Michela Murgia

Michela Murgia. Foto di Matteo Cherubino

UNA POSSIBILITÀ DI FUTURO

Le sue stroncature nella trasmissione televisiva “Quante storie” sono già un cult, ma
è grazie a un blog e a un’esperienza in un call center che Michela Murgia ha intrapreso la carriera di scrittrice. L’abbiamo incontrata a Milano a Tempo di Libri dove ci ha parlato di nuovi linguaggi, di social network e anche del “futuro interiore”.

di Marilena Roncarà
Foto di Matteo Cherubino

È l’autrice di quel Il mondo deve sapere, diario tragicomico di un mese di lavoro in un call center, che ha ispirato il lm di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Nel 2010 ha vinto il Campiello con Accabadora e lo scorso luglio si trovava per caso in Turchia al momento del fallito golpe, un appuntamento con la storia che l’ha portata a scrivere delle note di cronaca che contrastavano con il punto di vista veicolato da tutti gli altri me- dia. «Ho preferito dar voce alla popolazione turca, piuttosto che applicare le nostre categorie di pensiero» precisa quando tocchiamo l’argomento.

Perché ha senso essere qui a Tempo di Libri?
Perché l’Italia non aveva una fiera del libro organizzata dagli editori ed era un’anomalia in tutta Europa. L’idea geniale è stata nominare una scrittrice e un’intellettuale, una donna della caratura di Chiara Valerio alla direzione artistica: questa era è espressione di un progetto culturale.

Qual è il ruolo dello scrittore oggi?
Continuare a mostrare la relazione con la differenza e preservare la complessità, che è il luogo dove sono possibili le domande. La tentazione di dare risposte di solito prescinde dalle domande, per esempio dire che in Turchia c’era un problema di islamizzazione era porsi la domanda sbagliata: c’è un problema di fascismo. Lo stesso che avrà mezza Europa nel momento in cui il livello di paura delle migrazioni salirà a un punto tale che le persone saranno disposte a barattare libertà in cambio di sicurezza.

Dalla prima edizione de “Il mondo deve sapere” a oggi sono passati più di dieci anni…
Guardandomi indietro penso a come si sia modificato il mercato dei libri, dell’editoria e il modo di leggere. L’avvento di massa dei social ha cambiato radicalmente la percezione dell’atto narrativo. Su Facebook siamo tutti narratori e la multimedialità è una delle modalità di narrazione del futuro: solo dieci anni fa era impensabile. Oggi i blog sembrano già preistoria, ma senza internet io non sarei diventata una scrittrice: non avrei mai scritto un libro di carta e non lo avrei mai mandato a un editore.

Della sua partecipazione a “Quante Storie”, la trasmissione di Corrado Augias su Raitre, a essere diventate famose sono soprattutto le stroncature, come lo spiega?
In un Paese dove tutti gli appuntamenti sono eventi, tutti i libri capolavori e dove tutto è straordinario, sembra rivoluzionario che qualcuno dica: «Guardate che questo libro forse era meglio non scriverlo e forse è meglio non leggerlo». Ma noto con piacere che la stroncatura apre il dibattito.

Come sceglie le storie da raccontare?
Ogni tanto me ne capita una tra le mani e ci metto cinque o sei anni per capire se è qualcosa che non se ne va. Se non se ne va da me, è probabile che non se ne andrà nemmeno dalla pagina. Però non succede spesso. Scrivo più volentieri saggi, riflessioni sul contingente. Vivo nell’illusione che ragionare, anche per iscritto, possa cambiare la situazione in cui siamo.

A proposito di saggi, nel 2016 ha pubblicato il pamphlet “Futuro interiore”…
È una possibilità di futuro, ma anche una gestazione, perché dentro ci stanno i figli, i pensieri che non sono ancora pronti a venire al mondo. È un po’ come questa mia generazione di 40enni che, mancando tutte le rivoluzioni, ha assunto il compito di fare da cerniera tra chi le rivoluzioni le ha fatte e chi le sta facendo, ovvero i nostri figli. I nuovi linguaggi, le tecnologie, l’organizzazione del modo di apprendere intorno al multitasking: tutte queste possibilità sono già una rivoluzione. Gli unici che possono trasmettere il testimone siamo noi. Futuro interiore è avere il coraggio, nel momento in cui il presente è tuo, di sognare il futuro di chi ancora deve venire. Danilo Dolci diceva: «Ciascuno cresce solo se sognato».

Un pensiero su Milano.
Ci ho vissuto a Milano e devo dire che sono molto “incazzata” con questa città, perché ha aspettato che me ne andassi per diventare bella e non solo per la gentrificazione in atto. Mi pare persino che ci sia più sole. Forse stiamo uscendo dalla crisi e se è così Milano è una cartina di tornasole ottimista. Anche il fatto di aver spinto affinché questa era fosse qui, è perché ci siamo sentiti accolti. Secondo Marguerite Yourcenar «risparmiare sulla cultura in tempo di crisi è come risparmiare sui semi in tempo di carestia». Il fatto che Milano stia investendo sui semi, fa ben sperare sul raccolto futuro.

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Articolo pubblicato su Club Milano 38, maggio – giugno 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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