosa intende?
È una modalità, un approccio. L’empatia degli spazi ti fa sentire in connessione e fa sì che i contesti dialoghino tra di loro e con chi ne fruisce. Lo spazio vitale è quello vuoto, non quello pieno. Una casa la usi attraverso le porte che rappresentano il vuoto, un tavolo lo vivi nel vuoto del suo perimetro… Più però ti fanno sentire vicino, grazie a un materiale, a un aspetto cromatico, e più ha senso parlare di design che parla all’uomo.

Il vostro è un design che vuole farsi strumento di trasformazione sociale: da dove avete iniziato?
La riflessione è partita 15 anni fa, quando abbiamo scritto un documento, “la grande idea”, anche se di grande non c’era nulla. Era l’approccio a essere grande, mescolava cultura e prodotto per far diventare tutto produttore di significati. Il design deve includere non escludere, ecco perché non amo le cose esclusive e con ciò non voglio dire «viva le cose sempliciotte», parliamo sempre di eccellenze, non inarrivabili però. La fabbrica da noi è intesa come una grande casa: provare a far lavorare 200 persone in un luogo concepito come la propria casa ti porta in una nuova dimensione. Ti preoccupi di far star bene quelle persone e loro fanno cose straordinarie. Ecco perché il design cambia il mondo se fatto in un certo modo.

Casa Lago

 

Lago nasce come impresa artigianale e oggi fattura 40 milioni di euro. Dov’è il trucco?
Non c’è trucco, c’è una grande passione, la voglia di lavorare e tanta umiltà. Ci sono i piedi per terra e la testa tra le nuvole, c’è la voglia di fare le cose al meglio, partendo dal presupposto che il mio compito è quello di alzare l’asticella e buttare la palla trenta metri avanti. Non ci sono ricette per stare al mondo, nel mondo del business soprattutto. Impariamo ad andare avanti in aereo, in bici, in auto, a piedi, impariamo a leggere i contesti, a saper andare a destra e a sinistra per stare in piedi, senza snaturare i nostri valori. Questa è la mia idea di business.

La regola delle 3 C è alla base della sua azienda: cervello, cuore, coraggio. Come ci è arrivato?
Ho tanti nipoti alla Waldorf School, quella di Steiner. Mi hanno fatto capire una cosa: se sviluppi dei prodotti bilanciati sulla razionalità, l’ingegneria e l’emozione, mixando colore, cuore e un po’ di follia, quei prodotti avranno successo. Abbiamo provato a codi care questo insegnamento. Ho letto Punto, linea, super cie di Kandinsky, ho studiato il suo tentativo di codificare il concetto dell’estetica e sono arrivato alla conclusione che per fare dei buoni prodotti devi tenere conto di tutti e tre livelli.

Nei suoi mobili ci sono dei chip: la direzione è che si possa instaurare una conversazione con il nostro divano?
Quella sarà la direzione da prendere. Stiamo investendo tante energie in tal senso, rispetto spesso sulla politica e la conclusione è che le cose che cambiano più in fretta il pianeta hanno a che fare con la tecnologia. Ecco perché è più importante cosa succede intorno a un tavolo, del tavolo in sé. Parliamo di una rincorsa continua, la tecnologia spariglia le carte, dà soluzioni, solletica situazioni legate a rituali.

Il primo oggetto di design che ha comprato? E il primo che ha progettato?
Un walkman della Sony degli anni Ottanta con il quale ascoltavo Thriller di Michael Jackson a ripetizione. Ti portavi la musica addosso e anche se non era design, vero e proprio, di certo era innovazione. Quando eravamo piccoli, come Lago intendo, ero piccolo anche io, ma ricordo che avevamo progettato un pezzo non più in produzione ma innovativo, concepito per i televisori profondi, c’era ancora il tubo catodico.

Qual è il pezzo che ha venduto di più?
Il Sistema modulare 36e8 che ti permette di progettare le aree della casa. Ha unificato due dimensioni, ha dato un codice estetico diverso dai soliti rettangoli. Ha fatto tendenze e potrebbe essere la nostra icona.

È appena diventato padre di due gemelli maschi. Quanto cambia il suo modo di intendere il mondo?
Poco e tantissimo. Cambia nella misura in cui hai delle rinnovate responsabilità, non cambia se quelle responsabilità in qualche modo te l’eri già prese prima che quei due piccoli Lago emettessero il primo vagito.

La prima cosa che insegnerà ai suoi fili?
Il rispetto verso se stessi e gli altri. La gentilezza, dicevamo…

Never Stop è il punto #11 del Manifesto Lago: ha mai pensato di entrare in politica? Potrebbe essere il nome del suo movimento.
Me lo chiedono, in tanti. E io continuo a starne fuori declinando, con gentilezza, l’invito. Per fare politica non serve entrare in politica, per cambiare il Paese non serve necessariamente una poltrona, li possiamo fare da casa, dal nostro ufficio. L’Italia siamo noi in fondo, noi italiani che ogni giorno decidiamo di avere una condotta e scegliamo chi essere.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 37, marzo – aprile 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

Daniele Lago, ph. Matteo Cherubino

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